Nei giorni per versi di Anna Maria Curci

Un'anteprima della sua ultima silloge

 

Anna Maria Curci, Nei giorni per versi. Prefazione di Patrizia Sardisco, Arcipelago itaca 2019

[…] Nei giorni per versi […] è certamente il diario di un quinquennio lungo il quale lo sguardo interrogante dell’autrice isola e ritaglia il dettaglio autobiografico, il frammento da cui si sente appellare; provenga tale richiamo dalla Storia, dall’infanzia, dalla contemporaneità o da una innamorata frequentazione artistica, ma non vedremo mai quel ritaglio accartocciarsi su se stesso, anzi: scartata la lusinga narcisistica, rotto lo specchio della vanità, il far verso di quel frammento diviene vertice, sguardo equidistante da sé quanto dal dato di realtà. L’endecasillabo di Anna Maria Curci è dunque il risultato di un distanziamento per giusta messa a fuoco e di una spoliazione, ricco perché nudo, denso perché nella rarefazione moltiplica il ventaglio delle sue possibili letture, prezioso perché icastico, aperto a quel respiro universale cui la poesia sempre tende, circondata da un bianco, trepidante silenzio. Poesia che sa farsi ponte, un ponte sul quale il passo poggia lieve ma fermo perché i giunti restano per sapienza ed eleganza virtuosamente nascosti alla vista ma, soprattutto, perché «Se le frontiere diventano ponti, / scorre limpida l’acqua a dissetare». […] (dalla Prefazione di Patrizia Sardisco)

[…] La forma chiusa così come l’ampiezza contenuta sono espressione del mio modo di ripensare realtà, anticipazioni, ricordi, visioni e, allo stesso tempo, della scelta di dare una cornice rigorosa allo sfogo del cuore e alla rivolta della mente. Si alleano così indole e determinazione, ben consapevoli del rischio di optare per una forma esplicitamente tradizionale e di restituire un contenuto intenzionalmente inattuale. Perché assumo questo rischio? Semplicemente, e senza tanta retorica, per due motivi: in primo luogo perché è in questa forma conclusa che pensieri, motti di spirito e moti dell’animo si presentano alla mia coscienza, in secondo luogo perché l’impalcatura regolare impone riflessioni, soste, dà spazio e respiro – anche quando sceglie di contenere lo spazio, di trattenere il respiro – alla mente che discerne così come al cuore che serba e seleziona memoria. Come le pagine di un diario, le quartine di Nei giorni per versi registrano ricordi, danno il conto di reazioni, provano a fissare sulla carta bellezza, sale o tocco ispido di un incontro. La cadenza rielabora, poi, ri-canta e ri-compone i frammenti d’infanzia, propria e altrui, le veglie pensose, quiete oppure aggricciate, gli antichi e nuovi sbuffi di ribellione e le insopprimibili timidezze nelle dichiarazioni d’amore, gli ‘esercizi spirituali’ della traduzione e la sorridente devozione alla poesia, tra stupore riconoscente nel leggere i versi di un amico e la rievocazione assorta e divertita, ancora con un amico, di baruffe e rivalità, miti e creazioni, tutto nel tragitto dalla casa dove abitò Cristina Campo sull’Aventino al Cimitero acattolico a ridosso della Piramide Cestia. Come in un diario, il passaggio dalla registrazione della quotidianità alla visione universale, dalla contemplazione del sé alla condivisione, sa di essere limitato e di avere, forse, la massima possibilità di slancio nell’affinità riconosciuta con le anime «messe a maggese» alle quali ci lega una cura per le «pagine scordate». (dalla Nota di Anna Maria Curci)

 

A Narda Fattori

«ti cerco nella sera sopraggiunta»

 

I

Come un accento a voce claudicante
balza e s’arresta il limite del giorno.
Taglieggia tra le sdrucciole e le piane
e tronca si riveste soluzione.

 

V

Al portatore d’acqua non si chiede
di narrare di sé e della sua fonte.
Sorda sete che s’avventa sul secchio
scansa polvere suole e passi stanchi.

 

VIII

Nell’interludio tra le glaciazioni
s’inorgoglisce l’uomo, si fa centro.
Pesce rosso nella boccia di vetro
è invece e a malapena se ne avvede.

 

XVII

Rimescolava i tarocchi sgranati
(i servi intanto azionavano leve).
Disse: «Io credo alla bontà dell’uomo»,
poi diede un morso e ritornò in trincea.

 

XXI

La bellezza qui gioca a nascondino –
conversazione in piazza Sant’Anselmo –
tra quel civico tre, Belinda e il mostro,
un sorriso su granchi e “ruba-scena”.

 

XXIX

Quando mi troverai già sfilacciata
dalla tua attesa inerte, mio poeta,
bollandoti la fronte penserai
che mai io sono innocua, io parola.

 

XXXIII

Mi insegui, disdegnato testimone,
anche quando sul bordo prendo fiato
e la sfiducia mi ha sbucciato il palmo.
È ignota ai molti la forza del mite.

 

XXXV

Abbiamo ripiegato le bandiere,
i teli funebri e le sporte a rete.
Chi si rimira compiaciuto e sazio
scansa con sufficienza gli irrequieti.

 

LI

Devozionale è la tua traduzione
che vai limando con le guance accese.
Lo so: cerchi rifugio dall’orrore,
ma l’imboscata, quella, sa aspettare.

 

LIX

Non puoi vuotare il mare col secchiello,
neanche il tentativo può salvarti.
«Essi pensano ad altro», tu sussurri
nell’ora che vezzeggia l’incoscienza.

 

XCII

Fu quando ritoccasti quella foto
che compresi lo strazio a noi occultato.
Gorgogliava lo squarcio senza fondo
la maculata trasfigurazione.

 

CX

Di che materia è fatta questa morte?
«Ghermisce» è una parola accovacciata.
Bivacca, perde il pelo e pure il vizio,
sta nel disinteresse la sua chiave.

 

CXXI

Da queste scaturigini negate
riparto, padre, da lotte e silenzi.
Lembo di lutto circonda le spalle.
Compianto, paradosso dello sprone.

 

CXXV

Essere entrambi i fratelli Bolkonskij,
Andrej e Marja, il rigore e il perdono,
perdersi risoluti e abbandonarsi
all’amore più folle, nonostante.

 

CXXXIII

Mi cullo in quello che di me dicevi;
metà e metà, formica e poi cicala,
un ibrido che ascolta, stipa e canta.
Ti cerco nella sera sopraggiunta.

 

CIV

In vece di un proemio io ti canto
la ninnananna accesso a un mondo altro.
Scorda il gesto che schiaccia, tu, conserva
il salto a lato, la disobbedienza.

 

CLXIII

La diceria del padre di famiglia
– Crono che inghiotte pure i suoi nipoti –
inalbera vessillo popolare
nave con vele nere verso schianto.

 

CLXXI

Quand’è che principiammo a destinare
la fragranza del pane a chi latrava,
quand’è che dismettemmo madre e padre,
che chiamammo sorgente il cherosene?

 

CLXXIII

Man mano che s’accende lume a lume
sostiamo nel silenzio che rapprende
lo squarcio all’improvviso rivelato.
Noi che veniamo al mondo lacerando.