Cecchinel è poeta in lingua (Lungo la traccia, Einaudi, 2005; Le voci di Bardiaga, Il Ponte del Sale, 2008) e in dialetto (Al tràgol jért, Scheiwiller, 1999) e nel dialetto trevigiano di Revine Lago è anche questa ampia raccolta Sanjut de stran, suddivisa in sei sezioni, con un testo di apertura e uno di congedo. Scritte prevalentemente tra il 1989 e il 1998, le poesie hanno una forza tematica che ha atteso indenne lo scorrere degli anni e che appare estremamente affine ai tempi attuali così incerti.
Il libro si configura come la biografia di un periodo lungo e drammatico attraversato da un io che si è catà mamì sol (…) tel scur de ’n tènp desmentegà (“trovato da solo (…) nel buio di un tempo dimenticato”) poiché, al venir meno di una certezza interiore nell’individuo, corrisponde la scomparsa di un mondo antropologico insieme al suo paesaggio, all’ambiente naturale segnato dal lavoro e dai gesti delle generazioni che lì hanno vissuto. Il disagio esistenziale non è un tema nuovo nella poesia dialettale, basti pensare a molti testi di Raffaello Baldini, ai suoi personaggi abbarbicati alle proprie monologanti ossessioni, immersi nella fratture sintattiche come nelle assurdità della vita. Ma la molteplicità delle voci e il loro appartenere a persone ‘altre’ rispetto al poeta delineano un impianto teatrale che crea maggiore distacco e oggettività. Nei testi di Cecchinel, invece, l’io sta solo in bilico sul nulla e con la sua lingua “che atterrita // balbetti, perdi la cera, / ti inceppi e gridi” cerca appigli in un mondo che collassa.
Il senso di solitudine è ampliato dal fatto che, spesso, scompare il ‘noi’ con quel senso di condivisione sociale che il pronome ingloba, oppure indica solo coloro (“noi ghe olon ben al gnent – noi che vogliamo bene al niente”) che patiscono la stessa situazione di estraneità o esclusione. Rimane l’io contrapposto al ‘voi’ che si riferisce a persone vive ma ostili (per idee, parole, modi di vita) o a persone che più non ci sono se non come presenze interiori e la cui reale mancanza è fonte di una sofferenza prossima all’indicibile. Servono altre forme per avvertirne la vicinanza e per esprimere il loro esserci ancora, ’n vèrs inrauchì che ’l va e ’l vien e ’l sfiada / na ànema che la ol restar viva (“un verso arrochito che va e viene e ansima // un’anima che vuol restar viva”).
In un mondo che cede, la natura abbandona lo sfondo e diventa spazio fisico e mentale: non dentro ma attraverso essa il soggetto trova corrispondenze e circoscrive frammenti che, come lui, cercano di sopravvivere al buio del nulla. Una natura personificata già dal titolo (“Singhiozzi di strame”) e fisicamente determinata, dove l’esattezza della terminologia è una lama che incide il contorno degli esseri viventi nei quali l’io riconosce i veri compagni lungo il difficile tentativo di sopravvivere. Come nell’emblematica immagine del castagno malato (la voze del castagnèr crot, lungo testo dedicato a Whitman) che intona la sua litania di morte: “vita che piano te ne vai / come un essere giù da se stessi / per nodi che si fanno occhi vuoti / attraverso ferite e fessure / di midollo malato”.
In squarci notturni, l’ambiente assume talvolta i contorni onirici di un incubo, di un “sònc de masiera – un sogno di maceria” che diffonde il buio dentro la luce malata del giorno, “cenere fradicia di focolare il vivere rimasto / come un pianto quieto che non vuole finire”. C’è una definizione precisa che riassume la tragica consapevolezza di questo straniamento del soggetto: “a un oltà via / l’è sol che da zavariar – a uno impazzito / resta solo da delirare”. Un oltà via: potente figura retorica del dialetto che evidenzia la diversità dello sguardo di chi orienta i propri occhi verso l’altra parte, la zona oscura e insensata dove non si dovrebbe guardare, e chi osa farlo ne paga il fio.
La discesa nelle tenebre è dolorosa. Ci sono testi in cui il mondo sembra emergere dopo l’apocalisse o è prossimo ad uno sconvolgimento tellurico, come quando lori, gli spiriti dei morti, tornano alle vecchie case, ormai vuote e pencolanti e poi pian pian i se slontana, lasciandosi dietro un tremolio di temporale o di terremoto nelle case nuove. La figura che si mostra presenza amica, rapidamente può mutare in lutto e rovina “come una promessa deflagrata”. Nell’approfondita presentazione Cesare Segre, analizzando lo stile di Cecchinel, evidenzia la costruzione a specchio presente in diversi testi, che “corrisponde a una contraddittorietà congenita, quasi una maledizione”. Lo stesso poeta, nel testo introduttivo, si rivolge ad una “lingua della malora” che è “tai e dontura – taglio e giuntura” e “spaccatura bruciante”.
Diversamente dalla precedente raccolta, Al tràgol jért, dove permaneva un filo di raccordo tra il mondo contadino ormai scomparso e il presente, in cui ne sono rimaste le tracce come una mappa per orientarsi, in queste poesie non c’è alcuna possibilità di recupero del tempo passato, nessun positivo effetto del ricordo, perché ciò che è perduto ingrossa unicamente quel vuoto che si espande dentro e fuori di sé e risucchia “nel nulla / che è di tutti, / che è tutto”. Chi sa bene cosa significa rasentare l’abisso e conosce la bestia che “la te para / sul zei de ’n crep mut de scur – ti sospinge sul ciglio di un crepaccio muto di buio”, sa pure la fatica di trovare un appiglio, di scorgere punti di luce in un’oscurità che annienta, di percepire sussurri in un cosmico silenzio.
Dentro un dolore intenso fino alla disperazione, può emergere a tratti una quiete che non è rassegnazione ma capacità di accogliere la perdita, di sentirsi compagno di tutto ciò che va nel lontano e di cui restano labili segni come festuche sul fuoco, tremolii nell’aria e nelle foglie, echi di voci ormai scomparse. La poesia cerca di raccoglierli e di essere loro fedele: non li trasforma in sicure presenze o in promesse future, ma ne esprime l’ultimo apparire. Una poesia capace di creare intermittenze dentro il nulla assoluto (così che frammento e totalità si delineino a vicenda) e di quietare – per il tempo necessario – il tarlo del nulla: “par che sol che chi che à mestegà / sto scur pien / l’é s-cet, cet, / al se pòrta intiero / fa na lus barlumida del tut / al ciaro scur de la mòrt – perché solo chi ha addomesticato / questo buio pieno / è schietto, quieto, / porta con sé intero / come una luce abbagliata del tutto / il chiarore scuro della morte”.
Nelvia Di Monte
Luciano Cecchinel, Sanjut de stran, Marsilio Editori, 2012, con prefazione di Cesare Segre.
11 settembre 2012