Pagine bianche di Franco Ciarelli 

di Nicola Fiorentino

 

Mi giunge un libro senza titolo e senza autore. Son tutte pagine bianche, fuorché la seconda e la terza di copertina con un intervento di Ivio Marongiu. Su, in alto, a mo’ di esergo: È il pensiero che scrive / nelle pagine bianche di un libro senza pagine… È un pensiero dell’immaginario collettivo / È una storia straordinaria che si scrive.

Poi, un bigliettino: “Gentile prof. Fiorentino, le invio queste Pagine bianche sperando che lei possa considerarle per quelle che sono: il rifiuto della Parola di dire della realtà e della vita in un mondo abbandonatosi al frastuono della chiacchiera. Cordiali saluti. Franco Ciarelli”.

Il mittente è un poeta lancianese.

Un pensiero dell’immaginario collettivo? Già. Ma che cosa vogliamo scrivere su queste pagine, vuote come le giornate che ci passano accanto silenziose e inutili, mentre fuori bruciano le foreste, frana l’intero Paese, si ciancia di Mes, di TAV, di ponti sullo Stretto, i poveri son diventati più poveri, i ricchi più ricchi e non vogliono pagare le tasse? Tantissimi hanno perso il lavoro. “Prima della pandemia a Roma distribuivamo 7.500 pasti al mese – spiega Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio -, ora siamo a 19.000 e dovremo arrivare a 50.000”. Succede anche a Milano. “Sono raddoppiate d’un colpo le persone che si rivolgono a noi – dice Luciano Gualzetti, direttore della Caritas Ambrosiana -. Prima venivano soprattutto gli anziani, oggi arriva una moltitudine di persone che viveva di piccoli lavori spariti”.

Le disuguaglianze aumentano. Dice Achille Occhetto nel suo ultimo libro – Una forma di futuro. Tesi e malintesi sul mondo che verrà – che l’uguaglianza di fronte alla legge non è sufficiente, è imperfetta: “Le differenti dolorose esperienze di questi giorni negli ospedali e nella società intera ci fanno sentire e vedere tutta la sofferenza che proviene dalle diversità delle condizioni di partenza… È molto diverso, infatti, rimanere rinchiusi in un tugurio o avvolti da un cartone alla stazione centrale e starsene in un bell’appartamento con due bagni”.

Si dice che, dopo questa pandemia, nulla sarà come prima. Bah! Figurati se i potenti non faranno sacco e fuoco pur di non mollare l’osso e di tornare alla pacchia di prima! Nulla sarà come prima se all’égalité e alla liberté si aggiungerà una buona volta la fraternité. Dunque, nuove istituzioni fondate sulla solidarietà. In questo sono d’accordo l’uomo della Bolognina e papa Francesco (un altro “comunista”!) con la sua enciclica Fratelli tutti.

Lei, caro Ciarelli, mi chiederà cosa c’entri tutto questo con la poesia. C’entra. Perché la poesia odierna o è chiara ed insipida (quella della Neo-Arcadia, come la definiva Ottaviano Giannangeli) o è astrusa e urticante. In tutti e due i casi poesia fuori tempo massimo. Ovviamente, ci son pure felici eccezioni, ma non sono moltissime. Il bluff di un mallarmismo da sfaccendati sta durando da troppo tempo. Certo, se vera e genuina, la poesia è eterna ma, insieme, è sempre figlia del suo tempo. E, dunque, che ne diresti di una poesia che si faccia profezia di un nuovo mondo, fondato sull’ideale della fratellanza? Utopia? Ma non è essa stessa utopia, la poesia? E non è stata sovente, ancor prima della filosofia, annunziatrice di mondi nuovi, che poi si sono inverati?