Occorre serietà e consapevolezza, oltreché una certa dose di libertà personale, per “rendere conto” a qualcuno o ancor più a sé stessi, di viaggi incompiuti: non imperfetti, perché la perfezione – ammesso che attenga agli umani – non può esaurire ogni atto o pensiero, ma solo bloccarlo, congelarlo; l’Autore invece li definisce non compiuti, poiché la meta, Itaca, adombra la meta, e ogni viaggio termina, là dove ne inizia un altro.
Mi piace cogliere anche qui, come in letture di altri Autori, una metafora della Poesia, che è tale perché si fa – come dice lo stesso nome – e non perché si compie; è condiviso da tutti, credo, che ogni poesia non si esaurisca una volta scritta, non foss’altro perché genera continuamente dei significati nuovi, sia per l’Autore, che, ancor più, per chi legge o ascolta.
“Non raggiungeremo noi stessi./ Il poeta defunto profetava:/ La pioggia segno della bocca/ la s sibilante e la gn palatale/ se tutto torna uguale (penso penso)/ nella ruota di Budda o di Duchamp.” (Madre Poesia) Quanti significati e soprattutto quanti percorsi mentali ed emozionali aprono questi versi, suggeriti da quel “penso penso” itinerario riflessivo, già in sé viaggio incompiuto!
“A chi obietterà che si tratta di poesia difficile, o non facile…” all’inizio di questa raccolta l’Autore, a mo’ di scusa, risponde che difficile è tutta la Poesia moderna, così come la Scienza: in realtà, non trattandosi di un discorso logico tendente a spiegare, (come potrebbe essere un argomento scientifico, che deve adattarsi secondo me all’uditorio – sia esso composto di scienziati o di persone comuni) la Poesia esula dalle categorie facile e difficile, per entrare nella dimensione evocativa ed emozionale, se vogliamo intuitiva.
A sottolineare questa “difficoltà” l’Autore riconosce che nella Poesia c’è un gioco delle parti poeta-lettore-poeta, mentre l’aria si espande nei versi e l’immaginato si confonde con l’immaginario; l’apparenza della vita necessita di disperato bisogno di apparire, perché si possa consistere, nel significato di durare, resistere, che è aspirazione costitutiva dell’essere umano. E’ questo forse il voler essere contemporaneo del corpo, più che residuo della memoria, vivere nel presente e non nel passato, vivere più che ricordare.
Eppure la tentazione del ricordo, della memoria è forte in questa poesia di Melis, dialogata con una figura femminile -forse la memoria stessa?- a partire dalla copertina del libro: l’amazzone, figura colma di significati, che appare/scompare tra gli alberi di un bosco, anch’esso metafora potente, luogo di satiri, ninfe, fate, ma anche di magie e riti dionisiaci. Tutto questo l’Autore lo conosce bene quando richiama Ulisse ed Elena e Troia e Itaca, perché nei miti antichi la memoria si fa suo presente, pur mantenendo la consapevolezza dell’illusione. “Essere transitori dell’aria/ e del cibo nel corpo/ dove l’anima si stende”; così come, mentre svolge il compito del dire, sa bene che pronunciare un nome non vuol dire conoscere, e dà con ciò uno scossone potente alla convinzione che il poeta sia colui che nomina le cose. Ma senza drammi “Ora con l’identità autonoma delle sopravvivenze/ si stringe una relazione serena” anche quando la cosa perde il nome astratto, dato per la funzione, per riprendersi il proprio concreto.
Melis realizza così di portare dentro una “radice individua” il “confronto tra due mondi diversi tangenziali” cioè la cronaca e/o la poesia, come esprime nella composizione con questo titolo e che riporto integralmente, perché mi sembra significativa dell’uomo-poeta.
In conclusione – se può dirsi conclusa la lettura di un testo poetico – la Poesia di Mario Melis, “persona civile” oltre che di vasta cultura e di attitudine speculativa, rientra nella categoria di quegli “omicidi incruenti”: scelte dolorose, abbandoni, rotture di relazioni, giuste o sbagliate, perché “Se nulla si crea e si distrugge/ perché uno lasci lo spazio/ bisogna che un altro spazio sia”
Il gioco delle parti
E’ il momento di trarre dall’apparizione un senso:
è un caso o il destino.
Nel leggere una poesia o solo un verso
immagini il gioco delle parti.
Che senso ha ciò che la voce dice
se nessuno l’ascolta?
Il lettore sta dentro la poesia,
diventato poeta, sebbene manchi qualcosa.
Tu sempre mia compagna accanto, mio fantasma
di sempre, e non importa se sei
proiezione di me, tu realtà
di fimo intrisa come zolla alimento
al modo dei mortali.
L’aria si espande nei versi
con le reticenze imposte
dai limiti della conoscenza: cosa sarà Adesso?
E dal freno dell’orologio
prima dello scatto (successivo).
La cronaca e/o la poesia
…o segmenti sos di alfabeto Morse
isole dove salti dall’uno all’altro
o cadi nelle pause.
Il confronto tra due mondi diversi tangenziali
nello splendore del giorno in un unico mondo.
La radice conflitta entro di te fino alla bocca
individua la porti nelle strade.
Ieri dopo l’abluzione
nei recessi è restata la memoria
e il paese continua
quasi non fosse accaduto niente.
E’ la vita normale.
Il mondo dei gesti e dei pensieri.
Il sole abbaglia e oggi
insegnamo ai bambini.
Forse dalla Grecia
Pinete dell’interno terra di biblioteca.
Dal poema si assentano gli eroi questa mattina
immersi nel ricordo della gloria.
L’uomo altrove.
Il vuoto di quello che era prima
smarrito nelle pagine dle libro.
Penelope in cucina
alla distanza del viaggio di una mano.
Nel silenzio dell’antefatto
per le necessità della retorica.
Ridurre ai minimi gesti (essenzialmente)
come quando lei entrava
fra candide lenzuola coniugali.
Poi per amarli si sezionano
estendendo il moto delle membra
ai punti cardinali.
O allorché teneva per mano la bambina.
Senza la voce (non) si incontrano i pensieri lontani.
Mario Melis, Rendiconto di viaggi incompiuti, Ed. Cofine, Roma 2019
Mario Melis, nato a Roma nel 1942, vive a Palestrina. Ha insegnato lettere in un istituto della Capitale.
Ha pubblicato libri di carattere storico-archeologico, e in poesia: L’altro, 2004; Notizie dall’isola, 2014. Sue poesie sono presenti sul sito “Poeti del Parco”.