Immagino di aver sognato Vito, il cui primo anniversario dalla morte si avvicina sempre più. Immagino un breve dialogo con lui:
― Ciau, Pe’, cchi si dici dô dialettu? Campa o è già diventato ‘Nondialetto’?
― Lo chiamano ancora Neodialetto.
― Chi lo scrive continua ad onorarlo e a rispettarlo? Sono stati smascherati quei quattro/cinque/mille millantatori?
― Macchè, ricevono premi, non fanno minima distinzione di trascrizione fonetico-ortografica …
― A proposito, insistono ancora sulle grammatiche?
― Che io sappia no, per fortuna …
― C’è ancora chi scrive Koineggiando?
― Sì.
Interrompo le sue domande con un finto colpo di tosse (sgraziata traduzione del pensiero siculo ‘corpu di tussi’). Mi passo la mano sulla coscienza: forse neanch’io ho onorato il suo amato dialetto siciliano, il tempo rotola, porta con sé dimenticanze e strafalcioni … Forse neanch’io sfuggo alla vitalità-mortalità della lingua, sono come tutti un povero parlante non immune dall’erosione, dalla trasformazione-metamorfosi … “Però ci tento”, mi dico …
― Vito, lo sai che alcuni continuano a scrivere, che so, ad esempio, para nu iocu i nichi, attingendo al verbo parari, ignorando la j semiconsonante, confondendo (o strafottendosene) la i articolo con la ’i preposizione (gli apicetti sono fuori moda) … Ma, forse, siamo noi a non capire, siamo noi a peccare di arretratezza. È solo questione di lingua-tempo che cambia. E non ti racconto altro per non farti venire la gastrite.
― Pe’, accurzamu, parrati dialettu, Pe’, ti salutu.
Giuseppe Samperi