Il “macellaio” per il quale Nicola Grato (Inventario per il macellaio, Interno poesia Ed., Latiano, BR, 2018) fa l’inventario, è il Tempo che tritura ogni cosa, la Morte che rende orfane le persone, la Superficialità, che non dà valore a nulla, anche foto, biscotti zuppi di latte, spighe e fichi secchi. All’uomo, al poeta, resta il mestiere di enumerare, nominare, le persone o cose che hanno perduto l’esistenza o la necessità, un compito solo in apparenza subalterno: la parola, suono e senso, non appartiene – se non “l’ultima”- alla morte o al destino. Infatti, Nicola sa che le parole di cui son fatti anche gli “inventari” ritrovamenti- inventarii (lat.) – poiché “animate” dal fuoco del corpo, sono insieme oggetto e soggetto del rivivere attraverso il ri-enumerare “non vale la parola / – ogni parola nostra – / se non passa dal fuoco del corpo”. Come l’oro che viene liberato dalle impurità nel crogiolo, ciascuna parola non acquista pienamente il senso, se non dopo essere stata purificata dall’energia vitale che anima il vivente; non è solo frutto del pensiero, ma del vissuto svolto nei compiti e nelle necessità quotidiane, anche le più semplici. Ancora, “Sono / giovani suore le parole,” cioè sono colme dell’entusiasmo puro e inconsapevole delle suore novizie: evocano l’ odore di santità e insieme quello della spiga di grano, primo ed essenziale alimento, odore della terra.
La santità anche se limpida e sofferta, è, secondo l’Autore, tuttavia incarnata, non avulsa dal mondo; viene assimilata ad un coleottero, ad una farfalla, umili animali dalla breve esistenza, che s’innalzano nell’aria, volano leggeri, con naturalezza, senza ribellarsi- e come potrebbero?- alla loro condizione di vita.
Nelle sezioni della raccolta, la malinconia è portata con leggerezza; il sorriso, quasi ironico nel ricordo, cela la polvere e la ruggine della mancanza; la pietà per le cose perdute riconcilia con il passato, che rimane tale, senza rimpianti né confronti con la condizione presente. Il racconto si snoda come una lunga conversazione con una folla, nonni, genitori, amici; a tratti il linguaggio è disarmante per la semplicità con la quale Nicola Grato rende presente- più che rappresentare- “sceneggia” un episodio “un paese è anche passeggiare / con un cono gelato in mano”.
Stupisce anche la sintesi poetica che, in appena tre versi, accoglie visioni del mondo che contengono e plasmano l’universo interiore, e, con un continuo andare oltre, annunciano, nel “volo distratto” delle rondini, un mestiere di vivere che spesso non ci appartiene, nonostante il nostro egoismo e lo sforzo di possedere “a volte può bastare una finestra, /una di quelle che vedono rondini/ in volo distratto…”
Ancor più evidente è l’intento del Poeta quando annuncia “non voglio rifugiarmi nella storia / paesana, nel ripiego, nel risvolto / di copertina, nell’eco del tempo / da cartolina“ per concludere “ricerco nella fatica, nel dolore / che viene dall’assenza di parole, / o dall’uso smodato, / furbo, accattone / di talune”; ancora una volta sono le parole, assenti o ridondanti, abusate, accattivanti (quante possibilità!) l’autentica forma di rivivere il passato, la sola nostalgia che sembra essere data, quando l’alter ego è “il macellaio” al quale si fornisce un “inventario” che tuttavia- alla fine della raccolta- si rivela come uno sbeffeggio, una presa in giro che, comunque non basta ancora a Nicola. Infatti:“ma c’è un’ora in cui posa / ogni cura, s’acquieta / il cuore e la terra / sa di sole stanco – / un’ora sospesa a un filo di ragno, / l’ora di lontane campane, / l’ora leggera.”
Se la poesia diviene Poesia, cioè pensiero e cromatismi, il “macellaio” -apparente vincitore- è il vero e il solo sconfitto.
un uomo a principio
del vicolo arranca,
non ci può manco il sole
e il cielo di stoviglia
e l’aria tiepida: è una lumaca
col suo guscio di spazio
e tempo sulle spalle,
il dazio da pagare al mondo –
pure la grazia però,
e glielo ricorda il vento.
non mi resta da dirti
ch’è tardi, indicando
sul polso spoglio qualcosa,
mentre una luce uggiosa
mi chiama da fuori.
Il gatto è cieco, penso –
sbanda e sente mancanza,
pure i tuoi calendari
avvertono la solitudine
di ruggine e polvere:
fermi da una vita a dicembre –
solleticati da spifferi amari
e crudi, fantasmi
di cose perdute.
l’odore delle stanze
nelle case di campagna
sa di santi e spighe, e fichi
seccati al sole. Sono
giovani suore le parole,
la volta che hai scritto il tuo nome
sulla soglia del magazzino,
quella che hai veduto
la donna lavare il suo uomo nel tino.
Il tempo gioca sempre
a nascondino, e non lo trovi
lo cerchi fra rovi e rose canine,
lo invochi se è tardi
lo guardi allo specchio nel mattino
sa di vento marino e gelsi
e di cieli tersi della
tua infanzia.
Dici: quando c’è l’amore e la gioia,
e non è frase fatta
vita ch’è scorsa, scorza
dolce come il frutto
tutto, altro che niente.
caro Rocco,
tutte abbiamo cantato le canzoni
non ci resta che un paese di lune
sepolte e balconi di sonno folto –
mentre fanno ressa dei ragazzetti;
ma c’è un’ora in cui posa
ogni cura, s’acquieta
il cuore e la terra
sa di sole stanco –
un’ora sospesa a un filo di ragno,
l’ora di lontane campane,
l’ora leggera.
rincasata, eri presa
dalle lamentele di tua madre
ormai cieca, dalla polvere consueta
aggomitolatasi sotto le poltrone arancioni;
clemenza per chi cade e cade male
e si lascia indietro il pane, ché non sa tornare;
pietà per le cose perdute e per la luce sul mare
della luna maliarda, per la savoiarda zuppa
di caffellatte che hai lasciato affogare
nella tazza; pietà per la terrazza ora sola
e colma di cenere e sale, per la gatta che ti ha
preceduto, per i vestiti di tuo padre
marciti nell’armadio – per ogni cosa che ha
senso d’abbandono e d’antico
per il sorriso ultimo tuo davanti alla porta.
…
Vano è cercare,
non si è soltanto di un posto –
ma di tutte le pietre e di nessuna,
appartenere a una collina brulla
visitata dalla luna.
…
un paese è anche passeggiare
con un cono gelato in mano.
Può sembrare strano, lo so,
ma non ricordo più l’ultima
volta che abbiamo passeggiato
insieme con un cono in mano.
Farei di tutto per incontrarti al bar,
prendere un gelato, la mente
sgombra e il cuore assente, le mani
occupate a tenere il cono al limone,
e intorno un paese, uno vero,
un paese di persone in volo.
non partire, resta qui –
il paese sa di sole
e lenzuola bagnate,
da un balcone un muratore
fischietta Bella ciao –
a giugno paglia e parole,
e nottole misteriose;
a volte può bastare una finestra,
una di quelle che vedono rondini
in volo distratto, una di quelle
che quando fa notte il cuore
sente piccole parole, onde
confidenti, fantasmi di canzoni.
Non abbiamo che il cuore
e fa freddo se siamo soli:
accendi con noi quei fuochi
a scacciare l’inverno.
non voglio rifugiarmi nella storia
paesana, nel ripiego, nel risvolto
di copertina, nell’eco del tempo
da cartolina d’augurio e saluto;
ricerco nella fatica, nel dolore
che viene dall’assenza di parole,
o dall’uso smodato, furbo, accattone
di talune – e sono coltellate,
tiri gaglioffi, bandiere al vento del niente
imbecille e senza scopo.
Lo sai, saranno crociere a Marrakech,
voli intercontinentali a Dubai
e disprezzo per il bene del giorno,
e per la vita tutta – col rancore
del borghese sazio, della dama
di compagnia dietro ai vetri sporchi
dei suoi desideri.
Poi il nuovo giorno, il sole che scandaglia
ogni tegola, ogni strada, le vigne
addormentate, le palizzate
di legno e metallo; poi le persone
usciranno di casa, parleranno –
chi venderà verdura, chi pesce
salato, e la lotta di due gatti
e il sorriso che t’immagini del grano
nei campi ancora scuri.
Nicola Grato, Inventario per il macellaio, Interno poesia Ed., Latiano (BR), 2018
Nicola Grato (Palermo, 1975) è laureato in Lettere moderne con una tesi su Lucio Piccolo. Insegnante di scuole medie, ha pubblicato un libro di versi Deserto giorno (La Zisa, 2009). Scrittore di racconti e saggi sulle biografie popolari, è stato drammaturgo per il Teatro del Baglio di Villafrati (PA), scrivendo testi tratti da Tommaso Bordonaro, Stefano D’Arrigo, Jean Giono, Michel Tournier, David Maria Turoldo ed Elsa Morante.
Maurizio Rossi
Pubblicato il 26 novembre 2018