Nauz di Roberta Dapunt

Recensione di Nelvia Di Monte

Inizia con un breve testo in prosa questa raccolta poetica, aspra per le immagini che l’accompagnano, ma “tlera y scëmpla”, chiara e semplice come vuole essere  una scrittura che indaga la vita in un maso dell’alta val Badia (BZ), dove il verde circonda la casa e la natura si insinua in ogni istante: “la notte di nuovo annoda i pensieri, / sfiora il sonno come falce su erbe difficili”. Qui l’attività si basa sull’allevamento, con i suoi ritmi e i suoi riti di sopravvivenza, come la macellazione del maiale nella stagione invernale, documentato nelle foto in bianco e nero. In ladino Nauz significa infatti mangiatoia, il trogolo di legno o pietra in cui si nutre l’animale.  

Nessuna retorica vernacolare e nemmeno un anestetizzante pietismo traspaiono da poesie tese a «raccontare di come la lentezza in questo luogo sa di viscere fumanti». Con «nitida coscienza» Roberta Dapunt osserva quanto accade nel maso, frutto di una storia antica dove il legame con l’ambiente e le sue tradizioni viene rivoltato dal profondo senza essere reciso, in modo da ampliare l’orizzonte:  “Le radici sollevarle, sradicare occhi e orecchi, andare via / (…) / e tuttavia guardarsi indietro da una stretta apertura”.

Ogni ambito della realtà è impregnato dal sentimento del sacro, che persiste nei gesti compiuti, nel rispetto per ogni essere, nell’amara consapevolezza che una dolorosa necessità sta al fondo della vita. Una precisa ritualità scandisce le opere e i giorni, dentro l’involucro di una religiosità inquieta, di chi ammette la propria incertezza (“Nebbia mi rimani”, ma il ladino ha una forma più complessa: “Tö restes por mè n banch de ciarü alt”) e tuttavia non rinuncia a cercare quel “Tö” (tu) che talora sembra trasporsi in un cielo terso, in una sorta di panteistica adesione: “Ciononostante continuo a guardarti, lì in fondo ai miei prati, / poiché non ho richiesta di ornamento più sereno”.

Sentirsi partecipe di una comunità e usarne la lingua rinforzano la consapevolezza che dentro quello spazio dai limitati confini risieda la giusta prospettiva (“Qui al margine della stalla, tu sei fenditura vitale / tra dedizione al piccolo e visione del mondo”) e si possa riconoscere l’intima unione tra i viventi, che non possiedono la terra ma la ricevono in prestito (“Gente ladina (…) gregge minore anche noi in affittanza sul mondo”).

I testi procedono in versi liberi, più consoni al «raccontare», con una scansione strofica attenta al dispiegarsi dei pensieri e delle immagini, sottolineati da alcune rime. A volte, nella traduzione italiana, si nota una differenza sostanziale con i versi originali: una scelta ovviamente ponderata, e va considerato che la prima edizione dell’opera era in tedesco. Nella postfazione la Dapunt sottolinea l’uso del trilinguismo (ladino, lingua nazionale e un dialetto tedesco altoatesino) in val Badia: «Siamo e rimaniamo traduttori, spesso irriverenti, che consumiamo in pochi minuti davanti a un caffè, storici sistemi grammaticali e lessici secolari.» È interessante notare che, in alcune poesie, passano dal ladino alla traduzione parole italiane ormai desuete, come orazione e la leopardiana ricordanza; oppure aggettivi legati alla natura (“uvei”, del colore dell’uva) praticamente dimenticati: quasi fosse il dialetto a tenere vive parole che l’italiano sta dimenticando.

Nauz offre una poesia dove con tenace sensibilità si accoglie la problematica concretezza della vita, e dove la stessa cura verso la terra è riservata alla lingua e ai silenzi di un luogo, spazio di solitudine che necessita di una particolare dedizione per continuare ad avere un futuro: “In questo maso, a pasturare rimane il nostro avvenire. / Mostra a dito innanzi, un passo dopo l’altro / giungeremo anche noi a fioritura”.

 

Roberta Dapunt, Nauz, Il Ponte del Sale, 2017

 

Nelvia Di Monte

 

Pubblicato 25 aprile 2018