Opera incerta di Anna Maria Curci

Recensione e scelta di poesie di Maurizio Rossi

“di nuovo sfugge/ balenata d’incanto/ significanza” Opera incerta per eccellenza è la Poesia, non per essere indefinita o indecisa; ma per  l’incanto che la illumina, per il rispetto che la anima, per i molti significati che contiene, a volte sconosciuti anche a chi la scrive, anche ad Anna Maria che intitolava la precedente raccolta “Nei giorni per versi”: a dire un incedere consueto nel fare e disfare, che lega la poeta alla vita. Legame, appunto, che, senza esprimere paradossi, dice la necessità del comporre versi “mentre qui aspetto /mi si accosta il silenzio/ e suggerisce”; ma indica anche il luogo, dove ci si ferma attendendo, dunque rinunciando ad ogni altra attività, pur necessaria e nobile.

E se Anna Maria non trova per vivere quest’attesa una “stanza tutta per sé”, la inventa “in fogge disadorne eppure piene” con un ramo di ligustro a indirizzare lo sguardo sul mondo; e non è indifferente che il liquido estratto dalle bacche di questo albero sia un indicatore di acidità o di basicità, e certamente non lo è per la Poeta, così attenta alla sostanza – “sempiterna gioia del vero” lo sguardo, poi, è vitale tanto quanto lo “scostare le cortine” e “sfondare i tramezzi in truciolato/…sopportare il peso d’esser sale”; perché la poesia di Anna Maria è impetuosa e trattenuta per non ferire, lirica e sferzante, nordica e mediterranea.

Così convivono nella stessa poesia (Birkenau 24/10/2012) i versi finali “Non sediamo sui fiumi a Babilonia/ ma il nostro pianto è in piedi e scuote il vento” e “Al crematorio due, al lato opposto/ del suo “Sonderkommando”, il suo ricordo: dov’era, Slomo, ai giorni, Shekinah?” senza che il drammatico lirismo dei primi, stoni con il grido di dolore evocato dal libro di Slomo Venezia, uno dei sopravvissuti: dov’è la presenza del Dio vivente nell’inferno del lager?

Penso a quanto possa essere doloroso per lei, studiosa e amante dello spirito e della cultura germanica, l’ignobile spettacolo di quell’aberrazione di una parte del popolo tedesco!

E ancora un altro esempio “Scandisci cifre invece, smaschera menzogna./ Sia umano il canto, voce dei sommersi”, dove la durezza dell’accusa muta in un invito al canto, che dia voce a tanti morti sconosciuti: e viene da pensare alle centinaia di “sommersi” nel vero senso della parola, nel mare nostrum.

La Poesia di “Opera incerta” scaturisce da “il cuore del pensiero” che solo la madre può donare, come ha donato la vita; inseguendo pensieri che nel canto rievocato si fanno leggeri, mentre un ciliegio, col duplice cromatismo del bianco dei fiori e rosso dei frutti (anima e carne, purezza e passione?) appare ornamento e risposta per sciogliere i dubbi e le corse.

Ma non basta l’ascolto, il tradurre, il leggere, il chiosare, se non “discerni e associa sotto il cielo”: cioè, necessita un lavoro di separazione e unione, svolto più o meno consapevolmente “sotto il cielo” in un orientamento esistenziale ineludibile, dovuto sia alla forza universale di gravità sia al desiderio che tende a sfuggirne, in una “singolar tenzone” che rende “opera incerta” la nostra esistenza.

Così è la Poesia di Anna Maria, da una riva all’altra, finché “riprende il volo la speranza”: la gravità è vinta con un “tenue e tenace sogno solitario”che non si arrende, pur chiedendosi “Restituire è rendere?/ Restituzione è resa?” Leggendo la silloge, penso che oltre questo legittimo dubbio, la Poesia sia allo stesso tempo “restituzione” e non arrendersi al dubbio.

 

Così va azzurro l’oggi

 

Così va azzurro l’oggi

non cerco altre parole.

Si affacciano discrete

se offrono riparo.

 

Sui sentieri interrotti

non portano salvezza

rabberciare non sanno.

Duetta l’ombra con la luce.

 

 

Iris indaco

 

Tenue e tenace sogno solitario

iris indaco aroma della cerca

ombroso nella prole variopinta

bivio tra sensi desti e l’oltremare.

 

Ti invoco ancora e già torna la sera.

Distendo le narici rattrappite

da frenesie, di smerci afrori spicci.

Aspiro e al fondo guidi l’immersione.

 

Tu rannicchiati dentro l’anagramma,

cerca lo schermo, cerca il nascondiglio.

Pure ti scoveranno, non badare

alla torma dei cani, avido strazio.

 

 

 

In memoria

 

tutto sgomenta

nel giorno del distacco

da voci care

 

una diceva

“poesia salva la vita”

e non capivi

 

il fondo doppio

del sorriso

della frase amuleto

 

di nuovo sfugge

balenata d’incanto

significanza.

 

 

 

A Gramsci

 

E qui mi fermo sempre

            penso ai tuoi scritti

            al tempo          ad altre soste.

 

Anni addietro lasciammo i nostri segni

            scansate foglie

            sospese le parole.

 

 

 

Cade il suono

 

Cade il suono

come il tonfo di un remo

nel silenzio.

Non ha dita

le aveva forse un giorno

solo accenna

 

pianoforte

tastiera immaginaria

dipartita.

 

 

Anna Maria Curci, Opera incerta, Ed. L’Arcolaio, Forlimpopoli (FC) 2020

 

 

 

Anna Maria Curci è nata a Roma, dove vive e insegna lingua e letteratura tedesca.  Con Fabio Michieli condivide il ruolo di caporedattore del blog letterario “Poetarum Silva”.  Nel 2011 ha pubblicato la raccolta Inciampi e marcapiano; dal 2012 è nella redazione della rivista trimestrale Periferie, diretta da Vincenzo Luciani. Dal 2014 cura per il sito Ticonzero la rubrica aperiodica “Il cielo indiviso“. Del febbraio 2015 è Nuove nomenclature e altre poesie ; Nei giorni per versi  è del 2019. Ha pubblicato in rete traduzioni da testi di autori, prevalentemente di lingua tedesca. Sono pubblicate in volume dalla casa editrice Del Vecchio sue traduzioni di poesie da: Lutz Seiler, La domenica pensavo a Dio / Sonntags dachte ich an Gott (2012), del romanzo Johanna di Felicitas Hoppe (2014), di poesie da: Hilde Domin, Il coltello che ricorda (2016).

 

 

 

Maurizio Rossi