Giuseppe Zoppelli ha riunito in
Questa indagine, che vuol essere “un rabdomantico strumento alla ricerca, selezionatissima, delle fonti della nuova poesia in friulano”, guarda ben oltre i confini locali, dal momento che il Friuli è stato nel Novecento “al centro per due volte di un cambiamento e rinnovamento della poesia dialettale nazionale”, prima con Marin e Giotti, poi con Pasolini, ampiamente citato poiché a lui sono ricondotti diversi aspetti della poesia dialettale degli ultimi decenni, quali la contemporaneità con la poesia italiana ed europea e l’utilizzo di una lingua periferica priva di una tradizione letteraria. E proprio due avvenimenti del 1975 (la pubblicazione de La nuova gioventù e la morte di Pasolini) e del 1976 (il terremoto, con le drammatiche fratture nel territorio e nella società, e la pubblicazione di Tiare pesante di Giacomini) hanno segnato “lo spartiacque più rilevante della poesia in friulano”.
Un aspetto molto interessante del lavoro di Zoppelli è la costante apertura dell’orizzonte critico, nel senso di considerare la poesia in friulano come fulcro per fissare e approfondire le finalità della poesia tout court nell’attuale società, tra fine secolo e inizio del nuovo millennio. Pur evidenziando le particolari caratteristiche di ogni autore, Zoppelli rintraccia alcune linee comuni (una marcata impronta etica, l’attenzione per gli ultimi, la coscienza storica, uno sguardo sul mondo che è anche interiorità, un uso consapevole della propria lingua…) di diverse scritture che si rapportano alla realtà e cercano le parole più consone per comprenderla e rappresentarla. Questo “ampio spettro di posizioni socio-linguistiche” della migliore poesia friulana si è dimostrato uno strumento di svecchiamento e di rovesciamento dei valori dell’immaginario localistico e tradizionale. E l’autore invita i poeti ad accogliere la sfida di ridefinire il concetto di identità, se si vuole creare una nuova cittadinanza fondata sull’ethos e non sull’ethnos. A soffermarsi, più che sul tema della fine dei dialetti, su come costruire un plurilinguismo in cui il dialetto possa “giocare un suo ruolo in questo processo di creolità identitaria, linguistica”. Se la poesia “è lo strumento che accorda la lingua”, la specificità recata dalla poesia in dialetto (fiorita in terre periferiche o di confine, deve necessariamente aprirsi e confrontarsi con l’altro e l’altrove…) può risultare molto utile in questa contemporaneità dove si confrontano regionalizzazione e globalizzazione: “La migliore poesia neodialettale, o postdialettale, ci ha insegnato che il mondo moderno, o postmoderno, si può nominare anche con le parole antiche di rustiche parlate, senza che esse stonino, tanto più in tempi in cui dominano nella lingua eufemismi e neologismi, spesso frutto di cattiva coscienza”.
Oru puor non comprende sezioni antologiche, ma Zoppelli riporta sempre molti riferimenti testuali: le tante citazioni servono a mantenere un continuo dialogo con l’autore e un vivo interesse per il suo intero percorso poetico, seguendo criteri metodologici tali che la trattazione teorica non prevarichi, ma assecondi l’emergere degli elementi tematici e stilistici più rilevanti dal cuore della poesia stessa. Sono circa venti gli autori approfonditi (tra i quali Giacomini, Cappello, Vallerugo, De Biasio, Tavan, Vit…), ma sono moltissimi gli scrittori citati (e appartenenti a diversi ambiti culturali), così che il discorso sulla poesia diviene un punto di osservazione privilegiato sul presente, indispensabile per orientarsi e portare avanti istanze non solo letterarie, ma di civiltà e convivenza. Zoppelli non teme di essere fedele a una critica “militante” dove chiarezza espositiva, stile argomentativo e “conflitto delle interpretazioni” sono tratti distintivi di una passione per la letteratura e di un’etica fondata sulla parola. Per concludere “sulla scia di Pasolini (…) tutte le lingue quando diventano poesia non sono mai minori, nemmeno minoritarie, ma universali”.
pubblicato il 9 dicembre 2015