Torno dopo ventitre anni a scrivere una prefazione alle poesie dialettali di Walter Pilini: l’altra volta fu per il volumetto dei Soché e picchiarumi del 1985, terzo e ultimo di quella prima stagione di pubblicazioni (con Sott’a l’arco de la Pesa del 1980 e Giù pell’èa c’è na galina del 1982).
Ora Pilini sembra tornato ad una rinata fioritura, ad una fertilità poetica testimoniata non solo da questo nuovo libro, che si affianca al volumetto Pensieri in/versi del 2006, ma anche dalle tante Bartocciate e pungenti stilettate satiriche comparse sulla stampa locale, e dalla sua intensa attività di organizzatore culturale.
Una fertilità, vorrei aggiungere, che si inserisce nel filone più intenso e ricco della poesia dialettale umbra del nuovo secolo, che sulla scia della grande poesia dialettale dell’ultimo Novecento sta lavorando in modo quasi sotterraneo sul terreno del linguaggio originario, quello che più di tutti sembra avvicinare all’indicibilità del profondo, del recupero, dell’impossibile ritorno: penso alla lirica di autrici come Ilde Arcelli o Anna Maria Farabbi; agli acrostici di Ombretta Ciurnelli; alla carica erosiva e magmatica delle (ancor poche) prove di Luigi M. Reale o di Franco Prevignano; al raffinato “ritorno” letterario di Paolo Ottaviani verso la lingua delle origini. E il ritorno, come dirò, è il motivo di fondo, la filigrana dei versi di Pilini.
Mi sembra dunque quasi inevitabile un confronto tra la nuova stagione e la prima, tra il Pilini che oggi pensosamente riorganizza il suo tessuto poetico e il Pilini di ieri, che con giovanile esuberanza irrompe nella tradizione poetica perugina immettendovi umori e filoni di grande novità.
Una prefazione è infatti l’occasione per fare il punto, per constatare continuità e discontinuità, per verificare quanto gli stimoli originari abbiano retto al tempo, e quanto di nuovo sia intervenuto rispetto ad essi. Ed è l’occasione, allora, per constatare che, nel caso di Pilini, la continuità non è stata ripetitività, e la discontinuità non è stata, in fondo, che l’arricchimento, e direi il pieno dispiegamento delle potenzialità della parola poetica, così come annunciato negli Anni Ottanta, quasi programma-ticamente, dallo stesso Pilini insieme al gruppo che poi fu l’Associazione del Bartoccio.
Il primo elemento che salta agli occhi, fin dal titolo di questa raccolta, è il tentativo di “tornare a Porta Pesa”, di mantenere cioè il legame con la propria memoria, con i luoghi, le persone, i fatti, della propria crescita e formazione: il borgo di Porta Pesa, gli artigiani e bottegai di un piccolo mondo antico le cui tracce, sempre più evanescenti, egli va a ricercare; e potrebbe sembrare la stessa operazione che fece nei primi Anni Ottanta, in Sott’a l’arco de la Pesa, con la ricostruzione minuziosa della vita del borgo degli Anni Cinquanta: ma nei sonetti di allora troviamo l’entusiasmo affettuoso della riscoperta, una rivendicazione di identità, una presenza ancora reale di persone e situazioni; ora il Poeta si guarda intorno ed indietro, e annuncia amaramente una nuova scoperta, la lucida consapevolezza della impossibilità del ritorno. Le figure, i volti, le voci che affollavano i primi sonetti ora mostrano, sempre più, i vuoti, le assenze:
… pare jeri, / benzì de gente adè quanta n’è morta.
Non più un popolo che, anche nelle difficoltà e nell’arrabattarsi di tutti i giorni, ha una sua espressività, una sua gioia, una sua forza corale, talvolta persino epica: quel popolo che lo stesso Pilini così accuratamente descrive nei preziosi volumetti Spiccioli di Porta Pesa e La sera ciardunamme da Argentino (pubblicati dalla “Società del Gotto”, rispettivamente nel 2006 e nel 2007) oggi appare sperduto, indebolito, quasi sbigottito. E ne rimangono qua e là i resti umani, dispersi in una rete urbana snaturata, degradata e incomprensibile, piegati dalla malattia, dalle pratiche di cura, dalle terapie lunghe e defatiganti. Se nei sonetti potevamo trovare l’ottimismo della volontà, qui la parola poetica esprime la visione della fine, l’amarezza della sofferenza e della solitudine, l’attesa senza speranza; è anzi questa la dichiarazione con cui si apre questa raccolta:
Aguardo la clessidra / la réna s’è amucchiata / l temp è più poco.
Eppure, proprio in una raccolta ove la visione della fine sembra costellare le pagine e intessere i versi, scopriamo un’altra trama che attraversa e sostiene la volontà del poeta di esserci, di dirsi: qualche sobbalzo orgoglioso, qualche profumo (l’ofrór de na saracca), o sapore (come quel cunijino m porchetta, croccante e rosolato), o piacere (…me ciarbùldico / ncón Mimì), la coscienza linguistica del dialetto (na lingua ch’è viva, è vecchia mbómpòe, m’ha dato l nutrìco), la rilettura della propria storia personale, la riaffermazione del valore del dubbio (èqque l bello), tutto lascia trapelare una capacità di resistere, di non lasciarsi travolgere; una resistenza che si basa sulla poesia, come scrive Sandro Allegrini nella prefazione a Pensieri in/versi: “Nel tempo che si sfalda, l’unica resistenza è quella della parola poetica, che si fa e che resta, rifiutando di coincidere col nulla, nell’intermittenza del destino”.
Ma anche la parola poetica ha subito una trasformazione profonda, sul piano formale oltre che su quello dei temi: non più ormai il sonetto o la giocosa provocazione dei settenari satirici o la spensierata musicalità delle filastrocche; troviamo invece un lungo esercizio di sintesi e di riduzione, un affinamento sintattico e metrico che risente molto del gusto della ricerca: qui ce ne dà esempi pregevoli con gli haiku, i tanka, le traduzioni, persino i giochi rimati o assonanzati (Ivònne, le minigonne…), e quegli sdruccioli dove si annida ancora potente la vena sarcastica e corrosiva del parlato popolare che Pilini riesce a cogliere e tradurre in versi. E non dimentichiamo i suoi epigrammi, i distici satirici pubblicati sui giornali. Da questo esercizio nasce una scrittura ormai asciutta, scarna di aggettivi, come uno schizzo o un tratto appena accennato in un contesto di silenzio, di ritorno a sé, in cui il Poeta pare lasciare al lettore tutto il peso della riflessione, dopo avergli lanciato l’azz’co:
La vita è n epigramma / du vèrzi e via.
Ma questa a me non sembra una rottura: sembra semmai, appunto, un raggiungimento, un compimento rispetto ad una tensione di sempre. Tutta la produzione di Pilini è infatti orientata all’attenzione al frammento, al particolare, ai soché e ai picchiarumi, ai trìqu(e)li, agli spiccioli: e sempre si può rilevare la sua capacità di dar rilievo alle minute esperienze quotidiane, di sollevarle a dignità di narrazione.
Ecco allora come, nella continuità di un attaccamento alle radici, al luogo che dà senso al mondo, è maturata la discontinuità dell’amarezza, del disincanto, la coscienza dell’impotenza di fronte al male e al poco tempo che resta. Una maturazione che nasce (anche nella biografia dell’Autore) dall’impegno di cura, dalla continuità della relazione e degli affetti: l’unica “resistenza” possibile al male, la sola veramente efficace.
Nei versi degli Anni Ottanta, io leggevo l’ottimismo storico di una rivendicazione identitaria; in quelli di oggi, trovo una ricerca di senso: un senso dell’esserci che il Poeta non va più a cercare al di fuori di sé, e forse dispera di poter trovare. Molto ha influito, certo, anche la scomparsa dei “padri”, dei “maestri”, coloro che avevano la capacità di dare un senso a quello che facevamo: e voglio ricordare almeno Bruno Orsini, Giovanni Moretti, Giacomo Santucci, e, tra i poeti, Claudio Spinelli¹. Non posso non notare che con la scomparsa di Orsini si chiude la prima stagione della poesia di Walter, e con la recente perdita di Moretti e Santucci si è aperta questa nuova e attuale: come se, morti i padri e i maestri che ci rassicuravano e ci indicavano la strada, sia cominciata la stagione in cui ci troviamo noi ad esser padri e maestri, senza tuttavia avere le certezze, né il senso, di ciò che vogliamo lasciare, ed a chi.
Questa è la cesura del nostro tempo, la pista confusa e forse perduta su cui ci muoviamo; e il Poeta esplora questa regione della nostra storia, senza rinunciare alla denuncia, ma col pudore di non imporre una visione. Per questo risaltano così vive e vicine, sullo sfondo nebbioso di una realtà priva di contorni, le pennellate sottili e nitide dei versi di Walter.
Giovanni Moretti, titolare della cattedra di Dialettologia Italiana all’Università di Perugia, poeta, in lingua e dialetto.
Giacomo Santucci, insegnante elementare e direttore didattico, amministratore al Comune di Perugia.
Claudio Spinelli, il più conosciuto ed apprezzato poeta dialettale perugino degli ultimi decenni.
Orsini e Santucci sono stati tra i fondatori della Associazione di Cultura Dialettale e Popolare “Il Bartoccio”, insieme a Walter Corelli, Walter Pilini, Ferruccio Ramadori e Renzo Zuccherini; Moretti e Spinelli hanno aderito al “Bartoccio” dopo la sua costituzione.