Nino De Vita: sotto un albero d’ombra

a cura di Anna De Simone

I personaggi che animano il palcoscenico di Cutusio, la contrada di Marsala attorno a cui ruota l’opera di Nino De Vita, sembrano appartenere al mondo del mito, come il paesaggio che li avvolge, come gli asini “con le croste sui fianchi” che ne condividono da sempre la fatica e ne esprimono la pena. In realtà, le vicende e le situazioni che questo poeta ci propone appartengono alla storia con la s minuscola di esistenze ingorgate o ignorate, di infanzie avvilite, di crudeltà gratuite, di prepotenze e soprusi. Quelle che scorrono nei suoi racconti in versi sono immagini di povertà e disperazione, ma sono anche visioni salvifiche di angeli, bagliori metafisici, cieli come dammusi, vite in controluce che emergono lentamente, miracolosamente, da un “uovo”, da una “scorza”, da “un bioccolo di piume”, da un’ala. 

Senso della storia e delle sue ingiustizie e consapevolezza del miracolo che ogni essere porta in sé nascendo costituiscono le radici e il nutrimento di poemetti narrativi dall’andamento epico e dal respiro largo, simile a quello del mare che avvolge Cutusio, scanditi in ampie sequenze teatrali: favole amare che si stagliano nitide su paesaggi desolati. E già nelle liriche in italiano della prima raccolta, Fosse Chiti (“Fosse Cretose”, 1984), si poteva rilevare una singolare attenzione per le minime vite di minimi esseri, a simboleggiare l’eterno avvicendarsi della luce e della notte (“Foglie dal melograno. / E il vento le solleva, / le gira, contro il muro / le striscia… ”).

I libri venuti dopo contengono le poesie scritte in quella lingua misteriosa e musicale, dai suoni ora aspri, ora dolci e dalle cadenze da nenia araba, che è il siciliano di Cutusio. Ma ogni poeta è l’artefice della propria lingua e del proprio mondo, e il dialetto scelto da De Vita è sì quello che si parla nell’ estremo versante occidentale della Sicilia, ma è anche una lingua reinventata dall’autore, un idioletto che si espande e si dispiega nei suoi colori, nella sua ricchezza e nelle sue sonorità nei quattro volumi pubblicati finora: Cutusìu (1994, 2001, Premio Mondello 2003); Cùntura (“Racconti”, 2003, Premio Napoli 2004); Nnòmura (“Nomi”, 2005, Premi “Salvo Basso” e “Bartolo Cattafi”, 2006); Òmini (“Uomini”, 2011, Premio della Giuria Viareggio-Rèpaci 2012, Premio “Ignazio Buttitta” 2012). L’opera completa, ha detto l’autore, dovrebbe comporsi di sei libri. “I primi quattro pubblicati; per gli altri due mi occorre ancora tempo, tanto: anni, forse decenni”.

Non è facile entrare nel mondo di Cutusìu, ma a poco a poco i microcosmi rappresentati nei racconti prendono forma anche dentro il lettore, si riempiono di voci, di personaggi e di vicende quasi sempre generate da una violenza quotidiana rivolta, leopardianamente, contro tutti i viventi, uomini, animali, piante. Tuttavia la disperazione che incupisce i cieli di questa contrada non prende mai il sopravvento su quel filo sottilissimo di speranza, su quel senso di ri-nascita che attraversa quasi inavvertito l’epos devitiano. Come ha detto Giovanni Tesio nella sua introduzione a Jòcura (“Giochi”, 1996) – una plaquette poi confluita in Cùntura – “nonostante le molte morti, a Cutusìu nessuna morte è per sempre”.
Così, in Fosse Chiti , la stella di Natale che “da un mucchio d’erba / s’alza – lo stelo dritto, / lungo, con la corolla / di petali arrossati”, vuole essere un’immagine quasi araldica della vittoria della vita, di ogni vita, sul negativo del mondo. Perché anche la creatura più indifesa e oppressa può innalzarsi al di sopra dell’erba avvizzita, di un destino avverso, di giorni perduti. Come “il rosso di un papavero / chinato sul suo stelo”. O come il bianco di un gelsomino: “Un filo e il gelsomino / s’arrampica, fiorisce”.

Il dialetto antichissimo utilizzato da De Vita per i suoi poemetti narrativi aderisce naturalmente, senza sforzo alcuno, ai drammi piccoli e grandi dei tanti ignoti che percorrono instancabili i sentieri, i cortili, le stradine sassose di una Sicilia abitata da innocenti, come i bambini che popolano le trazzère e le aie di Cutusìu, e da uomini che tengono chiuso il male subìto in sé, nelle loro storie di umiliati e offesi. Come Mastru Nzinu (Mastro Vincenzo), il bottaio, che un giorno si toglie la camicia e fa vedere all’io narrante strisce di sangue sulle spalle (“Talia” mi rissi. “Fu me’ figghiu. / Iddu!”: “Guarda” mi disse. “È stato mio figlio. / Lui!”, Cutusìu, pp. 196-97).

De Vita rifugge da ridondanze, barocchismi, ornamenti. Tutto è misurato e essenziale nei suoi racconti, parole, situazioni, atmosfere. Fino alla sorpresa del finale, che mette a nudo drammi della solitudine e del pregiudizio e povertà materiale e morale. Un esempio fra i tanti ce lo offre un bellissimo poemetto narrativo, Bbinirittedda (Benedettina), che in nove ampie sequenze ci racconta la storia di una ragazza morta di parto a quindici anni. La sua famiglia, però, s’inventa per la gente una verità alternativa, un “così è” di facciata, e parla di una rottura improvvisa del cuore. Gli occhi pungenti di una parente della ragazza, incrociandosi con quelli dell’io narrante, Nino, che invece sa, si fanno minacciosi (“s’appizzaru / ê mei: raccumannàvanu, / quitannu, / amminazzávanu… // ’I scuddai, / sdignatu, e mi nni niscì / fora”: “si incontrarono / con i miei: raccomandavano, / quietando, / minacciavano… // Li staccai, / sdegnato, e me ne andai / fuori”). Fuori, dove la natura, che non conosce finzioni, esplode nella sua magnificenza barocca, generosa e muta: “Alivi e minnuliti, / tùrtuli, cucciuvì. // E nn’a vaddata / calìbbisi, rranati, / jardina e mura ’n petra, / i pirittuna ’n terra / arripudduti…” (“Ulivi e mandorleti, / tortore, cappellacci. // E nella valle / eucalyptus, melograni, / giardini e muri in pietra, / i cedri sulla terra / rammolliti… ”, Cutusìu, pp. 228-229).

Nelle poesie di De Vita ci sorprendono le tante creature senza colpa che incontriamo lungo i sentieri di Cutusìo: una di queste è Martinu, il bambino cieco che attraverso le parole rivolte dal giovanissimo narratore poeta a un pubblico di ragazzini, riesce a “vedere” lui pure la luna, il suo chiarore, la sua luce (“È bedda” rissi “a luna”: “È bella” disse “la luna!”, Cutusìu, pp. 186-187). È, questo, il mistero della poesia: lo avevamo intravisto negli occhi pieni di lacrime del Ciàula pirandelliano, nel suo stupore muto. Lo ritroviamo, quel mistero, nella seconda vista del piccolo Martinu.

Innocenti sono gli animali che popolano i paesaggi desolati in cui si sviluppano i Cùntura: vittime della crudeltà degli uomini, che li usano, li maltrattano, li uccidono, considerandoli cosa loro, come le terre e le case. Struggente è la storia di una gazza, a cui un padre e un figlio, macchiandosi di un gesto che si commenta da solo, portano via i piccoli, e lei, questa Cerere disperata del mondo animale, innocente e astorico, non si dà pace e li cerca dappertutto. Inutilmente. Il dialetto, con i suoni allitteranti e con la musica scura delle sue vocali, ne dilata, accentuandola, l’angoscia.

Mirabile, poi, vero cuore di Cùntura, è il racconto intitolato "Cc’èranu tutti â mmezzu ri l’ariuni" (“C’erano tutti nella grande aia”), incentrato su un maiale, che prima di essere ucciso, nell’aia, per la prima e unica volta ha la rivelazione della bellezza in un pavone che fa la ruota (“ ’a cura – ch’era comu / un mmantu – ri culuri / virdi: “la coda – che era come / un manto – di colore / verde”, pp. 78-79). Abbagliato da quella visione, le va incontro, “tuttu ’nciammatu”, appassionato. Nell’aia è un fuggi fuggi affannoso; il maiale viene imprigionato come un malfattore per tre giorni. Fino a quando, all’alba del quarto giorno, gli annodano una corda attorno al petto e lo portano al tavolaccio dove sarà scannato: “E ccu’ è ch’u sapi, cc’u è / ch’u po’ ddiri, s’a ’ntisi /– ’nchiuvatu ô tavulazzu: / cu’ ll’occhi sbarrachiati, / prima ri cannaliari – / ’a lama chi azziccusa / r’u coddu cci circava / ’u cori” (“E chi lo sa, chi lo può / dire, se l’avvertì / – inchiodato al tavolaccio: / con gli occhi sbarrati, / prima di morire – / la lama che insistente / dal collo gli cercava / il cuore”, pp. 82-83).
Quello raffigurato dal poeta siciliano è un universo che ignora la compassione, il patire insieme all’altro. La pietà è dell’io che osserva, riflette e senza darlo a vedere restituisce una dignità ai poveri di spirito in senso evangelico, uomini, animali, insetti, lombrichi. Perché “la presenza umana non è mai sottolineata gerarchicamente, e si direbbe che l’importante, per questo cantafavole, sia l’appartenenza di tutti, uomini e bestie, al passeggero destino di esistere” (Emanuele Trevi). E di soffrire.

Nel racconto che chiude questo libro, la vittima predestinata, la zia Vincenza (’A zzi’ Nzula), viene salvata da una fede senza ombre. E le sue monotone giornate di vecchia condannata da anni all’immobilità e accudita con malagrazia dai parenti, vengono d’improvviso illuminate, assieme alle sue cose, da una luce metafisica accecante. Un’apparizione celeste – o il sogno di un’apparizione? – trasfigura questa povera vita e le dà un senso.

In Nnòmura, il narratore poeta, scavando tra le storie di cui ha sentito parlare fin da piccolo, trova quella del nonno Nino, finito in carcere nel 1929 per un delitto che non aveva mai commesso, e morto poi, a causa di quell’ingiustizia, di crepacuore (“nisciu accussì sminnatu, / cu’ ’i rogghi, rraatusu, / chi ddoppu quarchi misi / ncasciau”: “uscì così devastato, / pieno di dolori, asmatico, / che dopo qualche mese / morì”, pp. 6-7).

I personaggi raffigurati nelle foto di famiglia chiuse nei cassetti tornano ad affollare le case e le strade; risplende fra tutte l’immagine dei genitori di Nino il giorno delle nozze nel cuore di Marsala, al Càssaro. Memorie autobiografiche e fatti legati all’oggi s’incrociano. E una culla prende forma e dolcezza tra i ricordi d’infanzia di Nino, che dormiva in essa, protetto da un velo.

Il poeta è sempre un cercatore di verità: se ne sta seduto davanti al mare, e comincia “a pungere, con una bacchetta; / a scavare, a raschiare, / a penetrare, sollevare / le alghe putrefatte…”: le contrade di Marsala sono vaste come il vasto mondo, e non hanno segreti per chi, come lui, sa guardare nel fondo del… pozzo, e trovarvi la mente e il cuore degli uomini e delle cose.
Va in cerca soprattutto dei dimenticati, De Vita: analfabeti, pastori, bambini, “folli”, che nei suoi racconti in versi compongono un presepe di dolente verità. Tutt’attorno i silenzi senza fine che avvolgono la campagna e il mare: “… ’Un si sintìanu / mòvisi rintra ’a mànnara / ’i pècuri, l’agneddi, / nné i canazzi nfutari” (“… Non si sentivano / muovere nell’ovile / le pecore, gli agnelli, / né i cagnacci abbaiare”, pp. 110-111). In sottofondo, l’eco lunga e lontana di Alcmane.

In questo microcosmo si consumano drammi privati (Ggiannina: “Giannina”) e sopraffazioni pubbliche, come accade in Bbaddarò (“Ballarò” 2008), confluito poi nel quarto volume, Òmini, con il titolo Chi ponnu scafazzàrini (Che possono schiacciarci). Dedicato al padre per i suoi novant’anni, è ambientato nel mercato di Palermo, dove merci, grida, colori e odori fanno tutt’uno con i fili invisibili ma saldissimi di una tela di ragno mafiosa e avvolgente. I tanti “nessuno” che popolano le strade della città e le trazzère della campagna sono costretti a chinare la testa. Come l’io narrante, un Nino ventenne e ingenuo che, dopo, potrà solo piangere sulla “piccola” grande ingiustizia subita a Ballarò.

Tra i “vinti” abitano anche, in questo quarto volume, scrittori dimenticati, come Antonio Castelli, amico di Leonardo Sciascia, morto suicida (p. 81), e poeti, come Carmelo La Giglia di Nicosìa, di cui De Vita un giorno visitò la tomba. Le parole incise sulla pietra gli hanno ispirato un poemetto insolito e struggente che apre l’ultima sezione di Òmini, “Né erba né na vidọ né na rrosa” (“Né erba, né una vite né una rosa”). Il poeta è là dove non cresce l’erba, dove non alligna una vite, dove non sboccia una rosa. Dove i Carmelo La Giglia vivono e muoiono ignoti e ignorati.

Anna De Simone

Pubblicato da Crocetti Editore, in "Poesia", anno XXVIII, marzo 2015, N. 302, pp. 69-76.