Maria Grazia Cabras: dies in tundu-girogiorni d’infanzia

Recensione di Maria Gabriella Canfarelli

 

Porsi in ascolto del mondo e delle sue voci, dei palpiti, del battere di ciglia con cui si coglie e si custodisce «il divenire della Storia e delle singole storie individuali»; dare udienza alla fanciullezza, alla ’’Infanzia vissuta” e alla ‘‘Infanzia vivente’’ in una sorta di girotondo che abbraccia, tiene insieme lontananza e prossimità temporale di un ieri e di un oggi dialoganti tra loro, superando la soglia della «Murada sa bentana // a largu / boches de pitzinnos // sìllabas intattas / dentes de latte (La finestra murata// oltre voci di bambini // sillabe intatte / denti da latte)». La parola schietta e limpidissima di Maria Grazia Cabras disvela non solo il sortilegio, lo stupore d’incantesimo per ciò che appare «un sogno / un altrove sommerso // quale fiamma quali occhi siamo stati», ma pure racconta, in forma di dolorosa testimonianza e severo memento, della sordità e dell’indifferenza di fronte alla fanciullezza offesa a morte da guerre, atrocità, ingiustizie.

Memoria commossa, infinita piètas nei versi di «questo piccolo libro dei giorni (e delle notti)», così l’autrice in ouverture a dies in tundu/girogiorni (Cofine, 2020), avverso l’indicibilità dei «baratri cupissimi», versi nati «nel segno di una piena e, in qualche modo, esclusiva fedeltà all’ascolto. In tale prospettiva, ho accolto il balbettio delle parole il loro venire alla luce nella lingua che via via manifestavano, ‛traducendo’ in italiano soltanto quelle originate in sardo-nuorese (…), e lasciando ai versi scaturiti in lingua italiana la libertà della loro “origine”».

Non solo dunque la magìa, il fantastico favoloso rituale dei giochi, non soltanto la luce serena dell’iniziale tempo umano, che dal ricordo risale e si osserva nella sua incantevole semplicità come del resto si osserva un «disegno sul vetro appannato / della scuola, mentre il buio / di novembre fioriva // l’odore pungente di mosto /e incenso ti ritorna in bocca»; piuttosto e anche la fine esistenziale non di uno, ma cento, mille Aylan Kurdi, emigrante in cerca di una sponda su cui si abbatte e «S’unda istrumpada / in s’arenile bucca aperta de pitzinnu // nudu restu iscaza ’e sale (Frana l’onda sulla riva bocca spalancata / di bambino // nudo avanzo scaglia di sale); o la vita infante che torna «alla terra / dal nero fondo // spillo arso bimbo-fossile // la piccola stanza / sotto le bombe»; o ancora il Canto a mezza voce d’una bambina rimasta sola al mondo («stringe l’asola / della piccola notte // – balliamo ? – domanda»). Sacre esistenze annullate, vite indifese travolte.

Da tale abisso risalgono le storie, le voci dimenticate; risalgono il buio grazie a una Voce che varca il cerchio, il concluso. E lo attraversa. Con una parola vitalissima, preziosamente scolpita, immette nel girogiorni del tempo e dello spazio una narrazione intima e universale, tra dimensione privata e collettiva la storia, le storie interrotte, la nudità felice e la triste infelice nudità dei bimbi «Òrfanos chin frebbe ’e gherra / rucrande // maladìa sa luna noba / truncat arròlios (Orfani in transito / con febbre da guerra // egro novilunio / spezza girotondi)».

Scalzi sono i piedi, e nude le mani di chi senza paura «bussa al buio della porta / (…) spinge lo sguardo dentro», in un interno circolare dove inizia l’udienza, qui dove s’alza – destinazione Via Lattea – la preghiera accorata «per tutti i bimbi belli / così la terra sarà come il cielo».

Maria Gabriella Canfarelli