Ricordati! Solenne comandamento e invocazione all’inizio della preghiera “eucaristica”, preghiera centrale della Messa: nella liturgia della Chiesa, con questa parola ci si rivolge a Dio, affidando a lui i vivi e i morti e tutta la sua Chiesa, e nello stesso tempo al Popolo di Dio, perché ricordi di essere tale. Questa parola ha una profonda sacralità, poiché non è la preghiera di un singolo, che pure è sacra, ma quella del Popolo cristiano nel suo insieme.
La medesima parola, titolo della raccolta che richiama le lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana, è un imperativo a ricordare non soltanto ogni singola vita che ha in sé un valore immenso e unico, ma “un Popolo” una Chiesa laica, che dette la vita perché tutti potessero vivere liberi, riscattati dal sangue delle donne e degli uomini torturati e uccisi dal nazifascismo.
Ma tutto ciò non basta, se non si considera che la singola esistenza, per effetto di questo sacrificio condiviso, assume una luce ancor più vera e concreta; luce che viene narrata e celebrata dalla raccolta poetica della Canfarelli, suggerita dalle lettere, strazianti e drammatiche di per sé, e accese dal fuoco della Poesia, immaginifica e metaforica.
Leggiamo così una lunga ode corale, scandita dal primo verso in corsivo, che narra personalissime vicende, attraverso i dubbi, le paure, il dolore del distacco, la pena per il futuro di chi resta; è un colloquio nel quotidiano, per nulla retorico, semmai eroico, dove si condanna la sconfitta dell’umanità che interrompe assurdamente, a volte con accuse infondate, esistenze preziose non solo in sé, ma in quanto provvide per altre vite, delle quali si ha la responsabilità.
È altresì dialogo prima e oltre la morte, che nel ricordo – ancora una volta, memento – dilata l’attimo presente dello scritto, e unisce due dimensioni apparentemente inavvicinabili: il mondo dei vivi e quello dei morti. Ci sono altri esempi di questo dialogo in letteratura, viene alla mente Antologia di Spoon River; dove manca però la disumanità bestiale e sistematica dei carnefici, ma è presente la malvagità e la maldicenza che può ugualmente uccidere chi è senza colpa.
Torna più volte, nelle parole dei condannati, il tempo, declinato nei giorni, nei minuti, nelle stagioni; la luce, il profumo della natura, simboliche misure e testimoni di esistenza, nel tentativo di aggrapparsi a questo mondo, mentre la ragione sa, e dice, il taglio finale, irrimediabile.
E ritornano le descrizioni di luoghi sporchi, come sporco è il finale delle vicende narrate, spari, nodo di corda robusta: “…ma un’idea è un’idea/ e nessuno la rompe” cioè l’idea di giustizia e libertà, che purifica e lava le colpe. Ma non tutte, non quelle dei carnefici.
Memento idealmente continua la precedente raccolta dell’Autrice, “Prova di lingua madre”: dalla parte dei condannati, è ritorno alla lingua “madre” che dice affetti, attenzioni, case e cose che rendono donne e uomini “umani”, con una comune radice, la parola; dal lato di chi resta, destinatario/a della lettera, perché il ricordo – pensiero ed affetti – accolto, comunicato e tramandato, è anch’esso “lingua madre” cioè radice e gemma di ogni esistenza condivisa.
Penso, e la mia pelle sente
che mi pensate anche voi
in quest’umida sera
fasciata dalla nebbia novembrina
in un’ora viola e imprecisa,
un istante che afferra il respiro
e il primo giorno
del mese nuovo: altri non seguiranno.
Scivolerò nella fossa, e non da sola.
In piedi, sulla porta socchiusa
dell’alba, a pochi passi dall’impiccagione
mi tiene stretto il pensiero tenace di voi
che non sapete, come stretto mi tiene
il nodo non disciolto
che mi graffia la gola,
che le parole senza fiato incorda
e al vento pazzo appende e affida
il mese e il giorno e l’ora della fine.
Io, condannato a morte
insieme a molti altri, dico: viva
la libertà dei popoli. Chiedo perdono
a tutti, ma un’idea è un’idea
e nessuno la rompe. Tra poco, dicono, respirerò
l’aprile appena nato, la prima aria gentile
interrotta dal secco comando di Fuoco!
Torturato nel corpo, non
nell’anima, a mia memoria lascio
l’epitaffio per me. Farete scrivere:
Resistere è un dovere non da poco.
L’ufficio, le scartoffie
i giorni mi stavano stretti
(mentre altri morivano). Staffetta partigiana
clandestina al tramonto sui monti,
portavo il pane e le armi. E una notte
di calma sospetta, mi hanno presa
al ritorno, arrestata sull’uscio di casa.
Comando a voi tutti prudenza, non vi fidate,
non parlate coi vostri vicini, non date inutili
chiacchiere alle orecchie di giuda.
Tra un passo, un minuto
un istante (di preciso non so)
apriranno la cella. Dimentichiamo
adesso e per sempre
che noi per niente si andava d’accordo:
è arrivato il momento
di darti un abbraccio fraterno, lasciarti
le chiavi di casa, il quaderno dei conti
del poco che ho. Troverai appeso all’ingresso
il cappotto di lana scadente.
Nove giorni di cella
lasso di tempo infelice
che ad ogni istante nella testa
batte, dopo la farsa chiamata
processo. Vi prego madre, fratello
miei cari: non affaticate con il pianto
i vostri mesi, gli anni che verranno
serbate intatta la stanza dei libri
il quaderno su cui scrivevo
pace, speranza, parole buone
per il giorno dopo.
Maria Gabriella Canfarelli, Memento, Edizioni Cofine, 2021
Maria Gabriella Canfarelli (Catania, 8 marzo 1954) ha pubblicato i libri di poesia Battesimo di pioggia,1986; Domicilio, 1999; Cattiva educazione, 2002; Zona di ascolto, 2005; L’erborista, 2010 e nel 2015 Dichiarazione giurata dell’attrice. Altre poesie sono apparse sul web, su riviste di letteratura e in antologie. Ha pubblicato il testo per il teatro Amori (Anthos n.1-2, A. 2013) e su La terrazza i racconti Prima del compleanno (2013) e La disattenzione (2017). Ha curato (2006/2009) la rassegna Poesia siciliana contemporanea per la Rivista di poesia internazionale Pagine, diretta da Vincenzo Ananìa. Collabora alla rivista di Letteratura e Ricerca La Terrazza (Ed. Novecento) e a Periferie (Edizioni Cofine). In lingua siciliana, nel 2019 ha pubblicato Provi di lingua matri, finalista al Premio Città di Marineo 2020.