Nevio Spadoni: imparare la vita e il suo contrario

Recensione di Maria Lenti a "Poesie 1985-2017"

 

Ad apertura della raccolta Nèsar (2014) Nevio Spadoni scrive: «La vita è anche questo guardare avanti, sgranando il filo dei ricordi e ogni tanto voltarsi per custodire uno sguardo, una carezza, forse mendicati, ricordarsi dei veleni che si spera abbiano esaurito la loro aggressività. E nascere è imparare a morire pian piano ogni giorno, a preparare un nuovo inizio, a salire l’erta scala della sapienza del cuore…». Una dichiarazione sottile e sincera di poetica. Ne danno conto le poesie in cui essa è intessuta.

Il riscontro lo si ha nel volume che raccoglie l’intera vita poetica di Nevio Spadoni, il ben curato Poesie 1985-2017 (con lo scritto introduttivo di Ezio Raimondi “Le voci dialoganti”) edito da “Il Ponte Vecchio” di Cesena alla fine dello scorso anno.

Imparare la morte è imparare la vita, tenendo il vissuto a valore, la calda rispondenza tra il fuori e il dentro. Come e in quali figure le esperienze, le occasioni, i giorni uno per uno della crescita, le persone conosciute, la comunità in cui ci si è felicemente avvoltolati, il paesaggio culla e contenitore, le perdite dolorose o sciolte lentamente ai fianchi, gli scollamenti, i desideri rimossi e quelli realizzati o altri precipitati dal sì al no, la fine di cose e relazioni, la felicità del loro esserci, siano diventate arricchimento sentimentale; in che modo la vita si sia abbracciata e stretta al suo contrario: imparare a vivere è imparare a morire, imparare a morire è imparare a vivere.

La domanda perché sia così è sottintesa . La risposta non viene data. La constatazione si presenta, silenziosa, per sorprendere su uno scalino, un pianerottolo, un bivio, una strada già attraversata o ancora da percorrere.

Sarà ancora così? Sarà ancora così. Dalla lontana E’ mêl/Il male, in Al voi/Le voglie: «“A m’so scalarê”, / e’ des l’êt dè / a i su amigh. / I n’l’à piò vest. / A s’putràl bravê dri / a la nöt / parchè la lasa e’ pöst / a e’ dè?» (“Sono uscito di carreggiata”, / disse l’altro giorno / ai suoi amici. / Non l’hanno visto più. / Si potrà rimproverare / la notte / perché lascia il posto / al giorno?), alla recente E’ mur de’ me/Il muro dell’io, in I Mur/I Muri: «Me, me, sól me, l’è un mur / ch’le gnar da butê zo, / e chj étar a i tu pì.» (Io, io, soltanto io, è un muro / duro da buttare giù, / e gli altri ai tuoi piedi).

Due esempi di assunto breve, lapidario, una verità, uno dei fili della poesia di Nevio Spadoni, insieme alla memoria e all’incanto memoriale, alla rincorsa del futuro, alla luce (se si apre, affetti e cuore si rinfrancano alla nuova partenza), al tempo rapinoso e luminoso (una circonferenza che ci cerchia tutti dentro, lepre e cacciatore, ma chi caccia chi? «A sen tot dentar / e tot fura da e’ zérc: cval ël e’ cazador / e cval ëla la lévra?»), all’esserci e non esserci più delle persone e non soltanto per la morte, all’amore che un momento c’è e l’attimo successivo è già sparito, alla storia minima quella in cui si è inseriti volenti o nolenti, quella fatta da persone cattive (che hanno dato fuoco alla Pineta dove Dante e Byron hanno camminato), quella che scorre silente, quella che ci lascia arenati o ci dà la spinta.

Mettono in rilievo tale ricchezza poetica le pagine critiche – prefazioni o premesse dei libri di Spadoni e i lunghi brani tratti da recensioni o brevi saggi sulla intera sua poesia riportate a chiusura di Poesie 1985-2017 –. Trame e orditi ricapati dal libro d’esordio Par su cont/Per proprio conto (1985), attraverso Al voi/Le voglie (1986), Par tot i virs/Per tutti i versi (1989), A caval dagli ór/A cavallo delle ore (1991), E côr int j oc/Il cuore negli occhi (1994), I şgrafegn/I graffi (2007), Un zil fent/Un cielo finto (2010), Nésar/Nascere (2014), fino a Nadel/Natale, uscita in plaquette nel 2011, qui accresciuta di alcune poesie, e alle inedite Agli ómbar/Le ombre, I mur /I muri. Ricapati anche da Esercizi dai lirici greci, particolarmente belli nel dialetto spadoniano di Ravenna.

Varietà di metri e di registri sempre con una lingua duttile, antica per radici e reinventata per creatività: si insinua nelle fibre del sé e nell’intorno a misura di un contesto, in cui si liberano tragedia e commedia, “resoconto” della vita e della storia quotidiana.

Come accade nei grandi poeti e nei grandi poeti di Romagna in dialetto. La cui lezione certamente Spadoni ha introiettato da giovane, insieme a quella dei classici latini e greci e italiani e dei poeti di un Novecento il più diverso. Ma facendola sua, poi, in un canto largo o in apoditticità secondo una inclinazione sentimentale tutta soggettiva e una declinazione versata alla ricerca di una strada che non fosse né epicedio del passato né timore del presente, né imbuto di futuro, quanto constatazione per la saggezza segnata dal vivere. O che il vivere comporta, se non si vuole morire.

Saggezza come risarcimento? Saggezza come individuazione. Imparare a vivere è imparare a morire, con una vena malinconica a tenere il passo, variando la corsa del prima, quando, a salita iniziata, emergevano gioia di vivere o barlumi di felicità. La vita ha in sé il suo contrario: lo si impara vivendo.

 

Maria Lenti

 

Pubblicato il 23 maggio 2018