È inquieta la poesia della Cabras: come potrebbe essere altrimenti se “la poesia è fuga e ricerca, bisogno e spavento; un andare e ritornare…” secondo le parole di Maria Zambrano in Filosofia e poesia, citate dall’autrice? Inquietudine e rovello già leit motiv in quel “girotondo” della bella raccolta “Dies in tundu” del 2020: né gioco infantile, né vagare indeciso.
Dice infatti Maria Grazia Cabras: “in questo stato di sonno-veglia di veglia-soglia, qualcosa preme verso altro vedere, sprona in divenire sul margine del sogno.” (pag. 40). Tempo circolare è questo, non solo tempo della memoria: tempo di “strologare (strologando) ferite/ nello spazio inquieto” (pag.19). Il senso del titolo della silloge, Oriolos – che è anche quello della prima sezione – è l’inquietudine del voler capire oltre ogni difficoltà, magari ricorrendo al mito, alle divinazioni, persino agli astrologi.
Mi piace ricordare un verso di “dies in tundu” “l’asfodelo del nord inghiotte ossa”: asfodelo, fiore, già nell’antica Grecia associato al culto dei morti, offre un delicato miele e le fibre per cesti di vimini, distillato quello e intessuti questi, dalla gente Sarda. Sotteso alla poesia di Maria Grazia Cabras, c’è altro e un altrove e il ritornare non è mai al punto di partenza “Destare la zolla dal suo digiuno/ fare e disfare come Penelope la tela// sfiorare nella polpa oscura/ quel bioccolo di luce/ palpito mutevole, suono in fuga” (pag 11): suggestiva è l’associazione di tatto, vista, udito, tre dei cinque sensi, quelli dell’età adulta (gusto e olfatto li riteniamo “primordiali”), che dicono una scelta di conoscenza e insieme un abbandono al mondo, con consapevole umiltà.
La scelta delle due lingue, duas limbas, nella prima sezione della raccolta, mi dice la necessità per la poetessa di stare al mondo con rispetto e consapevolezza : “in questa lingua canuta eppure di latte” che dà “voce al dolore, senza offendere il cielo” (pag.8); il sardo nuorese che “riverbera sera e tuoni” e la lingua dell’Unità (quanto sofferta?)- la prima nella memoria e la seconda nella consuetudine – accomunate entrambe da “parole che tornano”. In questa duplicità espressiva, è sollecitata dal ricercare la “parola perduta”, senza “consumare/ né essere consumata né consumarmi” un rischio insito persino nel poetare, così come nell’abitare il mondo; spesso “mondo in catalogo” al quale Maria Grazia dice no. Sceglie di tornare al “delirio di bambina/ spavaldo animale a perdifiato/ in signoria d’alberi” (pag.18).
L’animale spavaldo, il “delirio di bambina” -non certo infantile!- permea la seconda sezione “Agguati” perfino nella forma, non più in versi, eppure drammaticamente poetica, in cui la domanda “cosa ci sos-tiene”?(pag. 32) è razionale ed emozionale, dolorosa e ineluttabile, come del resto l’intera sezione. Allora “mentre oscuramente tutto trascorre, declamare una litania come sgranare il rosario” i cui grani sono le vertebre, il sostegno così fragile e forte del corpo, fa dire alla poetessa “talvolta le cose muoiono prima di essere nominate, non sempre nascono e prendono vita con la nominazione”. È straniante questo apparente “impoverimento” della poesia che dovrebbe e dà nomen alle cose e le porta alla vita, le sostiene in vita: è la fine di un’illusione? Lo sconfessare la stessa poesia? È certo un paradosso, una provocazione radicata nello spirito di una lingua-terra morbida e aspra insieme, come sa limba sarda.
Poi torna a parlare la poesia con lo sconfortante ma vero “guardare tra le pietre, dentro la crepa. E non farsi inghiottire dal fondo” (pag. 37) da dove “si fa strada a poco a poco la morte…la morte per frammenti…adagio ci abitua scucendo gli abiti di soppiatto, quando apparecchiamo la tavola, o accendiamo una candela, un lume”. Mi torna in mente Cesare Pavese di “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, quando canta la morte come colei che “ci accompagna/ dal mattino alla sera, insonne,/ sorda, come un vecchio rimorso/ o un vizio assurdo.” Allora mi conforta sapere che, nonostante l’impotenza e l’angoscia per l’ineluttabilità del nostro destino, la poesia non muore, ma vive nella fratellanza di chi scrive e continua, nonostante tutto, a “nominare”, a comporre il suono e il senso delle parole, a renderle sorelle tra loro.
Dopo l’inquietudine e gli agguati, resta alla poetessa il Nóstos, che evoca il ritorno, il viaggio dentro di sé alla ricerca dell’identità, della consapevolezza di essere persona; mi sembra di vedere nella terza sezione lo sviluppo del tema poetico già citato, che ora riporto integralmente “Quando le parole tornano/ riverberando sera e tuoni/ in questa lingua canuta eppure di latte/ come afferrarle torcerle/ dando voce al dolore, senza offendere il cielo/ le foglie?” (pag. 8).
L’autrice nuorese conclude la silloge sviluppando l’intenzione e la forma di questi versi in brevi componimenti, ridotti all’essenziale per non travisare, manomettere la parola, pur scrutandola da diverse prospettive; tuttavia, senza offendere la natura (le foglie) e il cielo (l’infinito, ineffabile e indefinito). Lei compie una profonda ma delicatissima operazione immergendosi nei vocaboli e insieme nel proprio mondo interiore, che offre, non impone, a chi legge e ascolta, nella loro ricchezza. Sintesi e abbondanza: ricordo Francesco Guccini (Vorrei, 1996) “il lancio, la grazia, il volo/ impliciti dentro al semplice tuo camminare”.
Ecco Madre con la sua: “inappellabile origine//aurora e luna/ nella tenda del cielo/ appaiate complici”; Nuraghe: mia spora mia dimora/ notturno di pietra che passa/ e mai giunge/ di pietra che parla/ congiura; Profezia: “da silenzi antichi buca mani/ espugna barriere di volti/ una spina”; Del Femminismo: “rovesciare il mondo/( e un mondo d’improvviso nasceva)// spalancare finestre/ spazzare piccole morti dando acqua ai fiori// incendiarsi/ le radici in alto, nuvole”.
Sono esempi di una parola- traccia, bussola di un cammino dentro di sé, talvolta àlgos oltre che nóstos; ne manifestano altresì la ricchezza nel lirismo di scomposizione-ricomposizione: di aurora- luna, in Madre; di pietra che passa e mai giunge, in Nuraghe; di radici in alto e nuvole, in Del Femminismo.
Mi sembra utile ricordare che la Cabras sia stata a lungo redattrice della rivista “L’area di Broca” – in Neurofisiologia è l’Area della corteccia cerebrale deputata al linguaggio articolato, complesso, strettamente connessa a quella per la comprensione delle parole e del linguaggio, (area di Wernike): lei, nel riafferrare le parole, riconoscerle, articolarle secondo il suono e il senso, sta nel mestiere della poesia, strettamente legato a quello del vivere; nell’accostare le parole, specie “in duas limbas” avvicina, tra-duce, tramanda, mondi diversi accomunati dal pensiero che riesce a cogliere e dal sentimento che lei com-prende.
Maria Grazia Cabras, Oriolos – poesie in due lingue, Ed. Cofine, Roma 2026
MARIA GRAZIA CABRAS è nata nel 1954 a Nuoro. Ha conseguito il diploma in Neogreco presso il Dipartimento di Lingue Straniere dell’Università degli Studi di Atene, città in cui ha vissuto per molti anni lavorando come traduttrice e interprete. Ha pubblicato i volumi di versi Viaggio sentimentale tra Grecia e Italia (2004), Erranza consumata (Gazebo, 2007), Canto a soprano (Gazebo, 2010), Bambine meridiane (Gazebo, 2014), Bestiario dell’istante: Poesias in duas limbas (Cofine, 2017), dies in tundu. girogiorni (Cofine, 2020), L’anima sonora delle parole (Neos, La Mandetta, 2023). Coautrice, insieme a Loretto Mattonai, del libretto musicale Fuochi di stelle dure: cinque ballate e un attittu (Gazebo, 2011), e del progetto scritto a mano Periplo della cruna (testi surreali e segni) di cui, fino ad oggi, sono usciti sei volumi in tiratura limitata. Suoi testi e recensioni sono presenti su riviste e volumi antologici. Ha tradotto dal neogreco all’italiano e in sardo nuorese poesie e testi in prosa di autori greci, tra i quali Aléxandros Papadiamántis e Kóstas Karyotákis. Per quasi venti anni è stata redattrice della rivista “L’area di Broca”, fino al 2024, anno di chiusura della pubblicazione.
