Memorie e radici in Gettlíni de linòrio (Germogli di alloro) di Nadia Mogini

Recensione di Ombretta Ciurnelli

 

Il dialetto di Perugia, come altre lingue locali, è legato alla concretezza del vivere e così, tra le angustie linguistiche della quotidianità, costringe in forme scabre e terrose la manifestazione di sentimenti e affetti. Ma, se le emozioni premono, può capitare che attraverso correlativi oggettivi si riesca a dare rilievo a sentimenti profondi oppure a moti di tenerezza, come nel caso dell’espressione gettlín de linòrio (germoglio di alloro) che può essere riferita alla tenera gioiosità dell’infanzia e più in generale all’affetto e al rispetto verso persone care, esprimendo con efficacia sia la delicatezza sia la profondità dei sentimenti. Che cosa può essere, infatti, più tenero e intenso di un ramoscello di alloro e delle piccole foglie che lo compongono, per di più impreziosite da un intenso profumo? Così nel dire a un bambino per me tu se’ còme n gettlín de linòrio (per me tu sei come un germoglio di alloro) si può esprimere tutta la tenerezza di affetti altrimenti indicibili.

Nadia Mogini, perugina di nascita e anconetana d’adozione, usa questa espressione, ormai scomparsa nella comunicazione informale del nostro tempo, come titolo per la sua ultima raccolta, Gettlíni de linòrio (Germogli di alloro), pubblicata, nel gennaio scorso, da puntoacapo Editrice (Pasturana, AL) nella collana “Altrelingue” diretta da Manuel Cohen che firma una breve e puntuale nota posta nella seconda bandella che, insieme alla profonda prefazione di Walter Cremonte, impreziosisce il volume, dando il giusto rilievo a una raccolta ricca e intensa, dai toni sommessi e pacati.

I piccoli germogli di alloro, in questo caso, non si riferiscono a specifici moti affettivi, ma sono le poesie stesse che danno voce a memorie, sentimenti ed emozioni, nella ricerca delle proprie radici, custodite gelosamente, lontano dal chiasso, nella semplicità propria di umili e preziosi virgulti, quasi a ricordare le Myricae pascoliane.

L’opera presenta una struttura molto compatta: è divisa in cinque sezioni: Terra de Santi, Zzitta, Scólta, Dua, Né n ciel né n terra (Terra di Santi, Zitta, Ascolta, Dove, Né in cielo né in terra), ognuna introdotta da un haiku, componimento poetico particolarmente caro all’Autrice per la sintesi epigrammatica che lo caratterizza. La raccolta, inoltre si apre e si chiude con testi metadialettali: in apertura troviamo questa breve lirica: La parola, n dialetto, / è l zzono de la cosa / che prima d’èsse idea / scappa da drento e vola (La parola , in dialetto, / è il suono della cosa / che prima di essere idea / scappa da dentro e vola), che ricorda con sintesi incisiva la genesi onomatopeica delle lingue. A concludere il percorso è riportata una lettera dal carcere di Antonio Gramsci in cui si sottolinea l’importanza per i bambini di succhiare il sardismo, la lingua madre, sicché possano svilupparsi spontaneamente nell’ambiente naturale. Ma anche altrove Mogini torna a riflettere sul dialetto (come nella poesia L dialetto), una lingua capace non solo di cucire, nella condivisione di un codice, un rinnovato legame con il padre morto, ma anche, come appare evidente nella prima sezione della raccolta, di raccontare il rapporto intenso con la propria terra, ricercando tracce e segni di quella “umbrietà” che resta viva anche quando il viaggio della vita ci porta lontano da quei luoghi ndua ch’èn nati i santi nostri (dove sono nati i nostri santi), luoghi permeati di silenzi e di una scontrosa riservatezza.

Luoghi in cui alberi, colline, acque e tutto l cilèste (il celeste) che li avvolge sembrano parlare sommessamente, quasi disvelando Santi in preghiera o quil Padreterno / che se fa ndovinà (quel Padre Eterno / che si fa indovinare) oppure lo slagrimà bòno de le madri (il pianto buono delle madri), in una coralità in cui si confondono voci, sussurri e fruscii che raccontano il palpitare di una terra, quasi in una panica condivisione, come recita la chiusa della poesia Zzitta: Zzitta a sentí le foje / j’api che ciúccion l’ua / la ranzla di granòcchi / n cane che chiama n omo (Zitta ad ascoltare le foglie / le api che ciucciano l’uva / la raucedine dei ranocchi / un cane che chiama un uomo).

Quello che si compone nella raccolta è un paesaggio che sembra condividere le sofferenze dell’uomo, in cui l’ippocastano soffre il peso dell’aria e, lasciandoli cadere, sembra quasi sgravarsi di ricci e foglie e le finestre aperte sono come bocche che non respirano e le mura sembrano macchiarsi dei sogni dell’Inferno. Ed è in un fucéllo / caduto, sciucco / e mpò scordicàto / co la penína / che già l’on tajato (ramoscello / caduto, secco / è un po’ scorticato / con la pena struggente / di chi è stato già tagliato) che si proietta il proprio male di vivere, senza tuttavia sconfinare in angosciose pensosità. Magari sono grilli e cicale a contrappuntare e rodere insieme il proprio male, anche nel desiderio di dare voce a tutti quelli che nella loro vita sono stati costretti a bagià basso (chinare la testa).

Altre volte si coglie la nostalgia di affetti mancati, di atmosfere perdute, il ricordo di partenze, il vuoto incolmabile di lontananze. Il tutto cercando di carpire in ciò che ci circonda segni, voci di grandi silenzi, magari nel discorrere intenso del buio (L buio discorre fitto de sapienza > parla fitto fitto il buio di sapienza) e quando il luogo delle memorie è la casa, a prevalere è un tono dimesso, in una dimensione minimalista e sono i semplici oggetti della quotidianità a raccontare affetti e mancanze: una Radio Marelli, de ràica tasti bianchi / sul comodino (di radica tasti bianchi / sul comodino), oppure le impronte delle dita di chi non c’è più, restate impresse sulle lenti degli occhiali.

Nadia Mogini nelle sue liriche usa il dialetto perugino nel registro urbano, quello del borgo più a Nord della città, decantato delle asprezze del contado, con morbidezze che fanno pensare al dialetto anconetano e, quando si modula in settenari, par quasi di cogliere echi della poesia di Scataglini, come nota Cremonte nella Prefazione. D’altronde la nostra Autrice compone versi anche nel dialetto di Ancona e vanta esperienze significative nel teatro dialettale della sua città di adozione e si sa che la lingua della poesia in dialetto non è quella con cui si possono ricostruire isoglosse, ma è un idioletto in cui si mescolano, stratificandosi nel tempo, memorie infantili e lessici familiari, insieme al vociare del borgo, che si intride di voci onomatopeiche.