Pietro Civitareale, poeta abruzzese nato a Vittorito (Aq), è autore di numerose raccolte in lingua e in dialetto. Critico letterario attento e sensibile, ha studiato in modo particolare la letteratura spagnola e americana e la poesia francese contemporanea. Il pregevole volume La dialettalità negata (Roma, Edizioni Cofine, 2009) attesta, inoltre, la sua profonda sensibilità di critico verso la poesia nelle lingue cosiddette minoritarie.
La sua ultima raccolta Ju core, ju munne, le parole (Roma, Edizioni Cofine, 2013) si colloca nell’ambito della neodialettalità e in particolare della ricca produzione abruzzese che, come nota Nicola Fiorentino, già a partire dagli "anni Cinquanta e Sessanta… fa tesoro della lezione ermetica… guarda all’esperienza simbolista e, più in generale, alla grande lirica europea del Novecento."1
Per il nostro Autore, che vive lontano dal suo paese natale ormai da più di mezzo secolo – mantenendo tuttavia sempre vivo il rapporto con la sua abruzzesità – il dialetto "ha le proprietà dell’immediatezza e dell’evidenza emotiva, tipiche del discorso orale."2 In questo suo ultimo lavoro veste una poesia ricca di intenso lirismo in cui il suono dell’oralità si fa suono della parola poetica.
La silloge raccoglie liriche composte nell’ultimo quindicennio (1998-2012), alcuni testi di tempi ancora precedenti e quelli di una "raccoltina" (Quele che remane) stampata nel 2003 in pochi esemplari. Se consideriamo l’ampio arco cronologico, c’è da credere, quindi, che Ju core, ju munne, le parole possa essere considerata un’opera capace di esprimere i temi e le modulazioni propri della poesia dell’Autore.
Civitareale è poeta della notte e del silenzio. Nella notte trovano alimento e rifugio moti, memorie, pensieri, ansia di ascesi: tutte le notte si inargenta la strada dei pioppi verso la luna; tutte le notti il silenzio ci tiene svegli o il pensiero non ci abbandona, anche mpizze ajju sprefunne de ju sonne, quando come nu viérmene se turcéine / i returcine dentre la mente.3 Notte intesa anche come metafora dello scorrere del tempo (come se so’ fatte longhe / mo’ le notte!4), notte che si fa vestale della sacralità della vita: la notte mprène la case / d’amìure i delìure. Ajju funne de l’ombre / cumenze la vita… la notte nasce o se more n’ome.5
E nella notte la lìune (luna), quasi Selene attesa da Endimione, sale nel cielo, nel suo continuo andare parla con il mare e può diventare anche nu ciejje / che… cante nganne6 o che riempie del suo canto una stazione abbandonata. Notava il critico N. Fiorentino, riferendosi a Le miele de ju mmierne, un’opera del 1998, che nella poesia di Civitareale "la luna è il deuteragonista lirico, quello che fa il controcanto ironico e misterioso, figurazione di fallaci allettamenti e, insieme, di un destino contro cui s’infrangono attese e illusioni."7
Poeta della notte ma anche del silenzio, si è detto. Quel silenzio che ce té resbeijje tutte le notte,8 che è silenzio profondo, inteso come assenza di voci, di parole, di suoni: la matéine selenzie / a mezzejiuorno selenzie / la sàira selenzie9. Un silenzio raccolto in mano nel freddo dell’inverno perché / ce recupre come nu mantiejje10, quando gli orpelli delle parole si mostrano fallaci e ingannevoli o quando, nell’assenza delle stesse, dentre a nu puzze / de selenzie aspette / nu cenne, nu sìune, na véuce... E nesciune te chiame / nesciune te responne.10
Nel titolo della raccolta, accanto al cuore e al mondo, ci sono le parole. Recitano i primi versi della lirica "Le parole": Stanne alle schiure le parole / i aspéttene che quacchedìune / je porte la lìuce11. Il loro potere è poi quello di accendere la mente. E ad esse, quando non rimarrà nulla, il compito di colmare assenze, quasi a ricordare le Pimplee foscoliane che fan liete di lor canto i deserti. Il silenzio è assenza di parole e il rischio è che divengano scarafuocchie / che nen se capìscene13 e che sia difficile accendere una lìuce. Signi-ficativi, in tal senso, i versi che chiudono la lirica "Pe’ na parole": Nen le sacce / quante vote / haje vennute l’àneme / pe’ na parole.14 Al di là del silenzio inteso come assenza, va sottolineato anche il valore metapoetico della riflessione di Civitareale.
Nella raccolta è ampia la gamma delle modulazioni: alla gioiosa serenità di alcune liriche si alternano i toni cupi e pensosi di altre, in un canto fortemente simbolico, che si colora a volte di tinte surreali, quando il buio di un temporale irrompe impetuoso con nùvele che fàucene / le muntègne, ciàule che strillene / come àneme dannate… o girene ciejje néire /attuorne ai penzéire.15 Nei sogni può esserci la cetelanze (la fanciullezza), con una tromba verde mmocche / i nu partuhalle mmene.16 Ma sembra evocata anche l’ombra della morte: uogge ju tempe è brutte. / Jére faciàive le fridde / i dumane, se déice, / ju sole nse farà vedaje. // Haje paìure che pe’ l’avveneje / farà sempre chiù fridde…17
Può esserci na mosse / nu penzéire, na parole, p’appeccià na lìuce, pe’ refà nu munne, può essere che smettémmele de lagnarce / i cantemme, cantemme forte18, quasi a ricordare il carme di Catullo (Amemus mea Lesbia… nobis cum semel occidit brevis lux, nox est perpetua una dormienda). Ma è una triste gioiosità, sopraffatta all’improvviso dal buio di una nube. Perché i fiore scòppene i dopo se sécchene. / Non dùrene, nen vanne luntane.19
C’è in alcuni passi lo spaesamento della vecchiaia, che si manifesta nella rarefazione dei volti e delle parole in cui si è radicato il proprio vivere. Spesso la poesia ferma il tempo nei ricordi: Semme fatte sole de recuorde20 recita l’ultimo verso della lirica "All’ampruvvéise", anche se quella di Civitareale non è poesia della memoria tout court, come spesso accade nel dialetto. Solo qualche frammento del passato prende corpo, ma come da un sogno: il Pasquale ubriaco di "Quattro chése", la caccia dei nidi con gli amici che non ci sono più, l’immagine velata del padre e della madre. A volte è memoria involontaria, quando l’odore delle more ricorda il paese. Ma più spesso è una memoria che si scioglie in un tempo senza confini. Lo fanno credere le liriche d’amore vissuto in alcuni versi con la freschezza e lo slancio della giovinezza, in estatica ammirazione e in una perfetta empatia con i colori e le atmosfere che circondano il poeta: Masàire ju mare va n’améure… Pure jeje massàire vaje / a n’améure…21
Nelle poesie di Civitareale lo spazio è fatto di cielo e di mare; ma, pur essendo ricco di cromatiche notazioni e di foniche allusioni, è uno spazio tutto interiore, secondo la tecnica del ‘correlativo oggettivo’. Il tempo è scandito dalla luce del giorno e dal buio della notte che si inseguono, senza che di ciò si possa capire il senso. E tutto pare circoscritto nell’esperienza di una quotidianità segnata da ansia di elevazione e da profondi indugi contemplativi.
La traduzione, non spezzata dalle tradizionali barrette, è a volte libera e risolve in modo lirico le strettoie del dialetto, i limiti lessicali, la sua concretezza, divenendo essa stessa poesia. Per il pregio che ravvisiamo nel linguaggio lirico del testo in lingua italiana crediamo che una traduzione a fronte avrebbe sicuramente valorizzato e arricchito l’opera di Civitareale.
Nelle liriche di Ju core, ju munne, le parole la poesia è caratterizzata da toni pacati, pensosi, che mai scivolano nell’angoscia o nel grido della disperazione; i versi, nitidi ed essenziali, si snodano in una sintesi arricchita da metafore, a volte marcata da efficaci anafore, in una lingua semplice, scolpita fino all’essenziale, ma proprio per questo pregnante e incisiva.
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1 N. Fiorentino, Poeti dialettali abruzzesi (da Luciani ai giorni nostri), Quaderni del Centro di documentazione della Poesia dialettale “Vincenzo Scarpellino”, pag. 10.
2 Dalla nota dell’Autore al testo.
3 Sul punto di sprofondare nel sonno… come un verme si torce e si ritorce nella mente.
4 Come si sono fatte lunghe ora le notti!
5 La notte ingravida la casa di amori e di dolori. Nel cuore dell’ombra ha inizio la vita… la notte nasce o muore un uomo.
6 Un uccello che… canta in gola.
7 N. Fiorentino, op. cit., pag. 21.
8 Che ci tiene svegli tutte le notti.
9 La mattina silenzio, a mezzogiorno silenzio, la sera silenzio.
10 Affinché ci copra come una mantello.
11 In un pozzo di silenzio attendo un cenno, un suono, una voce… (E) nessuno ti chiama, nessuno ti risponde.
12 Stanno nel buio le parole e aspettano che qualcuno dia loro la luce.
13 Scarabocchi incomprensibili.
14 Non so quante volte ho venduto l’anima per una parola.
15 Nuvole che falciano i monti, cornacchie che urlano come anime dannate… girano uccelli neri intorno ai pensieri.
16 Una tromba verde in bocca ed un’arancia in mano.
17 Oggi il tempo è brutto. Ieri faceva freddo e domani, dicono, il sole non si farà vedere. Temo che per l’avvenire farà sempre più freddo…
18 Un gesto, un pensiero, una parola, per accendere una luce… smettiamola di lamentarci e cantiamo, cantiamo ad alta voce.
19 I fiori sbocciano e poi appassiscono. Non durano, non vanno lontano.
20 Siamo fatti solo di ricordi.
21 Stasera il mare è in amore… Stasera anch’io sono in amore.
Pietro Civitareale, Ju core, ju munne, le parole, Roma, Edizioni Cofine, 2013
Ombretta Ciurnelli