Le domande che costellano i Percorsi di Cinzia Marulli nella raccolta omonima seguono il ritmo dei passi, assecondano il battito, costeggiano orli temerari senza temerli, anelano all’onda. La ricerca incessante di risposte tende sì la mano «al miracolo/ piano» (Hilde Domin), ma non è attesa passiva. Si fa, al contrario, formulazione propositiva, che non ha paura di usare concetti vasti come luce, pace, amore. Sono domande che disegnano traiettorie multiple: rettilinee, ellittiche e, tra le predilette, circolari. C’è una nozione ben precisa della musica che accompagna e governa, talvolta, queste traiettorie: la musica di singoli strumenti, che spesso, come lo xilofono, danno luogo perfino a verbi creati dall’autrice; la musica del silenzio e, sopra tutte, la musica delle sfere con la sua universalità e le sue proporzioni.
Forse è nel silenzio che si ascolta
la musica più sublime
in quel vuoto che avvolge
tra la sospensione ansante del respiro
e l’attimo incerto sul bordo del destino.
Nell’apparente conclusione di un percorso
si sfiorano i sentieri del domani.
un tempo era roccia solida
ora è nulla davanti all’onda
che ne fa gioco;
sapersi piegare
come un ramo davanti al tempo
è il senso della forza.
Ma il segreto, forse
è nella comprensione
che nulla di ciò che è imposto
può essere chiamato amore.
perché non finisce mai
perché ogni punto sulla circonferenza
è equidistante dal centro
perché è tondo come il ventre
pregno di una madre.
S’è fatto mare il pensiero
e m’ha immersa nel sogno
nella sua frescura mi piace restare
non la voglio l’afa del vero
quel suo essere pietra dura
mi scheggia il dolore
ma c’è luce alla finestra
m’acceca
e la sveglia continua a suonare
la monotonia dell’apparenza.
il caffè alle quattro di mattina
quando il buio ancora penetrava nelle ossa?
Qualche straccio addosso,
il vecchio cappotto nero e uno scialle intorno alla testa
per affrontare il freddo
e poi, tu e papà
lungo via del Tritone a camminare silenziosi
fianco a fianco
con la testa bassa e il sonno negli occhi
l’ufficio sempre lo stesso
le stesse cose da pulire
con le ginocchia sul parquet lucido
e le mani sante nelle latrine
io invece ancora a casa
con i libri sulle ginocchia
e poi a scuola
a lavare lo straccio sporco di miseria.
che porta in alto
in quel luogo di sole
dove l’ombra è amica
un luogo piccino
che affaccenda il respiro
e il riposo saluta
come farebbe un amico
e questa chiave
che giace a terra sconsolata
sa che non ci sono serrature
in quella porta
il varco è aperto
e attende
attende il passo
lentamente sorridere
perché giocano i bambini
e loro non hanno segreti
e nulla è chiuso.
È la morte ad essere beffarda,
ma il come è un’altra cosa.
che fugge veloce
e cerca il suo riparo.