Nella sua intensa operosità in verso e in prosa Laura Rainieri qualche anno fa ha azzeccato una intuizione particolarmente felice sulla base di un’esperienza personale. Da lunghi anni aveva avuto a che fare, per l’assistenza a un’anziana, col problema delle badanti. Orribile la parola, quanto preziosa, come sappiamo, la mansione. Ebbene, per lungo tempo Laura ha avvicinato tutta una teoria di queste donne (spesso romene o moldave), fino a trasformare la sua casa in una specie di osservatorio psicologico e sociale. Dotata di acume critico e di concretezza pratica, non le è stato difficile entrare nei panni di queste persone: costrette, in condizione di dipendenza economica, a mettersi comunque in sintonia con un ambiente diverso. Pur congedandosi poi di volta in volta per altrettanto imprescindibili ragioni di famiglia, alcune di loro, spesso le più istruite e sensibili, restavano però legate affettivamente, instaurando, in qualche caso, un vero e proprio rapporto di amicizia. Non erano mancati dunque, alla nostra autrice, motivi e spunti di riflessione: che, di fatto, si sono incarnati in un fortunato libro di racconti (Badante sissignora) che, per la vivace resa espressiva oltre che per l’attualità del tema, ha suscitato notevole interesse.
Per Laura Rainieri – Un viaggio in Romania
Recensione di Roberto PaganÈ ancora sull’onda di tale esperienza – sulla base di suggestioni emotive e magari di indicazioni pratiche venute da queste sue nuove amiche – che la nostra autrice ha voluto esplorare dal vivo il loro paese. Così è nato il suo viaggio in Romania (sdoppiatosi poi, come vedremo, in due tempi successivi). Risulta abbastanza chiaro dal diario che ne ha derivato che, più che avere in animo un itinerario turistico troppo ambizioso, Laura si è affidata all’improvvisazione, intesa più che altro alla scoperta di una dimensione umana. Come se si sentisse, per così dire, una badante alla rovescia. Ne fa fede il fatto che l’unica cosa stabilita era il biglietto aereo di arrivo e partenza da uno scalo secondario, forse più economico, certo più scomodo: Tàrgu Mureş, quello, appunto, delle badanti. Il volumetto che ne è uscito (Un viaggio in Romania, tra realtà, fantasia e utopia, Studia ed. Cluj-Napoca, 2014), bilingue, in una veste editoriale tutta artigianale – la carta, la stampa, la rilegatura – a noi mette tenerezza perché ci rimanda ai tempi della nostra adolescenza, all’indomani della guerra. Quando eravamo poveri e forse “più belli” e non straccioni decaduti come siamo adesso, dopo un’indigestione di illusorio benessere. In copertina spicca, oro su bianco, un ramo di mimosa: che – come sapremo – non è solo decorativo, ma ha la sua ragion d’essere precisa.
Diciamo subito che, a parte l’aria démodée della sua veste esterna, il libretto attrae per un che di estemporaneo, un suo ritmo spigliato capace di inanellare gli appunti uno dietro l’altro senza un ordine serrato ma sul filo di un divagare spontaneo. Dove le osservazioni minute si alternano a impressioni fugaci, a ricordi di letture e riflessioni nate sul momento. Le notizie storiche e geografiche ci sono pure, ma inserite all’occasione senza uno schema predeterminato. Insomma un Reisebilder alla buona, oggi si direbbe un instant book, gli appunti accolti così come vengono giorno per giorno, senza la pretesa di costruire un quadro organico e tanto meno una guida per il turista. Intendiamoci: viaggiare in Romania è cosa di per sé difficile e problematica per molte ragioni. A cominciare da una certa labilità dei confini: la Transilvania è stata per lungo tempo Ungheria (e gli ungheresi ancor oggi la rivendicano), lì nell’abbraccio dei Carpazi boscosi; che volgono le spalle alle regioni più slave, lungo il Prut e il Tibisco, imparentate all’Ucraina e alla Moldavia. E poi a sud e verso la foce del Danubio altre etnie con caratteristiche proprie, la Valacchia e la Dobrugia; per non parlare del lascito culturale importante, al centro stesso della Transilviania, di una comunità sassone, presente fin dal medioevo e oggi quasi scomparsa. E aggiungiamoci pure gli tzigani. Insomma, ancor oggi, un mosaico di tradizioni e culture. In un paese grande più di quanto si creda, dove le distanze appaiono moltiplicate dalla rete stradale antiquata, e il traffico delle macchine deve disputarsi lo spazio con le carrette trainate da cavalli che sbucano in continuazione dai villaggi. L’impressione che ne viene è ancora di un paese fondamentalmente contadino, dove la campagna tuttavia sembra, oggi, più ricca delle città: decadute così come è decaduto il sogno industriale del tutto velleitario di Ceauşescu. Rovesciato quel regime, rovinosamente ma anche più drammaticamente di quanto non sia avvenuto negli altri paesi dell’orbita sovietica, dopo l’implosione di quell’impero, la Romania, risorta alla libertà e alla democrazia, è in questo senso un paese giovanissimo, quasi neonato: con tutti i problemi di un recente dopoguerra. Da ciò il flusso dell’emigrazione, spesso stagionale, delle donne come badanti, degli uomini come muratori: questi ultimi ormai – acquisito un tenore di vita più sopportabile – quasi tutti rimpatriati a ricostruire la loro casetta e a riprendere i lavori lasciati in tronco.
Tra i molti aspetti del viaggio gli appunti della Rainieri si distribuiscono tra arte e natura, società e costume, tra flash di vita vissuta e incontri occasionali: che spesso, nei viaggi, costituiscono la sorpresa più felice e più duratura nel tempo. Questi squarci improvvisi che s’aprono sull’umanità più profonda sono anche quelli che meglio si imprimono nella pagina. Così resta nella memoria la scenetta dei congedi, uomo, donna e figlia (ma è la donna che parte), rapido spunto colto a volo nell’aeroporto dove Rainieri e marito sono “unici stranieri”. “Le donne hanno gli occhi asciutti: a loro tocca partire. Un uomo…il volto duro avvilito, addolcito al momento dal bacio sulla guancia della moglie. Rimane con la figlia, circa ventenne, esile e bionda, vestita all’occidentale in camicetta e jeans…batte nervosamente un piede a terra” . Oppure, in una landa sperduta, ecco il funerale contadino: “ Un carro…addobbato di fiori – è maggio – … Il defunto indossa il vestito migliore, avvolto poi in un lenzuolo viene adagiato sul carro. Il cavallo, orecchie a terra, traina a passo lento il padrone per un sentiero sterrato attraverso i campi…chi sa se comprende o sente il dolore”.
Non mancano, certamente, i momenti dedicati all’arte, i monasteri femminili della Moldovia, quelli dipinti della Bucovina, né le notizie intorno a Dracula l’Impalatore. Sono tutte più scontate. Più originali i rinvii a letture, anche impegnative, che sono il back-ground del viaggio, una preparazione che viene da lontano: versi di una poetessa romena odierna o presi dal grande Eminescu, o la citazione di uno Zanzotto che non ti aspetteresti, uno scritto in prosa sul rapporto tra architettura e paesaggio. A Sibiu, la deliziosa cittadina d’impronta ancora medievale e ancora tanto “tedesca”, che è – si osserva – un “bijou”, all’autrice sovviene un volto, un ricordo: “se avessi chiesto a quella tal badante: perché te ne sei andata dal tuo presepe? La risposta sarebbe stata: vedi lontano un palmo”. Così nella scrittura, essa pure sempre un poco contratta, di Laura Rainieri.
Ma il momento clou del viaggio è a Cluj-Napoca:”capitale ungherese della Transilvania, la città più grande, più interessante per arte e musei…Quando nel pomeriggio visitiamo la città…associo all’istante Cluj-Napoca a Budapest: stesso stile che odora di oriente. L’Ungheria è vicina, Budapest lo è, mentalmente, più di Bucarest”. Aggirandosi nella piazza principale dove si tiene un vivace mercato, s’imbatte in uno stand di libri italiani. Conversa con il professore che l’ha allestito. È un giovane che, nei momenti liberi, dà una mano al Centro Culturale Italiano, da cui per via della crisi si sono dovute licenziare anche le segretarie. Ebbene: poiché, come si dice, da cosa nasce cosa, alla Rainieri che ha detto di sé e del suo libro sulle badanti, viene rivolto l’invito a tornare il prossimo anno, per la festa delle donne, a marzo. Così avviene effettivamente, dopo l’avallo della direttrice del Centro Culturale. “Ma porta le mimose, perché qui non ci sono”. Detto fatto. L’anno seguente Rainieri e marito ripartono a marzo, portandosi in aereo un gran mazzo di mimose comprate a Roma. Il mazzo arriva dopo un giorno e una notte di viaggio a Cluj-Napoca un po’ strapazzato ma tra l’entusiasmo delle molte donne presenti. Anche la manifestazione tenuta nel Centro Culturale ha successo. Si parla delle badanti e di altre cose. E la Rainieri si commuove quando una sua poesia viene letta da una studentessa del posto in un italiano corretto ma con la cadenza strascicata tipica della Romania.
Un viaggio in Romania, tra realtà, fantasia e utopia, Studia ed. Cluj-Napoca, 2014
Roberto Pagan