Ombretta Ciurnelli: gí e ní

Recensione di Maria lenti

 

gí e ní: ultima raccolta poetica nel dialetto di Perugia di Ombretta Ciurnelli, dopo Badarellasse nelle parole, abbecedario di acrostici (2007), L’arcontastorie (2009), Si curron le formiche (2010), La città del vento (2013) segnalata al “Sandro Penna”, oltre a studi critici e a testi teatrali.

L’espressione gí e ní, presente in tutte le XXV poesie, rimanda per esattezza la locuzione “andare e venire”. Dal dialetto all’italiano il movimento si articola, però, in risvolti sottili a livello semantico e, via via, si caratterizza nella testualità: di volta in volta sarà “viavai”, “tremolìo”, “dondolìo”, “girare”, “vaevieni”“scorrere”, “baleno”, “attimo”, “volgere”, “fluire”, “lampo”, “volteggiare”, “affanno”, “alternarsi”, “vivere”.

Allora, una constatazione sulla resa in lingua del dialetto e sulla ricchezza delle due lingue: la prima, contratta, cattura in una espressione tutta una gamma di significati e di sfumature. Si riscontra la stessa declinazione anche in altri dialetti, mentre non di rado sarà il dialetto, invece, a diversificare in tante parole un’unica parola in lingua. Ricchezza reciproca. La polisemia nelle lingue non ha confini. La stessa Ombretta Ciurnelli ha approfondito tale aspetto, traendone lo studio da poeti differenti, nel suo Lingue allo specchio. Poesia in dialetto e autotraduzione (2019). Discorso, dunque, che implica confronti e comparazioni e riflessioni altre e alte, rispetto a questo mio scritto.

Tornando a gí e ní vi si incontrano il quotidiano e il tempo edace, l’eco emotiva del vissuto e della memoria, la fibrillazione di una gioia pur breve, il senso della vita, della propria esistenza, sospesa tra un desiderio e il freno sulla sua strada, tra un agire che incontra un “sì” e, talora, un “no”, tra il passo fatto e il suo fermarsi necessario o indotto. Quasi in controluce, (qla languizzione fina / quann’è stata? – quel languore sottile / quando è stato?, XIX) per quel riverbero còlto nelle cose, nel proprio intimo, nell’esteriore, nel riproporsi di reiterazioni sia cercate sia spontanee.

Così, dunque, gí e ní racchiude, dilata e restringe il tempo e il tempo soggettivo, avvertendone disappunto (XI), sapienza (XVII), mistero (XII), illusività (IX), apertura memoriale (XXI), stupore (X), interrogazione: ch’avrà volsúto dí / la bilimbenza / quan che nti passe / sigura nunn’éva // (quil gran gí e ní e ’ntól gòito / ch’avrà volsúto )?, III – che avrà voluto dire / l’altalena / quando nei passi / sicura non era // (quel gran dondolìo nel vuoto / che avrà voluto dire)? -.

E, pertanto, Ombretta Ciurnelli si affianca ai poeti italiani che nel dialetto hanno posto il loro sentimento del tempo e delle vicende e degli andirivieni dell’esistenza nel suo essere concreta e nello stesso tempo inafferrabile perché ineffabile: a cominciare, per restare nel secolo a noi più vicino, da Biagio Marin e da autori di Romagna del secondo Novecento, fino ai più recenti e contemporanei ospitati, limitando gli esempi, nelle edizioni Cofine, Interlinea, puntoacapo, Moby Dick del rimpianto Giovanni Nadiani, in estensione a molti di quelli antologizzati da M.Cohen, V. Cuccaroni, G. Nava, R. Renzi, C. Sinicco in L’Italia a pezzi (2014).

 

Pubblicata su: Literary nr. 2/2021