Più che nel cuore di Beatrice Ricottilli

 

[GIUGNO 2026Più che nel cuore. La vita raccontata di Beatrice Ricottilli, a cura di Andrea Giampietro, Roma, Edizioni Cofine, 2026. ISBN 979-12-81642-201, pp. 200, euro 20 

IL LIBRO

IL LIBRO prende il titolo dal racconto eponimo che l’Autrice dedica a suo padre, Pasquale “Lino” Ricottilli, un raffinato decoratore d’interni. Una delle protagoniste del libro è Sulmona, al di là della sezione che le viene intitolata. D’altronde è la città che l’ha vista muovere i primi passi, ma soprattutto è la città in cui Beatrice Ricottilli comincia la sua attività, prima di bibliotecaria e, poi, di archivista. La vita in archivio è stata, per lei, una sorta di missione: nel documento Beatrice ha visto sempre un’occasione di scoperta, così come nella scrittura ha riscoperto l’atavica necessità dell’uomo di consegnare se stesso, il proprio pensiero e le proprie esperienze alla Storia. Il libro è anche la testimonianza d’incontri (soprattutto con Giuseppe Papponetti, Pino Di Tommaso, e Marcella Vitto-Messeri) da lei vissuti con l’umiltà e l’innocenza di chi si lascia attraversare dalla vita. Ma l’aspetto dominante della sua opera resta quello naturalistico che è parte integrante della sua quotidianità.

L’AUTRICE

BEATRICE RICOTTILLI nasce a Sulmona nel 1958. Dopo gli studi magistrali lavora, in qualità di collaboratore bibliotecario, al riordino e al reperimento delle Cinquecentine presso la Biblioteca della Chiesa di San Francesco da Paola a Sulmona. Conseguito il diploma in Archivistica, entra in pianta stabile nell’Archivio di Stato di Sulmona. Suoi racconti, poesie e saggi sono presenti in numerose pubblicazioni. Tra i suoi lavori, la raccolta di versi L’aria che respiro e nel 2019 il libro di racconti Dentro gli occhi i girasoli.

NEL LIBRO

(…) Lo scorso febbraio, ho cominciato a frequentare quotidianamente casa di Beatrice dove mi veniva offerto “asilo”, in una deliziosa stanzetta affacciata sul monte Morrone (altro protagonista della sua ispirazione), per dedicarmi allo studio di un libro per un concorso ministeriale. Ma in quella stanza c’era buona parte del suo mondo e soprattutto c’erano le sue carte, in parte ordinate e in parte affidate all’armonia della confusione, che pian piano, dopo averle opportunamente spulciate, ho cominciato a riproporle. Per lei, che da sempre scrive in una specie di trance, travolta dal flusso di emozioni che un’idea, una lettura o un qualsiasi stimolo esterno le provoca, molto di quel materiale (fatto non soltanto di racconti e di poesie, ma anche di presentazioni di mostre e di libri o di interventi a convegni) le si è rivelato come un’epifania, uno stupefacente ritrovarsi. Allora ho raccolto buona parte di quegli scritti con l’idea di farne un racconto unico. Ne è venuto fuori il compendio di una vita, la sua, così appassionatamente dedicata allo studio e alla ricerca, ma soprattutto all’ascolto e all’osservazione.

Non è un caso se uno dei nomi ricorrenti nei suoi scritti è quello di Antonio De Nino, folclorista e archeologo peligno che si addentrava nelle più insane stamberghe pur di raccogliere un distico o un canto popolare dalla viva voce dei contadini. A me piace definire Beatrice un’archivista “di trincea”: basti pensare che all’inizio della sua attività, non si faceva specie di lavorare tra il guano dei piccioni per salvare le Cinquecentine (mal)conservate nella biblioteca del convento di San Francesco di Paola, o che, a ridosso del terremoto aquilano del 2009, si avventurava in chiesette pericolanti, laddove neanche i pompieri osavano entrare, per recuperare antichi documenti.

Questo volume prende il titolo dal racconto eponimo che Beatrice dedica a suo padre. Pasquale “Lino” Ricottilli era un raffinato decoratore d’interni (aveva lavorato anche nella chiesa di San Francesco della Scarpa e nel castello di Gagliano Aterno), al quale si deve, tra le altre cose, il restauro delle bellissime vetrine Liberty dell’antica confetteria Di Carlo affacciata su Piazza XX Settembre. A suo padre, Beatrice aveva già offerto delle pagine di L’aria che respiro e Dentro gli occhi i girasoli. Nel racconto Più che nel cuore, la ritroviamo in bilico tra il presente, che la vede perlustrare un fondaco pieno di ricordi paterni, e il passato, del quale rievoca le gioie e le angosce in occasione delle festività natalizie. Da lui, Beatrice eredita la propensione artistica, appresa sin da quando assisteva alla preparazione dei colori, necessari per il suo lavoro, che lui miscelava con l’esattezza di uno speziale.

In un certo senso, una delle protagoniste del libro è Sulmona, al di là della sezione che le viene intitolata. D’altronde è la città che l’ha vista muovere i primi passi, sognare dietro le vetrine di una splendida Confetteria (Un sogno vivo), ascoltare la musica di un mandolino che giungeva fino al suo balcone (Tutta un’altra musica), giocare con l’amica Teresa in quel palazzo Tabassi che un giorno le riserverà una clamorosa scoperta documentale (La storia in un baule), assistere alla suggestiva processione del Venerdì Santo, di cui sono protagonisti il padre (Di rosso, di passione) e il cognato Francesco (Ritratto in rosso cremisi). Ma soprattutto è la città in cui Beatrice comincia la sua attività di bibliotecaria prima e di archivista poi:

«Quasi quarant’anni della mia vita li ho trascorsi in una piccola cella appartenuta a un antico convento francescano della mia città. Quella particolare clausura è stata, fin dal primo giorno, la mia macchina del tempo perché, tutt’intorno, il convento era pieno di chilometri e chilometri di carte, di documenti che, come tasselli di un grande mosaico, raccontavano, e ancora raccontano, la storia di Sulmona e dei suoi abitanti. »

La vita in archivio è stata, per Beatrice, una sorta di missione: nel documento lei ha visto sempre un’occasione di scoperta, così come nella scrittura ha riconosciuto l’atavica necessità dell’uomo di consegnare sé stesso, il proprio pensiero e le proprie esperienze alla Storia. I suoi interventi sui “supporti scrittori”, sia membranacei (la pergamena derivata da quelle pecore “protagoniste ignare” della Transumanza) che cartacei (la carta prodotta a Sulmona era stimata nientemeno che da Petrarca), sono tra i più interessanti di questo libro.

Credo siano fondamentali gli scritti che a Beatrice sono stati stimolati da pubblicazioni di natura storico-archivistica o da convegni e presentazioni letterarie: penso a I sogni di Donato, racconto che te stimonia le sfide della vita di uno degli “ultimi” pastori, pubblicato in Tratturi e transumanza (L’Aquila, 2008), al quale Beatrice partecipa anche con uno scritto in cui enumera e analizza una serie di pergamene, risalenti addirittura al XIII secolo, che testimoniano l’attività della transumanza in Abruzzo; penso a Sospeso-raccolto, relazione tenuta in occasione del convegno Bentornato lupo (Pettorano sul Gizio, 23 agosto 2008), in cui documenta lo scellerato eccidio delle cosiddette “bestie feroci” nell’Abruzzo tra Otto e Novecento (anche di lupe gravide o di semplici cuccioli); penso a L’immagine come strumento di conoscenza, incluso nel volume postumo di Giuseppe Di Tommaso, Sulmona in camicia nera (Sulmona, 2012), da lei stessa curato insieme a Roberto Carrozzo, in cui la vediamo riflettere sull’arte fotografica intesa come «sogno antico di fermare il tempo e la realtà, in tutte le possibili posizioni dell’istante».

Doverosi sono i ritratti di persone che hanno incrociato il loro cammino con quello di Beatrice tra le “quattro mura” della sua stanza d’archivio, o anche di quelle conosciute a partire dalla lettura (Erodoto, Ovidio, Dante, Shakespeare, Masters, De Nino, Capograssi, Montale, Caproni, Pavese, Merini, etc.), dall’incontro personale (dai “professori”, di cui accenneremo in seguito, ai pastori Donato e Nunzio) o dalla memoria che tramanda sempre grandi e piccole storie (dal già citato Francesco Mazara ad Ettorino, il campanaro della SS.ma Annunziata rimpiazzato dalla campana meccanica). La ritroviamo testimone di Giuseppe Papponetti e Pino Di Tommaso, passando per Carlo Autiero (professore di filosofia e partigiano), Cosimo Savastano (poeta e storico dell’arte) e Vittorio Monaco (poeta e professore), fino a Mariella Vitto-Massei (insegnante e studiosa pettoranese che con Beatrice è stata protagonista della mostra La biblioteca delle signorine) che “domina” una sezione del libro interamente al femminile in cui sono inclusi due interessanti excursus sulle donne che, senza distinzione di classe sociale, hanno lottato per l’emancipazione del proprio genere (da Peppa la cannoniera, che muoveva l’insurrezione contro i Borboni, a Maria Montessori), ma anche un accorato inno alla nostra bandiera (letto a Roccacasale nel 2011 in occasione delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia) proprio perché ritenuta “donna”, in quanto “madre”, come la patria. Questi incontri sono stati vissuti da Beatrice con l’umiltà e l’innocenza di chi si lascia attraversare dalla vita, sapendo che una tale disposizione verso il prossimo può rivelarsi una forma di palingenesi emotiva e intellettuale:

«Certi incontri sono come certi libri, come certi amori: ti abitano. Senza averli cercati, ti scovano e ti entrano dentro da sguardi già liberati o dal suono autentico delle parole. Ti spogliano e ti rivestono di fresca conoscenza come fa il vento odoroso della vendemmia sulle foglie invecchiate dall’autunno che pure conservano la forza della primavera. Diventano sangue e carne, scavando in cerca dell’essenza la crosta indifferente della superficie. Separano il grano dalla pula, la sabbia dalla polvere d’oro.»

Eppure, l’aspetto dominante della sua opera resta quello naturalistico che non viene mai disgiunto da quello affettivo. Ecco che la semina e la conseguente raccolta degli agli insieme al nonno Filippo (nelle cui mani, pur essendo egli, in realtà, nonno di suo marito Nino, è come se lei avesse trascorso la propria infanzia) acquisiscono l’aspetto di un rituale sacro caratterizzato dal profondo rispetto che legava i contadini alla terra, dalla loro capacità di prevedere l’andamento del raccolto da ogni piccolo segnale atmosferico, di rispettare il rigoglio e l’austerità delle stagioni, di attendere pazientemente il ri torno delle rondini. Allo stesso modo, la raccolta delle olive insieme agli adorati nipotini Giulia e Simone, si tinge di un sentimento speciale, quasi magico, che ribadisce l’importanza della condivisione di quanto offre Madre Terra.

Profondamente immerso nella natura, alle cui “creature” aveva dedicato la migliore lode mai scritta, Francesco d’Assisi viene restituito da Beatrice in tutta la dirompenza del suo messaggio di umiltà e di pacifismo, la cui necessità appare quanto mai evidente in questo periodo storico così prossimo all’Apocalisse:

«Francesco incarna la pace in modo straordinario, non come assenza di conflitto ma come cammino di riconciliazione, prima dentro sé stessi, poi col mondo intero; l’impegno di vita quotidiano come il granello di sabbia che smuove il deserto, come la goccia di rugiada che diventa fiume e mare. »

È forse questo il messaggio più rivoluzionario di Beatrice, insieme a quello che chiude il volume (in un intervento, intitolato Il seme, letto in occasione di un incontro con l’Associazione “Rondine – Cittadella della Pace”, presso Arezzo, nel 2009). In questi due “proclami”, impone all’uomo le responsabilità che gli spettano nei confronti della Natura, della Pace e soprattutto della Storia. Tutto questo lo fa con un “filo d’inchiostro”, immagine a lei cara, con la grazia e la profondità che incidono sulla zolla di terra, preparando i raccolti di un avvenire che risponde a una legge suprema e semplicissima: quella della Poesia.

Dalla Prefazione di Andrea Giampietro