Nell’abisso del Lager. Voci poetiche sulla Shoah

Nota di Maria Gabriella Canfarelli sull'antologia curata da Giovanni Tesio

 

La memoria di quei giorni che hanno segnato a lutto l’Europa è una luce gettata nel pozzo limaccioso, orribile della bestiale persecuzione di uomini, donne e bambini che furono deportati nei lager nazisti, una barbarie contro l’umanità messa in atto da altri esseri che non possiamo definire umani.

Per ciò l’antologia), a cura di Giovanni Tesio, che accoglie voci poetiche, le testimonianze in versi sulla Shoah Nell’abisso del lager (Interlinea 2019), circa trecento pagine di dolorosa narrazione del viaggio verso l’annientamento sistemico, a freddo delle moltissime vite che patirono e morirono nei campi di concentramento, appartiene a tutti e tutti riguarda perché strumento di sensibilizzazione alla vigilanza civile.

Nell’accurata introduzione al volume, esito della ricerca appassionata di testimonianze dirette e indirette, Tesio espone le motivazioni della scelta dei testi e relativi autori antologizzati; cita note e altre fonti bibliografiche via via esplicitando, precisando i criteri, “alcune questioni di natura preliminare” dalle quali ha preso l’avvio. Divisa in quattro sezioni, l’antologia si apre con Voci dal lager. Italiani (Levi, Belgioioso, Lodi, Osano, Vasari) e Voci dal lager.  Altre nazionalità (Katzenelson, Blumenthal-Weiss, Bonhoeffer,  Cayrol, . Delbo, Desnos, Fondane, Jacob, Laurent, Leszczynska,  Maurice, Pichon, Rozewicz,  Semprun, Sonnenschein,  Stern, Voidies,  Zywulska), cioè con i poeti che hanno vissuto in prima persona, subìto la deportazione. Si alza da queste pagine la voce di Primo Levi, sopravvissuto e perciò costretto a rivivere (come del resto altri) ogni giorno quei giorni incancellabili: Meditate che questo è stato: vi comando queste parole. /(…)/ Stando in casa andando per via,/ (…)/ Ripetetele ai vostri figli. /O vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi (da: “Shemà”); versi limpidi avverso l’oscurità della dimenticanza, parola cui dare fiducia e alla quale affidare la verità dei fatti: …fu allora che le parole circondarono Primo, grate per l’antica fiducia, / di avere in loro deposto/l’ordine del mondo (Emilio Jona, da: “La trasparenza della parola”). Affidata a coloro che sono tornati piagati nel corpo e nell’anima, la memoria del sopravvissuto si accompagna a un lancinante senso di colpa, a un’accorata richiesta di perdono ai milioni di morti assassinati e porge in umiltà una dolente autogiustificazione: Non è mia colpa se vivo e respiro/e mangio e bevo e dormo e vesto panni.

A seguire, le sezioni Voci del lager. Italiani (del primo e secondo Novecento sino ai contemporanei: Fortini, Porta, Anedda, M. Attanasio, Brugnaro, Buffoni, Calcagno, Caproni, A.M. Carpi, Clementelli, D’Elia,  De Luca,. Giudici, Gualtieri, Jona, Luzi, Luzzi, Morante, Pasolini, Pusterla, Raboni, Sereni, Turoldo e altri) dunque di “poeti non ascrivibili alla categoria di testimoni diretti”, ma portatori di un contributo civile, testimoni di sensibilità partecipativa  “a distanza di tempo come atto (o invito) di riflessione, come ritorno di memoria”, precisa Giovanni Tesio, e come necessità di fare d’ogni parola, verso, strofa, un filo che si annoda da una bocca all’altra, testimonianza su testimonianza da tramandare di generazione in generazione come, più avanti, è il “Racconto della morte di Hurbinek” ad Auschwitz, un bambino del quale Levi scrive ne “La Tregua”, e che Tesio a noi rammenta: “un bambino che non sa parlare e che non ha nome se non quello che gli è stato dato interpretando le voci inarticolate che ogni tanto emette”, e la cui “urgenza di parola” risiede negli “occhi mobilissimi, saettanti, che sembrano mostrare un’irresistibile volontà di “rompere la tomba del mutismo”. Il bambino che non sapeva parlare ha in queste pagine la voce poetica di Luciano Violante: Sono Hurbinek /(..)/ Così mi chiamavano / nel paradiso chiamato Auschwitz/ dove arrivai/che avevo/ tre anni.//(…)/ Nessuno sapeva dove ero nato/né perché ero lì// Morii /con il mio viso/ridotto a triangolo/ (…)/ trascinandomi sui gomiti/ nel fango/ e tra gli escrementi dei cani/ la prima settimana del gennaio 1945/mentre arrivava la libertà/ che non avevo mai conosciuto.

Sulla necessità di parola e all’aforisma di Adorno, alle polemiche che sono seguite all’affermazione “Dopo Auschwitz scrivere ancora poesie è barbaro” testimonia, tra gli altri, Vittorio Sereni: Se ne scrivono ancora./(…)/ Se ne scrivono solo in negativo/ dentro un nero di anni/(…)/(…)/ Si fanno versi per scrollare un peso/ e passare al seguente. Ma c’è sempre/qualche peso di troppo, non c’è mai/ alcun verso che basti/se domani tu stesso te ne scordi ( da: I versi); e Lea Canducci in Camera a gas, dedicata al padre, scrive delle paure assassine/ che ti hanno ammucchiato/ la pelle staccata la bocca crepata; e ancora: Quel veleno carnefice/ti ha ucciso mentre noi/ ti aspettavamo nei sogni/ossessivi dei giorni d’ottobre 1944.

Infine la quarta sezione, le Voci del lager. Altre nazionalità (tra cui Celan, Amichai, Auden,  Bénézet, Y. Bonnefoy, Domin, Krynicki, Kunert, Lasker-Schuler,  Pagis, Pinski, Plath, Sachs,. Sexton, Sutzkever, Szymborska), e la preghiera di tutti i sopravvissuti, il “Coro dei superstiti” nei versi di Nelly Sachs: Noi superstiti /dalle nostre ossa la morte ha già intagliato i suoi flauti, / sui nostri tendini ha già passato il suo archetto, un canto di dolore universale (le clessidre si riempiono ancora con il nostro sangue) che si accosta alla speranza, esprime il desiderio Guidateci piano di stella in stella./ Fateci di nuovo imparare la vita.

 

Maria Gabriella Canfarelli

 

Giovanni Tesio (1946), già ordinario di Letteratura Italiana preso l’Università del Piemonte Orientale “A. Avogadro”, ha pubblicato alcuni volumi di saggi (l’ultimo, La poesia ai margini, per Interlinea, nel 2014), una biografia di Augusto Monti, una monografia su Piero Chiara, molte antologie. Ha curato per Einaudi la scelta dell’epistolario editoriale di Italo Calvino, I libri degli altri (1991); la conversazione con Primo Levi, Io che vi parlo (2016) e presso Interlinea un altro volume su vita e opere di Primo Levi. Ancora qualcosa da dire (2018). Ancora per Interlinea un pamphlet in difesa della lettura, della letteratura e della poesia, I più amati. Perché leggerli? Come leggerli?(2012), il sillabario Parole essenziali (2014) e l’antologia poetica Piture parolà. Arte in poesia (2018): In poesia ha pubblicato un canzoniere in piemontese, Vita dacant e da canté (2017). Per trentacinque anni ha collaborato a La Stampa , al cui inserto, Torinosette, collabora tuttora. Presso Lindau nel 2019 è uscito il suo primo libro di narrativa, Gli zoccoli nell’erba pesante. Ha co-fondato e dirige la collana di poesia “Lyra” delle Edizioni Interlinea.