Passéte, di Francesco Granatiero: la maturità di un dialettale di grande valore

di Teresa Rauzino

Il nuovo libro di Francesco Granatiero («La maturità di un dialettale di grande valore», recita la nota editoriale dell’ultima di copertina) è intitolato “Passéte”, parola dal duplice significato di “passata”, cioè traccia, orma, usta, e di “passato”, ossia memoria. 

La intensa, penetrante e bellissima postfazione al libro porta la firma di Giovanni Tesio. Tesio con Franco Buffoni, Luciano Erba e Roberto Cicala forma il comitato editoriale della collana. Ma Tesio è anche lo scopritore, il massimo interprete e specialista convinto assertore, starei per dire testimone, della poesia di Granatiero. In effetti il noto critico, fin dal 1994, venne a Monte Sant’Angelo per parlare del poeta di Mattinata, in occasione dell’uscita del suo volumetto “Énece” (Nidiandolo), pubblicato da Campanotto con l’introduzione di Pietro Gibellini. Tesio venne allora sul Gargano – mi confida Granatiero – «per conoscere le mie tane grotte voragini (Cafúerchie irótte iréve)» e trovava conferma alla parola del poeta che gli additava ad una ad una per Sellino Cavola, sopra la necropoli di Monte Saraceno, tutte le piante che calpestava, pronunciandone il nome dialettale, quello comune e quello scientifico. 

«Dalla lontananza (e dalla memoria) – dice a ragione Giovanni Tesio – Granatiero ha estratto le vibrazioni di un tempo bambino, l’asprezza e il mistero di un rituale arcaico, di fatica e di magia. Nel correlativo di un paesaggio di grotte e di dirupi ha incontrato ansia e segreto, solitudine e tremore. Crepacci, strapiombi, tane, antri, ricetti, caverne, voragini, inghiottitoi, che conservano gli arcani di una civiltà primordiale. La storia di un paesaggio drammatico e dolce, aspro e materno, cuoio duro di una terra di pietre e di radici, di muricce e di ulivi storti al vento. Tutto il contrario di un’arte come fuga dall’emozione personale».

“Passéte”, sebbene distinto in tre parti (La passéte, La bbèlla nóve, La mala nóve) – dice ancora il critico – «interpreta il suo statuto di opera non addizionale: ossia di libro, non di raccolta». La prima sezione insegue la traccia, apre uno scenario, annuncia e sviluppa una poetica: la fame di terra che prorompeva in “Scúerzele” (‘Fuqualite’, Terra di selci) diventa qui metamorfosi dell’uomo in ulivo, come nei sonetti di settenari ‘Cúrpe’ (Tronchi) e ‘Lu lèbbre’ (La lepre). La seconda riprende, in parte rielaborandola, la buona nuova, l’annuncio protratto della nascita della sorella Rosanna. La terza evoca la mala nuova della sua tragica morte, mirabilmente congiunta al dolore universale suscitato dallo Tsunami. 

Nella poesia ‘in limine’ Granatiero dice: «Il cane che non trova / la traccia non prende caccia. / Chi non fiuta dietro // il cacherello della lepre / – dentro a ciò che è stato – / non è morto, non è mai nato» (La cacaròzze u lèbbre). Questi stessi versi sono dall’Editore posti in fondo al volume (dopo il sommario), quasi a sottolinearne una struttura a chiasmo.

Torna in “Passéte”, ancora e più insistente, la ‘vòuce annatavanne’, la «voce altrove» di “Scúerzele” (Spoglia), quella che «detta (ditta) tempi, ritmi, parole» di un fare poetico artigianalmente discreto, sorretto da un lavoro di scavo filologico e linguistico, che è sempre uno «scavare ‘dajindre’, ossia dentro di sé», un’archeologia della parola che è, prima di tutto – come evidenziato anche da Pietro Gibellini – «archeologia della psiche». 

«Lo studio metrico o metricistico è consapevolezza di una probità poetica necessitante», – sottolinea Tesio – evidenziando le qualità particolari del verso di Granatiero, delle sue paronomasie e apofonie, delle sue rime «giocate  con dissimulata variatio» nelle terzine del poemetto “La bbèlla nóve”, nelle quartine e nei sonetti di settenari, ora più frequenti (‘Veddecòuse’, Vitalba; ‘Jabbamínde’, Scherzetti; ‘Prescézza nzúnne’, Gioia in sogno; ‘Lu uéte’, Il guado; ‘L’arie’, L’aria).

Tesio parla, ancora, di corrispondenza perfetta di cosa e di parola. Corrispondenza che va oltre  la caratteristica intrinseca del dialetto. Qui si tratta di esiti raggiunti – come lo stesso critico scrisse altrove – «in forza di studio e di memoria». 

Libro denso, vivo, profondo, la cui parola è «ngènete che ce avvite / nd’a nnu libbre, nd’u nite / de ciappítte óu me sònne» («germoglio che si avvita in un libro, nel nido di scarabocchi dove sogno», ‘Ciappítte’, Scarabocchi), ma è anche vergogna per una colpa antica, per inquisizioni e imperialismi che oggi partoriscono follie integraliste: «Chi ce nzòure p’la mòrte / ce pigghie a ssecherdune, / ce sckande, ce schemmògghie… / ce scètte, vrevegnòuse, l’àneme / nd’u stírche de na cólepa andecòrie…» (Chi sposa la morte / ci prende di sorpresa, / ci scuote, ci spiazza… / ci getta, vergognosa, l’anima / nell’immondezzaio di una colpa antica…).

‘La passéte’ (l’usta) e ‘lu ppasséte’ (il passato) non sono che memoria, ma la memoria è tutto. Chiedetelo ai familiari di un malato di mente: «Sènza memòrie, píte / cíche, surde, sbauttune, / óu vé la vècchia vèdue?» (Senza memoria, piedi ciechi, sordi, vacillanti, dove va la vecchia vedova?, ‘La passéte’, L’orma).

Ma il passato è qui soprattutto dolore, come in ‘Sucuté’ (Inseguire): «Chi sucutèisce la passéte u lèbbre / è nu quéne che ce allécche la frite» (Chi insegue la pista della lepre / è un cane che si lecca la ferita).

Il ricordo degli asfodeli, però, anche se non li accendi, un poco ti scalda (‘Veluzze’, Asfodeli) e la chiocciolina «svavógghie» (sbavuglia), lustra d’acqua e di sole (‘Cambescènne’, Pascolando).

Il poemetto ‘La bbèlla nóve’, parte centrale del libro, fu già pubblicato in ‘Iréve’ (Voragine), nel 1995, quando la sorella del poeta era in vita, ma diventa qui non solo parte integrante, necessaria all’architettura del libro, bensì principio fondante, vitale, della sua ‘substantia’, in quanto – come lo stesso Tesio evidenzia – «tutto si tiene in una circolarità che resta radicata nell’intimità più profonda del dire poetico di Granatiero, fatta di calibri e richiami, di corrispondenze e citazioni interne» e il poemetto, che è la sezione più narrativa, ma non meno lirica, diventa qui il fulcro del «lirismo narrativo», l’occhio che si spalanca e illumina le altre due sezioni, forse più intense, compatte, dove lo scavare apre zone della psiche più oscure e dolorose.

La madre-basto e il padre-aratro; lo scorrere di luci e ombre, di assillanti ‘murèisce’ o fotogrammi; la confessione di strazianti scherzetti (Jabbamínde); il ricordo di gioie e privazioni, intessute di una sola rima o assonanza, dissimulata, in genere interna al verso, in “ ande o –anne”, come ‘Rosanne’, in ‘Cachille’ (Cachi); gli «occhi grandi» del bimbo dell’esodo iracheno in ‘Prescézza nzúnne’ (Gioia in sogno); l’invocazione a Virgilio, a Omero, a Dante e a san Francesco in ‘Cacaròzze’ (Cacherelli), perché aiutino il poeta a dire (e a lenire) lo strazio della tragica morte di ‘Bbèlle, tròppe bbèlle’ (Bella, troppo bella); la mala nuova di ‘L’arie’ (L’aria); la pena grande di ‘Nnanda l’úcchie’ (Davanti agli occhi); il timo, l’odore acerbo di memoria di ‘Tume tume’; il guado che divide il passato dal futuro e che si vorrebbe “traboccante” di cielo (Lu uéte); il niente e i porcellini di terra (Li purcedduzze); la seggiolina, la preghiera e l’attesa di una madre (La siggijòule); la sorella-corbello di vimini che si fa terra e germoglia in forma di rosa (La cruuèdde). 

Poesia, poesia e ancora poesia. Granatiero coniuga la vicenda personale con le parole-cose della nostra terra, dilatando l’orizzonte della povera lingua garganica fino a comprendere l’universale. 

Chiudo con Giovanni Tesio: «Nel segno della lepre – se vogliamo legare la soglia al congedo – non solo il poeta non è morto, ma non è mai stato così vivo».