A gennaio 2026 (Edizioni Interno Libri) è stato pubblicato l’ultimo libro del poeta Alessandro Trionfetti.
Il libro
Oscilla la notte è un libro che attraversa il presente come un campo instabile, un territorio in cui la materia del mondo – politica, lavoro, violenza, linguaggio, memoria – entra in collisione con l’esperienza individuale. Alessandro Trionfetti scrive da un punto di equilibrio precario: la notte, appunto, come spazio mentale e storico in cui nulla è fermo, nulla è pacificato. I testi oscillano tra visione e cronaca, ironia e disperazione, riflessione civile e improvvise epifanie quotidiane. La voce poetica si misura con i grandi eventi e con i dettagli minimi, con il disastro collettivo e con la fragilità del corpo, con la lingua logorata dall’uso e la necessità di rimetterla continuamente in gioco. Ogni poesia è un tentativo di resistenza: contro l’assuefazione, contro la semplificazione, contro l’idea che il linguaggio non abbia più forza. Ne emerge un libro teso, mobile, attraversato da immagini potenti e da un pensiero inquieto, che non offre consolazioni ma chiede attenzione. Oscilla la notte invita il lettore a sostare in questa instabilità, a non distogliere lo sguardo, a riconoscere nella poesia uno spazio ancora vitale di interrogazione e di confronto con il reale.
L’autore
Alessandro Trionfetti (Roma, 1969), insegnante, è autore di romanzi, poesie e testi per il teatro. Dalla fine degli anni novanta ha scritto articoli di argomento letterario e linguistico per diversi giornali e riviste. Ha pubblicato le raccolte poetiche Batterie, Campo aperto, Sottotraccia (Finalista Carver 2018), Algoritmi lirici (Premio Carver 2019), Makako jazz (Secondo Premio Sigillo di Dante 2020), Tempo d’incedere, Meno di un metro, Ruderi (Finalista al Premio Pagliarani 2023 e al Premio Firenze 2024).
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In questi pochi giorni in malattia
Mi sono massacrato di poesia
Ho letto tutto il possibile, anche assurdi
Testi di teoria. Il letto è un campo devastato
Di libri, copertine, fogli, penne, custodie. Le facce
Dei poeti mi guardano come in una scena
Di un film. Che fame avevo. Dalla finestra
La città è sparita. Che slancio inaspettato, che agonia:
Ho avuto il mondo intero tra le dita.
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Le macchine che scendono a folle
E quella davanti con un tasso al volante
E accanto un babbuino truccato, questa giovane
Donna con sguardo e mento affilati adatti
Ad una attrice berlinese degli anni trenta e
La signora, sull’autobus, con la faccia di cuoio
Rugosa e la bocca sporgente col rossetto
Che quasi tocca il naso, quei tre che entrano
In chiesa, corpulenti, in tuta grigia, un padre
E due fratelli, tutti e tre con una busta
Della Upim, e quei due ragazzini che fanno
La parte dell’uomo esperto e della donna capricciosa,
Vedi, mi dici, non (mi) tirano più, e a dirtela
Tutta, aggiungi, non mi tira più neanche la fica, e che
Ti tira? allora dico io, l’uccello, dici tu, ed esplodi
Fragorosamente dentro un bicchiere di bianco, che stronzo
Che sei, dico io, e tu, non fare l’intellettuale di sinistra, e aggiungi
Perché quella eh? guardando la cameriera che passa, sei
L’ultimo galletto degli anni Ottanta, dico io, con
Questo nome che ti ritrovi, Amleto, e la camicia di lino rosa.
Sarà, ma al porticciolo non possiamo andarci
Per il caffè, ho il daspo, per la storia della figlia
Del barista.