Nostos e algos in Sence presse (Senza fretta) di Nelvia Di Monte

Recensione di Ombretta Ciurnelli

 

In Sence presse (Edizioni Cofine, 2022) della poeta friulana Nelvia Di Monte il sentimento ricorrente sembra essere il lancûr, che l’Autrice rende in lingua italiana con ‘nostalgia’, legando insieme, secondo l’etimo, nostos e algos – ritorno e dolore. Lo si coglie fin dalla prima poesia della raccolta (La vie par tornâ > La via del ritorno) in cui, sullo sfondo di un lirico e metaforico tramonto, i luoghi del ritorno, sia pur tante volte percorsi, si fanno incerti.

Il lancûr è anche nella poesia della memoria e, così, nel ricordo di esperienze e affetti – quasi un pensoso nostos sul sé di un tempo che non è più – si coglie la pena per qualcosa di incompiuto o irrimediabilmente perso: i suoni, le voci oppure i luoghi inesplorati nel diverso peregrinare per le strade del mondo o, infine, l’inconoscibilità dei destini di uomini e folle, oltre gli incontri sempre vissuti nell’empatico slancio di chi vorrebbe solo tendere fili tra sé e gli altri.

Il lancûr è anche per quei nodi inestricabili nascosti nelle cose che ci circondano, è per le domande senza risposte che ci accompagnano nel viaggio della vita, quasi pastori erranti in questa nostra piccola dimora che altro non è che un sasso azzurro (clap turchin) o una perla di luce (perle / di lûs) che rotola nell’universo: che sarà di noi? Saremo una danza di atomi in una luce che si perde o polvere d’argilla in mano al tempo impietoso? E torneremo a danzare, insieme agli altri, quando la lunga notte ci avrà inghiottito?

Il lancûr, come recita la poesia eponima, Sence presse, può, infine, mescolarsi anche alla voe – il ‘desiderio’ o la ‘voglia’ –, quella di un ideale nostos a un luogo di pace e serenità interiore, come è per le stelle alpine che, protese nel vuoto, senza paura, bevono l’azzurro del cielo: e la voe si messede al lancûr: / ducjdoi cidins guidadors a un lûc, / là ch’o jerin serens dentri di nô (e il desiderio si mescola alla nostalgia: / entrambi silenziose guide a un luogo, / là dove eravamo sereni dentro di noi), in una dimensione sospesa e in un senso di attesa anche soltanto di una plume (piuma) che ci sfiori la spalla o di una crepe tal mûr (breccia nel muro), a ricordare la lirica I limoni di Montale in cui, nella calma un giardino ci si aspetta di cogliere uno sbaglio di Natura o l’anello che non tiene, quando il giorno più languisce, in quei silenzi in cui le cose sembrano vicine / a tradire il loro ultimo segreto.

E tutto ciò nell’incontenibile stordimento per quanto la scienza va definendo sulla natura e sull’evoluzione dell’universo, che potrebbe essere «solo un lampo tra due oscurità» (P. Bianucci) così da farci credere che, rispetto al grande buio che sa di eternità, tanto l’ebrezza della luce del meriggio quanto l’estatica contemplazione di stelle e galassie non siano che piccoli lampi.

La raccolta Sence presse ha una struttura molto compatta articolata in tre movimenti, ognuno ben definito in sé, ma con frequenti richiami e riprese di temi e motivi. Alla riflessione in bilico tra scienza e filosofia che caratterizza la prima parte (Tal cûr de tiare > Nel cuore della terra) seguono nella seconda (Vôs tal timp > Voci nel tempo) liriche intessute di memorie e affetti, che si tingono frequentemente anche di toni civili in cui sono prevalenti la pena per un’infanzia a volte drammaticamente offesa e lo sdegno per la superficialità e la leggerezza delle coscienze umane. Sence (Senza) è il titolo della terza sezione in cui sono mancanze o assenze a segnare il percorso: la mancanza di certezze o di fedi incrollabili o, più semplicemente, quella di parole per raccontare un amore. Sul valore della parola Di Monte avverte, inoltre, in un breve testo incipiale che la poesia ha solo parole per tradurre in segni la fluida complessità della vita, quella di cui nelle liriche che compongono la raccolta declina intensi frammenti e, quasi come in un’invocazione alle Muse, in un esergo tratto dall’opera della poeta Elsa Buiese, sembra chiedere, insieme a lei, che a costruire il suo racconto siano paraulis (parole) capaci di resistere come pietre al grido della burrasca (dami paraulis ch’e risistin come pieris / al zigo des burascjs).

In Sence presse si alternano, quindi, senza discontinuità o scarti, in una composizione armonica e ricca di rimandi, diversi temi e motivi. Se a liriche in cui si manifesta, come in altre opere di Nelvia Di Monte, una forte sensibilità al sociale, si alternano testi in cui è la riflessione metafisica a connotare la narrazione, altrove a prevalere è la memoria del sé bambina, degli affetti più intimi oppure di uomini e donne conosciuti nel vario peregrinare nel cui ricordo si innesta la riflessione sul tempo, sulla storia e sulla imperscrutabilità dei destini umani.

Il minimalismo che caratterizza alcuni quadri, a volte in una rappresentazione mimetica attraverso la forma dialogica, si affianca a un lirismo descrittivo intenso e struggente; piace qui ricordare la festa di colori con cui senza dolore gli alberi sciolgono in autunno i loro mantelli (cun tune gjonde di colôrs a smolin / i arbui i lôr mantiei) o, nella lirica Proserpine, la fatica che compie ogni alba nel suo cammino verso ore di fretta e giravolte (fadie di ogni albe ch’e sburte / viars oris di presse e girevoltis) o, infine, i versi che raccontano delle ombre che al tramonto calano per le strade e si stringono ai muri (lis ombrenis / a calin pes stradis e ai mûrs si strengin).

Nell’armoniosa compostezza dei versi Nelvia Di Monte cala a volte un multilinguismo specchio della dimensione globale del nostro tempo, come nella lirica Aleppo in cui è riportato un dialogo in una sorta di global english. Altrove inserisce citazioni, come in Prin di Mai dal 2020, in cui intercala versi tratti da L’Internazionale. In alcuni testi il canto sembra un viaggio che non può non compiersi insieme ad altri poeti, quasi in una catena ermeneutica della poesia stessa, come in Lant (Andando), in cui ricordi e riflessioni sono modulati sulla lirica Meriggiare pallido e assorto di Eugenio Montale, o in Proserpine in cui la ragazza che all’alba versa nei bicchieri sorsi di primavera (met te tacis gotis di viarte) è suggerita da una poesia di Giorgio Caproni.

Se l’autotraduzione in opere scritte nelle lingue minori si pone sempre in un rapporto di necessaria e reciproca dipendenza rispetto al dialetto, in Sence presse, posta a fronte, ha sicuramente una sua autonomia e, come scrive Anna Maria Curci nel risvolto di copertina, «affascina e convince», rivelando una particolare cura nel ricreare armonie e musicalità che sono inevitabilmente diverse per le caratteristiche delle due lingue, come la maggior frequenza di monosillabi e di parole tronche in friulano rispetto all’italiano o le sonorità più morbide e sinuose o la maggior leggerezza fonica dovuta a scempiamenti nella prima rispetto alla seconda.

Infine una riflessione sull’uso del dialetto nella poesia di Nelvia Di Monte, quasi a chiudere un cerchio sul lancûr, il sentimento che sembra percorrere la raccolta, su cui abbiamo riflettuto in apertura di questa nota.

La scelta del dialetto come lingua della poesia risponde a motivazioni diverse sempre legate a particolari emozioni o sentimenti che hanno segnato nel profondo il proprio percorso di vita. In particolare il friulano di Nelvia Di Monte – un «mistilinguismo di koinè e lessico di Pampaluna» (G. Zoppelli) –, la lingua sentita parlare nella prima infanzia e recuperata per la scrittura in età già adulta, dopo esperienze di poesia in italiano, rappresenta di per sé un nostos vissuto «con un grumo di rancore», in quanto ritorno a una lingua che è espressione di «una lontananza, di una perdita», come l’Autrice stessa ha scritto in una sua articolata riflessione metalinguistica (“Diverse Lingue”, 1997) e come accade ai migranti della sua prima opera, Cjanz da la Meriche (Canti dall’America), nelle cui lettere la terra d’origine, filtrata in una lingua ormai lontana, espressione tangibile di un sofferto sradicamento, sembra essere un luogo perduto.