Ho intrapreso la lettura di “Memento”, l’ultima fatica della poeta e scrittrice Maria Gabriella Canfarelli, con le difficoltà che molti /e lettori /lettrici affrontano qualora i temi trattati siano particolarmente dolorosi e i testi coinvolgano nel profondo.
Effettivamente, l’Autrice si inoltra nella ri-lettura di “Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana”, con forza, sensibilità e coraggio disegnando un personalissimo percorso in versi in quell’abisso di voci di uomini e donne che, a un passo dalla morte, tentarono di lasciare una testimonianza, dare un ultimo saluto ai propri cari, dire l’umano oltre l’umano.
Mentre sfioravo e sfogliavo il libro per avere un primo contatto, mi è venuta in mente un’immagine emblematica, l’Angelus Novus di Paul Klee, opera amatissima dal grande filosofo Walter Benjamin che la acquistò nel 1921, per separarsene soltanto poco prima della morte, avvenuta in circostanze tragiche (di origine ebraica, si tolse la vita nel 1940 mentre cercava di fuggire dall’Europa e dalle persecuzioni naziste).
Walter Benjamin interpretò questa opera nel suo libro “Sul concetto di storia”, libro di ricerca e riflessioni sulla Storia:
“C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi”. […]
Il Passato parla di noi, volgere lo sguardo all’indietro (come fa l’Angelo) è di fondamentale importanza per vedere fino in fondo le rovine, considerarne il valore storico e profetico legato
alle possibilità del presente, e alla visione di un futuro nuovo.
Nella riflessione di Benjamin solo la memoria, la pratica inesausta del ricordo degli oppressi e delle vittime della storia può interrompere la pervicacia con cui la Storia ufficiale rivendica e tramanda un’unica verità interpretativa, rappresentata dal potere dei vincitori.
Penso che il nucleo tematico e concettuale dell’opera di Maria Gabriella Canfarelli non sia distante da alcune Tesi elaborate da questo eclettico e sorprendente pensatore.
La poeta muove infatti dall’urgenza etica e poetica del “rammemorare”; dissotterra e coglie parole inaudite dal fondo buio di quelle “Lettere”, ci esorta, con versi di vibrante empatia e lacerata partecipazione, a ricordare / testimoniare / ascoltare il palpito sempre vivo di quella spaventosa esperienza di morte.
I testi
I suoi testi invitano a meditare sulle macerie della guerra, sulle esistenze di coloro che strenuamente hanno combattuto, e ci affidano un monito per il futuro: rimanere vigili e costruire alternative di emancipazione e riscatto politico-sociale, sapendo che la Barbarie è sempre in agguato.
Mi preme sottolineare che in ogni poesia di “Memento” arde il ricordo di una biografia e la pienezza di una vita umana irripetibile; la scelta che segue è solo “indicativa” della temperie che attraversa l’intera raccolta.
Ciò che soffoca, opprime
come ruvido, fetido cappio
è la mancanza d’aria pulita
da sporca a sporca parete
la camera in cui stiamo in due
a guardare la luce della lampada
impiccata al soffitto, anche di notte
accesa, a volontà le frustate,
le botte.
*
Sulla copertina sciupata
del Libro, fedele amico unico
e stretto conforto, ho inciso
con uno spillo non piangete per me.
Prima di uscire da qui, per non tornare
a voi che mi aspettate, lascio cadere
la Bibbia ai miei piedi, appena prima
che la scarica mortale mi trapassi le vene
le uccida sulla piazza principale
del paese.
*
Ho combattuto in nome
d’una giusta causa, dunque
non giudicarmi. Ho fatto il mio dovere
era questo il dovere da fare.
Ora che torna a casa la pelle fredda
della giovinezza bucata, messa
al muro dal piombo tedesco,
da sorella a fratello, una sola
preghiera: sigillatemi il cuore,
gli occhi, la bocca, le braccia conserte
nella terra di Sestola.
*
Mimma, un giorno ti diranno
saprai che la tua mamma non ha avuto
un processo giusto o ingiusto che fosse.
I tuoi piccoli anni orfani
come un dolore attorcigliato adesso
sfiancano le poche, necessarie parole
raccolte per te. Non ti vedrò
crescere, altri ti alleveranno:
perdona la brutale sparizione,
l’assenza non voluta.
*
Nove giorni di cella
lasso di tempo infelice
che ad ogni istante nella testa
batte, dopo la farsa chiamata
processo. Vi prego madre, fratello
miei cari: non affaticate con il pianto
i vostri mesi, gli anni che verranno
serbate intatta la stanza dei libri
il quaderno su cui scrivevo
pace, speranza, parole buone
per il giorno dopo.
*
L’ufficio, le scartoffie
i giorni mi stavano stretti
(mentre altri morivano). Staffetta partigiana
clandestina al tramonto sui monti,
portavo il pane e le armi. E una notte
di calma sospetta, mi hanno presa
al ritorno, arrestata sull’uscio di casa.
Comando a voi tutti prudenza, non vi fidate,
non parlate coi vostri vicini, non date inutili
chiacchiere alle orecchie di giuda.