Il titolo si presta a molteplici letture, potendo rappresentare il viaggio della vita in un tempo di perversione e sovvertimento delle relazioni e della consapevolezza del sé; viaggio nei giorni orientati in molteplici direzioni, ad indicare relativismo di idee e di scelte esistenziali; oppure, con riferimento alla Poesia, nell’apparente duplice prospettiva di vivere per poetare, e/o poetare per raccontare i giorni dell’esistenza: apparente, perché il mestiere del o della poeta, quasi sempre si sovrappone alla sua stessa vita e la esprime. Tra tutte le possibilità preferisco l’ultima, che fattivamente condivido, pur riconoscendo alle altre un valore significativo, in relazione al tempo attuale.
“Le centosettantatré quartine di endecasillabi qui raccolte costituiscono il diario di oltre cinque anni…di ricerca ed esistenza, di stupore e disappunto che si alternano e si affiancano nel guado, condizione permanente”; così l’Autrice presenta la silloge, quasi la visione di una macchina da presa che avvolge la scena, zoomando sui volti per coglierne la singolarità e l’interazione reciproca.
Suggestive le due quartine d’apertura, che uniscono la cadenza claudicante del Tempo, delimitante lo spazio netto del giorno, e il fare “a tentoni” che tutto contiene, come rete a strascico: per entrambi la “soluzione” è l’ultima parola dell’ultimo verso, cioè il compiersi o il “farsi” della Poesia. La forma “chiusa” del verseggiare, richiede attenta lettura; del resto, Anna Maria, per studi e sensibilità, è personalità complessa e, da buona insegnante, esige molta attenzione, perché molto offre.
Lo scrivere poetico è “furioso” sia nella brevità che nell’abbondanza, ma ogni cosa esprime ciò che è: il solo lenzuolo non riscalda quanto una coperta, può solo scimmiottarla. Così la poesia onesta è fedele a sé stessa e al lungo “maniaco” lavoro che la produce; tale è il “fare” di Anna Maria, mai inerte, mai sorpresa dalla “non innocuità” della parola. Come lei sa bene, le parole sono “cuciture” che “Colme schiudono…spazi… e contorni inaspettati”; ma anche suggestioni e illusioni, in cui vogliamo credere, con tanta pazienza, senza prendersi troppo sul serio. Ma sono anche il segno, la ferita, della “penna-arma bianca” che fa sanguinare non chi rimane a distanza, ma solo chi è “vicino” con la pagina tra le mani e gli occhi attenti, nonostante il pericolo.
Lo scrivere, la “vita attiva” è quotidiana resistenza dell’essere e del ricordo, nella Città eternamente “aperta” e per questo “ferita”, che richiama e conduce alla Poesia non centrata sull’ombelico, ma canto di una galassia umana in espansione; senza rinunciare all’ironia- misurata e graffiante- dell’artigiana che “canta, ride e poi risuola” la sua “ciabattina”, appagata e soddisfatta. Artigiana della parola da trattare con attenzione, così da non alterarne la materia, senza “tuffi carpiati…sui lemmi”, scrutando, oltre i confini del poetare onesto, la terra del “vanto o della vergogna” in cui- nonostante tutto- capita a volte di entrare. Anche ai poeti.
“Nei giorni per versi” è Poesia sferzante e di tenerezza, epica o elegiaca; volta alla terra e al cielo e, scavando, al “sottosuolo”; apre lo squarcio che ci rivela il senso per cui “veniamo al mondo lacerando”
I
Come un accento a voce claudicante
balza e s’arresta il limite del giorno.
Taglieggia tra le sdrucciole e le piane
e tronca si riveste soluzione.
VII
Nell’interludio tra le glaciazioni
s’inorgoglisce l’uomo, si fa centro.
Pesce rosso nella boccia di vetro
è invece e a malapena se ne avvede.
XXX
Ogni giorno s’avvera indisturbata
la sincronizzazione del nefando.
Complici, tra maniere e manierismi,
perushim infioccati in rituali.
LVII
Mio padre coltivava le tagete
nell’orticello lungo il litorale.
Non la capivo, allora, devozione,
mutevole com’ero e come sono.
CXXII
In volo su mottetti e ditirambi
simbolo, segno, grido e invocazione,
scava un pertugio, accedi alla speranza,
tra cielo e terra parla al sottosuolo.
CIV
In vece d’un proemio io ti canto
la ninnananna accesso a un mondo altro.
Scorda il gesto che schiaccia, tu, conserva
il salto a lato, la disobbedienza.
CLXXIII
Man mano che s’accende lume a lume
sostiamo nel silenzio che rapprende
lo squarcio all’improvviso rivelato.
Noi che veniamo al mondo lacerando.
Anna Maria Curci è nata a Roma, dove vive e lavora, come insegnante in un istituto d’istruzione superiore. Suoi testi sono apparsi in riviste, in antologie e su lit-blog. È nella redazione di “Poetarum Silva, della rivista trimestrale “Periferie” e del sito “Ticonzero”. Ha pubblicato in rete traduzioni da testi di diversi autori, prevalentemente di lingua tedesca. Sono pubblicate in volume dalla casa editrice Del Vecchio sue traduzioni di poesie da: Lutz Seiler, La domenica pensavo a Dio / Sonntags dachte ich an Gott (2012), del romanzo Johanna di Felicitas Hoppe (2014), di poesie da: Hilde Domin, Il coltello che ricorda (2016). È in uscita, per le edizioni Canopo, la sua traduzione del racconto I fortunelli di Felicitas Hoppe.Sue sono le raccolte di poesia: Inciampi e marcapiano (LietoColle 2011), Nuove nomenclature e altre poesie (L’arcolaio 2015).
Anna Maria Curci, Nei giorni per versi, Ed. Arcipelago Itaca, Osimo (AN), 2019
Maurizio Rossi
Pubblicato il 25/2/2020