N’zuppilu n’zuppilu, di Giuseppe Condorelli

Recensione di Maria Gabriella Canfarelli

Un modo di dire, N’zuppilu n’zuppilu, (Edizioni Le farfalle, 2016), la cui accezione corrente, ‘a poco a poco, lentamente’, il poeta catanese Giuseppe Condorelli declina in sgocciolìo, stillicidio, mutamento quasi impercettibile del corpo nel tempo/spazio che si conclama nei rituali, nelle abitudini d’una domesticità colma di trasalimenti e silenziose devastazioni.

Simulia./Mi vagnu./N’zuppilu n’zuppilu./ me matri/mi fa n’zinga/ di trasiri:/no so’ munnu/ non chiovi/mai /(…). Pioviggina./ mi bagno./Goccia a goccia./Mia madre/mi fa segno/di ripararmi:/nel suo mondo/non piove mai. Tanto la fine pioggerella, lenta e costante, di consistenza granulare (simulia rimanda al vocabolo italiano semola) quanto l’avvertimento non verbale della madre (terra da cui germina la vita) rappresentano la nudità dell’esistenza al cospetto del tempo, il cui peso e impronta si vedono allo specchio, quando ci si pone davanti e si stenta a riconoscere le proprie fattezze, i lineamenti del viso (dda vota ca mi taliu/canusciu cchiù i robbi/ ca a me facci); solo dai vestiti (i robbi) è data una qualche certezza che l’io riflesso è il proprio io; tuttavia, dell’identità che si riconosce dall’involucro, nella vestizione, emergono segnali di spaesamento e disagio.

Tra le fidate pareti domestiche, dai gesti e dai pensieri quotidiani nasce una sorta di dialogo intenso e lucido tra sé e sé che non esclude, tutt’altro, il colloquio con le familiari presenze/assenze. La parola scarna e compiuta di Giuseppe Condorelli condensa attimi esistenziali tanto del passato che del presente (Semu chistu/sta carni astruppiata/l’ossa auttati/l’occhi mucati/ppi non vidiri/u scuru arredi i potti (Siamo questo/questa carne martoriata/le ossa svogliate/gli occhi cisposi/per non vedere/ il buio dietro le porte); è presa d’atto della nostra finitezza nei versi dedicati a I motti mi taliunu /di sgallengiu/ ‘i sentu ammummuriarsi/ammenzu i petri/e mi parrunu/ na negghia di paroli/ ca è sulu limarra/intra a me testa (I morti mi guardano/torvi/ li sento bisbigliare/in mezzo alle pietre/ e mi parlano/ una nebbia di parole/ che è solo acqua e terra/ dentro la mia testa).

L’immersione nella sfera del privato, nel nucleo sentimentale è sorvegliatissima, sorretta dalla ragione e da interrogativi cogenti e universali: Chisti su i jorna?/ L’opiri?/ U munnu? (Questi sono i giorni?/Le opere?/Il mondo?); da domande sapienziali sull’essere materia (corpo/ mente): sta sustanza / ca ni mancia /e ni leva u ciatu (questa sostanza che ci rode/ e ci toglie il fiato); dalla consapevolezza della necessità di avere un appiglio, tanta pacenzia sulu/ p’arristari/vivi, resistere alle gocce erosive del tempo; consapevolezza della necessità, peraltro, della parola, di parole d’amore: mi chiovi u munnu/ su non parri. /Aoggi è bbonu/agghiorna prestu/intra/ i’ to razza. // Attagghiu a tia/non finisciu mai (mi piove addosso il mondo/se non parli./Oggi è bello/fa subito giorno/dentro/le tue braccia.//Vicino a te/non finisco mai).

Maria Gabriella Canfarelli

 

Giuseppe Condorelli (Catania, 1963) insegna Lettere nella scuola superiore. Si occupa attivamente di poesia, critica letteraria e teatrale. Un suo testo per Marco Nereo Rotelli, è stato pubblicato ne “L’isola della Poesia” (Convegno Edizioni Quaderni dell’Isola, 2003).Ha ideato e curato rassegne di Incontri con l’Autore e kermesse d’arte in collaborazione con la Cattedra di Plastica Ornamentale dell’Accademia di Belle Arti di Catania e l’Associazione Culturale Interminati Spazi. Nel 2008 ha pubblicato “Criterio del tempo” (I quaderni del Battello Ebbro) e nel 2013 ha curato per l’Almanacco Internazionale di Poesia edito da Raffaelli il “Quaderno” dedicato alla poesia oggi in Sicilia.