Opera incerta di Anna Maria Curci

Recensione di Vincenzo Luciani

 

Ho letto avidamente (e poi riletto) Opera incerta (L’Arcolaio 2020), l’ultima raccolta di Anna Maria Curci, sottolineando e facendo orecchiette alle pagine con le poesie che via via mi coinvolgevano maggiormente e ripromettendomi di scrivere in una nota le motivazioni di invito alla lettura di questo bel libro. Perché a questo, in buona sostanza, deve servire una recensione.

Nella prima lettura ho evitato di leggere la postfazione di Francesca Del Moro, poeta e critica che stimo molto, per non lasciarmi condizionare nella lettura dei testi e che in seguito ho letto ed ammirato.

Mi sono invece soffermato sulla Nota dell’Autrice perché sono convinto che quando un poeta parla della sua opera bisogna spalancare le orecchie e mettersi all’ascolto. In particolare quando si tratta di poeta che non scrive e pubblica di getto e conosce la virtù indispensabile e irrinunciabile di un buon poeta: la pazienza, accompagnata dall’arte, e dalla sapienza costruttrice, che dà solidità all’impianto di un libro, come questo, solido e maturo, in cui le “pietre” poetiche pur “diseguali” sono state selezionate e poi interconnesse con sapienza artigianale che bada alla sostanza senza trascurare la bellezza.

Entriamo nella sua bottega e sorprendiamola all’opera con queste due poesie (ma riferimenti a questo proposito sono in molte parti:

Ascolta, su, porgi l’orecchio / dirama la conversazione / traduci e chiedi, leggi e annota, / discerni e associa sotto il cielo. (p. 26);

dosi massicce di sopportazione / sordina a false rivendicazioni / sguardo rivolto al cielo o a un filo d’erba / un libro spalancato o uno spartito (“Kit di sopravvivenza”, p. 51)

Fra tradizione (rispetto, lettura e comprensione dei maestri) e traduzione (compenetrazione e riappropriazione di testi poetici) e perenne ascolto e studio delle voci più interessanti della poesia di ogni tempo e luogo è questo l’incredibile lavoro in cui è immersa straordinariamente Anna Maria Curci e questo libro ne è testimonianza piena.

leggere versi all’alba / salutare maestri / nel vento freddo  / dell’oscuramento  // spogli di scuse / fronzoli intrisioni // è luce    dopotutto (p. 32).

Tutto è già stato detto? Non lo so. // Più degli omissis temo le omissioni, //  le sommosse mancate contro l’inanità (“Traducendo ‘Sic transit gloria mundi’ di Czechowski”, p. 39).

Il suo impegno civile contro “brutalità, oblio, menzogne, triade elevata a esercizio di potere” è costante nella poetica di Anna Maria Curci ed è presente, scevro di enfasi retorica, anche in quest’opera, aperta al mondo, e non reclinata sul proprio ombelico (come spesso accade tra i poeti d’oggigiorno). Anna Maria Curci è giustamente allarmata sull’incertezza del nostro domani e dell’avvenire del mondo (vedi la poesia di Marie Luise Kaschnitz. “È ancora incerto”, che conclude la breve Nota dell’Autrice la quale, non solo valente critica, ma anche critica spassionata di se stessa), commenta: “Poesia come veglia, quesito costante, costruzione di senso, coesistenza delle diversità: opus incertum?”

Premesso che la silloge è ricca, ben costruita e compatta, esprimo una preferenza per i testi della sezione “Mnemosyne”, con una preferenza per “EUR (eucalipto, un ricordo)”, a p. 55, che magnificamente la apre e di cui invidio il verso: “con il mare nel naso” di quei bambini in festa, fieri dell’albero piantato dal padre le cui fronde risuscitano le onde marine.

Molto toccante, a p. 68, nella poesia “2 agosto 2015” il ricordo dello zio ferroviere e della strage avvenuta, in quel tragico e mai dimenticato 2 agosto 1980, alle 10:25, alla stazione ferroviaria di Bologna Centrale, in cui l’affetto profondo è “contenuto” in “quel dannato ritegno all’espansione” che caratterizza/va la gente del sud. Associato all’8 di settembre 1943, che rivive attraverso gli occhi di sua madre e di cosa balzava col terrore nel suo animo, è quel drammatico frangente della nostra storia (a p. 63). Indimenticabile anche l’orgoglioso ricordo del nonno ambulante che mi ha riportato alla mente Rocco Scotellaro e la sua Lucania: Era ambulante nonno, / il padre di mio padre. / Con le pezze di stoffa / traversava i calanchi. // Serbo la discendenza / come viva memoria, / sudato testimone / della lampada accesa.

La rimemorazione di Curci non si limita alla sua cerchia familiare – per quanto interconnessa con vicende della nostra storia – ma si estende a personaggi come Gramsci (a p. 62) presso la cui tomba, nel cimitero acattolico, A.M- Curci, sosta pensando ai suoi scritti, “al tempo, ad altre soste”). Rievoca la strage di Sant’Angela di Stazzema “a voi che vivete ignari” (a p.64), dedica a Dietrich Bonhoeffer la poesia “Di grida omesse e canti gregoriani”, con l’invocazione finale: Sia umano il canto, voce dei sommersi.

Molto importante per l’Autrice appassionata componente di un coro nel suo quartiere sono il canto e la musica, presenti nelle poesie “Sorridi dico”: canta il tuo canto sorridendo (p. 25); in “Controcanti” (p.30) che dopo l’apertura scanzonata: Bau bau baby mi viene da cantare (…) ci mette a parte dell’importanza vitale per lei della musica, anche e soprattutto di quella dei versi: Leggo la musica della pazienza, / talvolta inciampo sulle biscrome / e all’improvviso, ecco: cadenza (…); in “Cade il suono” a p. 41; nel già citato “Kit di sopravvivenza”; e per finire ne “Il canto di Ischitella” (a p. 84) che trovo straordinaria ad ogni rilettura.

Musica e canto sono anche eredità paterna e materna come confessa l’autrice in “Giungo da un sogno altrui” (peraltro in rima alternata): Inseguo ancora, sai, / vostri sguardi e pensieri / e Madame Butterfly / che cantaste, leggeri.

Spero vivamente di avervi trasmesso almeno qualcosa del mio godimento di questo libro per la cui pubblicazione Anna Maria Curci non ha “avuto fretta” (le poesie sono quelle di circa un decennio di fatica: 2008-2019), frutto di un’attesa protratta e che – come avviene per le poesie non banali – ci riserva una sfida: Tu prova a decifrare / linee forme colori. / Della sciarada resta / l’anelito, l’attesa (p. 23, “Avvistamenti”).

 

 

Anna Maria Curci è nata a Roma, dove vive e insegna lingua e letteratura tedesca. Suoi testi sono apparsi in riviste, in antologie e su lit-blog. Con Fabio Michieli condivide il ruolo di caporedattore del blog letterario “Poetarum Silva”.  Nel 2011 ha pubblicato la raccolta Inciampi e marcapiano; dal 2012 è nella redazione della rivista trimestrale Periferie, diretta da Vincenzo Luciani. Dal 2014 cura per il sito Ticonzero la rubrica aperiodica “Il cielo indiviso“. Del febbraio 2015 è Nuove nomenclature e altre poesie (casa editrice L’arcolaio, collana Fuori collana); Nei giorni per versi (Arcipelago itaca) è stato pubblicato nel mese di ottobre del 2019. Ha pubblicato in rete traduzioni da testi di diversi autori, prevalentemente di lingua tedesca. Sono pubblicate in volume dalla casa editrice Del Vecchio sue traduzioni di poesie da: Lutz Seiler, La domenica pensavo a Dio / Sonntags dachte ich an Gott (2012), del romanzo Johanna di Felicitas Hoppe (2014), di poesie da: Hilde Domin, Il coltello che ricorda (2016).