Nìvole da prim. Nuvole di primavera di Remigio Bertolino

Recensione di Nelvia Di Monte

 

Come avviene che una minuscola porzione di realtà, un frammento di tempo ormai scomparso, un marginale luogo geografico diventino una poesia che illumina il presente? Fin dalle prime raccolte (L’ëva d’envern risale al 1986 e Sbaluch al 1989) il mondo poetico di Remigio Bertolino appare ben delineato: l’ambiente contadino della natìa bassa montagna di Montaldo di Mondovì con le sue fatiche e le sue stagioni, gli affetti familiari con la loro forte presenza o dolorosa assenza, gli avvenimenti storici che stravolgono la laboriosa semplicità di tante vite. Una civiltà contadina che apparteneva all’infanzia del poeta ed è andata svanendo negli anni sessanta, ma è rimasta indelebile nel ricordo o nelle tracce che il territorio ha conservato, malgrado l’incuria umana.

Simile ad una stella ormai scomparsa, questo piccolo mondo continua ad emettere luce attraverso distanze di silenzio, quel «silensi» così ricorrente, ogni volta diversamente connotato attraverso metafore forgiate nella concretezza delle cose (cuscini, cerchi, muri, pozze, passi, scale, chiodi… di silenzio) eppure così limpide. Perché la poesia di Bertolino possiede la trasparenza raggiunta dando voce a ciò che tutto unisce nello stesso respiro: «Àora ël silensi / come na cioss / o j’ha slargà soe ale / e on sèra, / pòvri crist, fée, tor ëd rochére…» (Ora il silenzio / come una chioccia / ha allargato le sue ali / e ci racchiude, / poveri cristi, pecore, torri di roccia…).

Questo dilatare il singolo elemento in una prospettiva cosmica vivifica ogni riferimento, racchiude la singola esperienza quotidiana in un tempo che non finisce, rende attuale il ricordo in un’«àora», un «adesso» spesso ribadito, non a caso è il presente il tempo verbale più usato per rammemorare, per rendere presenza visibile allo sguardo interiore quanto è accaduto nello scorrere delle stagioni.

Simile ad un abbraccio è il paesaggio intorno, osservato e meditato, fonte di nutrimento spirituale, di quiete come una preghiera (e «Meditassion», Meditazione, è il titolo di una poesia), di domande che schiudono altri spazi: «Che cosa regala / l’orizzonte a chi / ha passato il confine?» Qui dimorano gli arcani legami tra i vivi e le persone amate, da qui scaturiscono le insolite ma suggestive immagini per ricordare il padre, al quale «J’otonn j’han lavorà / ël camp dla front / a mote ëd dolor» (Gli autunni hanno arato / il campo della fronte / a zolle di dolore). E la madre, persa dal poeta in tenera età e trasformata in una onirica Euridice «Ata, mera, / lòsne, ël gambe; / sna nìvola ëd rissolin / a sam j’ùltime rajà» (Alta, magra, / lampi , le gambe; / una nuvola di capelli ricci / per gli sciami degli ultimi raggi),  figura che anche in sogno presto scompare, lasciando un «misero Orfeo» a «pizzicare sul cantino della poesia».

Creatrice di suoni, segni e immagini, la natura stessa è una lingua «chiara» che sa intrecciare versi («una nuova strofa / scivola via fra i denti / di candide pietre») e trasformare l’esistente in scrittura: «Ij bià scorand ënt la neucc / trasso sël pra / pei dë scoré dij brich / caligrafie d’argent…» (I rivoli d’acqua tracciano sul prato / come scolari di montagna / calligrafie d’argento…). Non è un semplice naturalismo, ma il percepire la realtà come un unicum tenuto insieme da una forza profonda di cui il poeta si pone in ascolto, e dove anche il dolore, la perdita, la fatica del vivere, l’oscurità di tempi bui trovano un punto di luce che li orienta. Dove la concretezza del vivere e l’illusione del sogno hanno entrambi ragione d’essere.

Dentro la poesia chiara e leggibile di Bertolino traspaiono tanti riferimenti letterari (la luna leopardiana, il fanciullino pascoliano, la poesia orientale degli haiku, i provenzali, Dante e i classici) e, soprattutto, umani, prima che storici e sociali. Emblematico è il testo sulla famiglia contadina che nasconde un soldato meridionale dai rastrellamenti nazisti e fascisti durante la seconda guerra mondiale, una solidarietà che, mescolando dialetti e scambiando il cibo, ha molto da insegnarci, «àora».

 

Remigio Bertolino, Nìvole da prim. Nuvole di primavera, Interlinea edizioni, Novara 2019

 

 

Nelvia Di Monte

 

 

Pubblicato il 7 ottobre 2019