Derivato dall’Arabo “nuwwar” – fiore, germoglio – nuàra assume in dialetto siciliano il significato di orto, o meglio, terreno delimitato e coltivato ad orto e regolarmente irrigato.
In questa pubblicazione, l’Autrice unisce una precedente raccolta “Ferri vruricati” (arnesi sepolti) e “nuàra” appunto, orto: in un simbolismo- uno dei tanti a lei cari – dello strumento-seme che produce frutto, sepolto dentro la terra e riemerso per lavorarla. Mi pare che qui affiori anche un altro aspetto della poesia della Sardisco: i quattro elementi della filosofia presocratica, terra e acqua (la coltura), aria e fuoco (suono-parola e suono emozione), variamente mescolati, nel sole di Sicilia asciugati e purificati da ogni costruzione e versificazione superflue.
“parlare di creta/ sembrerebbe fondiglio//ma quando trova un nuovo assetto sale/e allora è lievito/ è aria maledetta/che sa farsi fiore” che diventa nel dialetto dell’Autrice, appoggiato a quell’ultimo suono dolce e discreto, “parrari ncrita/ parrissi funnurigghia//ma quannu s’arrisetta acchiana/ e allura è u lèvitu/è aria maliritta/c’addiventa ciuri”
Per lei, la parola è sostanziosa e lievitata, anche fuori dal coltivato zampilla dalle sorgenti e, nominando – vocabolo frequente in nuàra – dà sostanza al fare; la poesia così composta è densa come creta, plasmata con impegno perché crei polpa e sapore, ritornando alle radici dell’Umanità, dove pensiero e azione, cura e attesa, memoria e presente sono gli alimenti insostituibili che offrono sostanza e ragione all’esistenza.
“questi sono i giorni dati/le gambe il fiato il feudo/e il cammino è correre/ per sfuggire alla fiumara”: c’è un’urgenza nella poesia della Sardisco, conseguenza di un trangugiare ogni visione ed emozione, senza perdere nulla; spesso, quest’urgenza mescola forme e simboli e porta a seguire la Poeta nel suo cammino.”scegli il refe pulito/ e nomina il frumento dei terrazzamenti/ che vacilla se nessuno lo chiama/…scegli il refe più forte/ cuci tu- prendi tu cura/ di esibire il seme, accompagnarlo”: ecco insieme coltura, cura, manualità, artigianato, gesti concreti e simboli del cucire poetico e dello svelamento del seme – parola.
Altrove, “riri” – dire – rende materia il significato, senza sedimentarlo e dunque congelarlo, in una forma inservibile; dire per “s’aspittari” – aspettarsi – dandosi il tempo necessario per comprendersi e rivelarsi, comprendere e comunicare. C’è bisogno di questa consapevolezza e chiarezza anzitutto per sé stessi, in questa nostra contemporaneità!
Per questo, dice ancora la Sardisco, si può apprendere dalla cova “ogni ora uovo/ ogni ora cova” metafora di “ogni ora appesa/ perduta ad ascoltare”; dalla pazienza di “ogni ora ingoiata” che dà ali per volare e, quasi in un paradosso, la possibilità, la speranza del volo, senza mai volare. E’ il senso dell’orto, seminato e irrigato, atteso con umiltà, anche se -forse – non si godrà dei suoi frutti; è il senso stesso della poesia, e ancor più del renderla pubblica, senza avere la certezza che sarà accolta e goduta da altri. Cu? Chi?
E quanto tempo è dato? Quanto per tutto ciò?“araciu araciu tantu/ è sulu tempu/ è tunnu/ ri dda arrassa/ da cca ‘sta bbanna ncùcchia” (piano piano, tanto/ è soltanto tempo/ è circolare/ di là allontana/ da questa parte assiepa): non è un artificio filosofico, o teoria fisica e neanche la condizione di canna sbattuta dal vento-tempo; è abbandono fiducioso e paziente, non senza timore o sgomento, all’essere figlia-briciola di tempo e della natura.
E mentre si chiede “se il nominare è osso/ o se è soltanto pelle” – sostanza che sostiene, o rivestimento che dà forma – Patrizia Sardisco sembra intravedere per sé la scelta di “lasciar bava/ e il guscio sempre dietro” di “…bastarsi/ al buio/ coricarsi nello sparire”. Il suono sibilante reiterato del dialetto“scuru- scurari” richiama il serpente che, oltre e nonostante i suoi molteplici significati non sempre positivi, resta “la più astuta di tutte le bestie selvatiche” ; ma ancor più fa pensare a quella “prudenza del serpente” che necessita agli evangelici figli della luce, tanto quanto la “semplicità delle colombe”.
Nuàra#2
si’ nura parola
e china r’acqua
nt’aricchi ‘i cu ti senti
i l’ura
‘mmucca a matri
c’è tempu pi vistìriti
na vita
p ‘i mmilinari u puzzu
mi putissi spugghiari
avissi vuci
ri gebba e ri nuàra
ciàviru
‘i virità pizzuti
‘i petra r’allamicu
‘i petra r’acqua
Orto#2
sei nuda parola/ e piena d’acqua/ negli orecchi di chi ti sente/ per la prima volta/ in bocca alla madre// c’è tempo per vestirti/ una vita/ per avvelenare il pozzo// se potessi spogliarmi/ avrei voce/ di vasca e orto// profumo/ di verità pungenti/ di stalattite/ di pietra d’acqua//
pinzeru
ri nenti
si t’annintuvu
ti cumminu
ri ciatu e terrazzamentiti cunnannu o’ sensu
ri nunnata e ri ovu
ti vattìu
mari ‘i pinzeru
si t’annintuvu
ammuttu u scuru
crivu ri grazii e cunnanni
riti chi pisca
un lattarinu a vota
pensiero
da nulla/ se ti nomino
/ ti creo/ di fiato e terra/ e ti condanno alla coscienza/ da novellame e da uovo/ ti battezzo/ mare di pensiero// se ti nomino/ spingo più in là il buoi/ setaccio di grazie e di condanne/ rete che pesca/ un piccolo pesce alla volta//
Riri
Riri tantu pi ddiri
No, e mancu allura
P’allivitari negghia
P’arristari appinnuta
Stinnicchiata ‘o sirenu
Cu molletti ri stidda
Riri cumu quagghiari
Riri pi s’aspittari
P’un si sapiri arrisittari
Dire
Dire tanto per dire/ no, e neppure allora/ per lievitare nebbie// per restare appesa/ distesa al freddo della notte/ con pinze di destino// dire come addensare/ dire per aspettarsi/ per non sapere sedimentarsi//
cu
cu mi nniga
e mi incunna a taliari
a cu
sutt’accupanatu lustri ‘i cu
u surdatu ri cu
l’ancilu chi chianci a cu
rarre’ a porta
‘i cu?
chi
chi mi incarica// chi mi disordina a guardare/ chi/ sotto l’ammantata luce di chi/ il soldato di chi/ l’angelo che piange chi/ dietro la porta/ di ciglia// di chi?
Patrizia Sardisco, Nuàra, Ed. Il Convivio, Castiglione di Sicilia (CT), 2021
Patrizia Sardisco è nata a Monreale, dove tuttora vive. Laureata in Psicologia, specializzata in Didattica Speciale, lavora in un Liceo di Palermo. Scrive in lingua italiana e in dialetto siciliano (parlata monrealese). Nel 2016 pubblica la silloge in dialetto Crivu, vincitrice del Premio Internazionale Città di Marineo e menzionata al Premio Di Liegro di Roma. Nel 2018 si aggiudica il Premio Montano nella sezione “Una prosa breve”; con la silloge inedita in dialetto Ferri vruricati guadagna il secondo posto del XV Premio “Città di Ischitella-Pietro Giannone” e, nello stesso anno, per le Edizioni Cofine, dà alle stampe il poemetto Eu-nuca, finalista al Premio “Bologna in lettere” 2019 e vincitore della sezione opere edite del Premio “Città di Chiaramonte Gulfi” 2019. Del 2019 è la silloge Autism Spectrum, vincitrice della quarta edizione del Premio “Arcipelago itaca” e segnalata al Premio “Bologna in lettere” 2020. Nel 2021 è risultata vincitrice della XVIII edizione del Premio Città di Ischitella-Pietro Giannone, con la silloge Sìmina ri mmernu (Semina d’inverno).