Una cadenza sicura, memore dell’insegnamento della metrica latina, un dettato sapiente e un immaginario esteso, ricco di richiami alla mitologia classica, all’antichità vibrante delle sue trasposizioni letterarie, alla simbologia che deriva dalla consuetudine con gli arcani maggiori, un ricorso agile e senza timori a rime finali e rime interne, un altrettanto coraggioso uso di un lessico raffinato e talvolta distante dall’uso quotidiano, sia per la ricorrenza di forme rare, sia per quella di lemmi che derivano da linguaggi settoriali, in particolare per riferirsi a fenomeni naturali: queste sono alcune tra le caratteristiche più evidenti di Parva venena, opera con la quale Giovanna Amato ha vinto la prima edizione del premio “Achille Serrao” per raccolte inedite di poesia di autrici e autori under 40. Il titolo, formulato in latino, allude, come spiega l’autrice nella sua Nota, alla natura di pharmakon delle cose, al loro essere di volta in volta medicamento e veleno.
Perché i “venena”, le cose medicamentose e velenose, sono “parva”, dunque piccole? Perché in un procedimento compositivo che privilegia la sottrazione, il “levare”, la riduzione all’essenza, il bagaglio dei rimedi/ farmaci/ veleni necessari è diventato leggero e allo stesso tempo irrinunciabile. Esso si articola, nella raccolta, in tre brevi sezioni: Parva venena, Inno a Persefone, Cauterio.
Il mito si intreccia con il motivo della natura nel componimento iniziale, Circe, settembre 2019. Nelle due strofe, rispettivamente di dodici e sette versi, i colori e gli odori delle essenze arboree, delle alghe, del muschio, del canale, del mare, si alleano con il ricordo della maga Circe e dei sortilegi di questa, per restituire vita nuova al mito e incanto al paesaggio percepito con i sensi. Fa capolino la rima baciata e illumina i sei perfetti endecasillabi nei versi conclusivi.
Nella poesia che dà il titolo alla raccolta Parva venena l’io poetico si rivolge a un tu che si interroga e formula ipotesi per esortarlo ad avvicinarsi non quando il sole è alto nel cielo e porta con sé l’aura di un’emicrania, non nel cuore della notte con il suo carico di panico, bensì in uno dei due momenti di passaggio, l’alba e il tramonto, che custodiscono e liberano occasioni e promesse.
Nella poesia Arcani: l’Eremita il tu diventa la nona carta degli arcani maggiori, l’Eremita, appunto. Il filosofo, il sapiente, il maestro, ovvero le figure che si celano dietro la carta dell’Eremita, si riuniscono ancora una volta in un tu, un interlocutore al quale viene rivolto il quesito circa i ricordi comuni, per constatare, poi, che ciò che è stato, l’incanto e l’affabulazione, sono ora un riflesso che il sole che ferisce e il gelo che paralizza “strina” (verbo che ricorre in Pascoli e in Montale): «strina il riflesso di ciò che è stato o se/ il rimpianto o se il ricordo o se io ero solo/ un orologio di mirabile fattura/ e le tue parole solo una prova di bravura.» (p. 11).
L’antichità nella sua rielaborazione letteraria – penso in particolare al romanzo di Marguerite Yourcenar Le memorie di Adriano – assume il nome e le fattezze di Antinoo nel componimento che ha come titolo questo nome. Qui è il giovane «fanciullo dai polpacci di uccello» a rivolgersi all’imperatore (e non quest’ultimo che rievoca il primo, come avveniva nell’opera di Yourcenar).
Il rapporto amoroso comporta anche il dolore di quei venena al centro dei versi di Giovanna Amato in questo quaderno di poesie: «Tu, viso di sesterzio/ quante volte calcavo quell’ingresso/ come si espugna una provincia,/ cattiva un vallo, eredita un’insegna» (p. 16).
Anch’esso legato a un’ideale prosecuzione dei Frammenti di un discorso amoroso, l’opera di Roland Barthes che Giovanna Amato mette in rilievo nella sua Nota dell’autrice, è il componimento Mantova, settembre 2020, gli amanti di Valdaro. Il reperto archeologico il cui ritrovamento nella località di Valdaro presso Mantova nel 2007 suscitò curiosità e stupore – due scheletri del neolitico ritrovati abbracciati – è l’occasione per gettare una nuova luce sulla visione dell’amore: «convinta fino al cuore/ che amore sia un interro in un abbraccio/ oltre il torace/ un impelago di femori e di femori/ invischio/ di ginocchia/ e di ginocchia.» (p. 17). I termini inusuali e dall’attacco omogeneo, interro, impelago, invischio, si accordano per coinvolgere chi legge nell’abbraccio alla concezione amorosa che viene da molto lontano.
Nella sezione Inno a Persefone (Frammenti), dopo l’Intro di Demetra che invoca la bellezza a venire («Nelle viscose scatole dei ventri/ silenti si preparano le messi. E tu/ sii danza, sii splendore, sii natura./ Tu scorta ciò che viene. E tu perdura.» (p. 27), il discorso amoroso, tra interrogazioni, identità e conflitto, prosegue tra Ade e Persefone, tra Catabasi e Anabasi.
Dialogo, rievocazione, esortazione, proseguono anche nella terza sezione, Cauterio. Torna a colpire, come già rilevato nelle prime due sezioni, il sapiente intreccio, tra dinamiche relazionali e metafore che provengono dai regni naturali: «Luccicavi di una schiena boreale,/ ma eri agevole,/ evidente di esattezze puntualissime:/ dove facesse notte e dove rodere/ l’alburno per scrostarlo dal durame.» (III, p. 35). Non sfugge, inoltre, il legame tra l’alburno e il durame di questa poesia e «il resto di sequoia/ ritaglio del bastone.» del componimento a p. 15.
Anche i paesaggi urbani si caricano di una forza simbolica, tanto da contribuire in misura rilevante alla mitopoiesi dell’autrice, come mostrano, tra l’altro, i componimenti Roma, cripta dei cappuccini e Colombo.
Non si creda, infine, che la valenza simbolica, la predilezione per il mito classico confinino questa poesia in una nicchia elitaria. Non unico, ma senz’altro evidente esempio di smentita a chi volesse collocare Parva venena in una torre d’avorio, in fin dei conti innocua, è la poesia Scrutinio finale: «Noi scegliamo la penna, apriamo la finestra./ Qualcuno di noi è già stanco di giornata./ La preside gestisce la schermata/ e io il verbale.// E un giorno voi sarete più alti dei vostri padri/ disperderete i vostri cromosomi/ ricorderete due di tante frasi/ che vi dicemmo, un giorno.» (p. 21).
Giovanna Amato, Parva venena, Cofine 2025
