Maria Grazia Cabras, dies in tundu/girogiorni

Recensione di Gian Piero Stefanoni

 

È sempre un piacere affondare nel mondo poetico di Maria Grazia Cabras, tra le luci e le ombre dei suoi intrecci appassionati, delle sue infinite risonanze legate entro una parola plurilingue, nel pieno di una pronuncia fra l’incisività del dire in lingua e quello del sardo-nuorese d’origine nello sfondo di un dettato ben presente agli echi greci della sua formazione (per diversi anni infatti ha lavorato ad Atene come traduttrice e interprete).

Nell’intenzione di un canto che ha al centro “la natura femminile del mondo”, e proprio dal femminile “l’anima sonora delle parole”, la diglossia, come ebbe ben a rivelare Ombretta Ciurnelli e come da lei stessa appunto raccontato, assume il senso di un volontario sospendersi, restare come al limite di un ascolto più vicino a quel mondo ancestrale e mitico, di favola, in cui riportare entro una dimensione  allargata della storia la suggestione di un mistero più vicino, e dunque, più facile a dirci (perché del profondo) nel continuo rimando delle sue provocazioni. Così è anche, non a caso, in quest’ultimo lavoro, dove la creaturalità nel girotondo dei rimandi ha casa nello spazio fisico mentale libero dei bambini, in quell’apprendimento che, venendo dalla terra, ha della terra l’impronta miracolosa di elementi appresi e rilanciati nella ontologia di una magia certo lontana, antica ma anche insieme ogni volta, sempre, naturalmente nuova per capacità destrutturante dell’immaginazione e dello sguardo.

Ed è la stessa Maria Grazia brevemente a scioglierci nell’introduzione motivi ed echi di questo “libro dei giorni (e delle notti)”,  in cui Limba e lingua coll’assecondare “la forza psichica del sentire/dire  in maniera autonoma” pure finiscono (volta per volta secondo quale riaffiorare tra le parole) col restituirsi nel dialogo valicando “luoghi stati d’animo situazioni incantamenti”. Dimensioni dello stupore e del viversi sacralmente incisi nel presente del gioco ora raccontati,  nella prima parte, nella custodia instancabile e “quasi panica” dei mondi (l’esistente svelato però, come da avvertenza, anche nelle sue forme oscure) ora, nella seconda, nel tramite di una infanzia rimemorata anche da uno scoprirsi che viene dal sogno, di una realtà nella “pienezza dell’ascolto originario della lingua e del paesaggio interiore che la seduce”.

Paesaggio che però nello specchio è anche quello dello spazio dell’inventarsi, di luoghi anche comuni e quotidiani ma nello scarto sempre della meraviglia, nell’angolazione di una tessitura sempre femmina come detto nel grembo di mondi, di mappe e marine ritornanti nelle bocche aperte al sole di interminabili luci. “Bardóffulas lestras lestras” (“trottole inquiete”) allora ci appaiono questi bambini, ad animare simulacri, a rovesciare al cielo come questa poesia che procede per ritagli e frammenti le filastrocche ricucite dalla terra. Vocalizzi, altalene, acrobazie di paure e piccoli splendori, di mancanze e germinanti ritrovamenti, di solitudini anche affidate a ninnananne meridiane e notturne, di straripamenti sgomenti del cuore.

Così del battito in un incisivo e non condizionato levare viene ricordato l’antica memoria, il contatto in quella somiglianza che dice dei bambini e degli spiriti, delle “janas”, la medesima offerta e la medesima danza (“dillu” nel ballo popolare sardo) nel reciproco riconoscimento dei passi: insieme “istellas che frores in chelu e frores che istellas / in sos camposs” (“stelle a forma di fiori nel cielo e fiori come stelle / nei campi”). Memoria invece che nella parte finale come accennato in cui dominano i testi in lingua trova iscrizione nel riaffiorare di personali incidenze (“adesso parla un sé dimenticato / in fuga da ombre abbacinanti”), di personali e disattese fioriture, forse, di mancati e ricomparsi desideri sempre nell’anima bambina, nell’anima donna al “confine di una Pasqua perenne”. La forza del canto allora, quale sia lo stato, è nell’istanza di un affidamento che come partendo dal corpo (per questo dalle proprie malie, dai propri rivolgimenti nel paradigma e nello spirito del femminile) sa farsi terra, essere terra nell’accoglimento delle piene e delle domande, nello strappo di quei veli che attendono liberazione (“tosato in gola uno strepito di greggi / ci assilla con scossa irreparabile”). Poesia che però è detta per dettagli minimi nella dilatata distonia di buio e sole, di intimità e spazialità, di concretezze e sogni, in liriche caratterizzate “da uno stile asciutto, scabro, frutto di una particolare levigatezza della parola sottolineata anche dalla mancanza di punteggiatura” (ancora la Ciurnelli).

Da qui, proprio nel verso, nel canto, nella cadenza come da lallazione, o anche (si veda il testo finale “glossolalia”, filastrocca di sillabe insensate in versione grecoitalosarda, a dar “vita e fuoco a un nuovo inizio, scaturigine aurorale che affiora dal grembo della parola, daccapo e ancora risonante ancora germogliante”, come da nota) il riconoscimento che viene dall’infanzia e non abbandona, del varco possibile, apribile oltre il vuoto dei turbamenti e delle stanze (“imbocco di giorni eletti”). In questa direzione ci sospendiamo allora, andiamo a concludere, invitando a una lettura che “protesa sulla nebbia” come da un nido di bambole sa levarsi in volo dalle ombre nel dono di “un sogno di vesti / nel grembo musicale delle foglie” in cui “giocando a mosca cieca ondeggia / la benda dell’angelo, la sua guancia / è un’ostia sospesa sull’aurora”.

Maria Grazia Cabras, dies in tundu/girogiorni, Edizioni Cofine, Roma, 2020