Maria Gabriella Canfarelli e “il bel niente da dire”

Lettura e scelta poesie di Maurizio Rossi

 

Ultima di una lunga serie di raccolte, alcune delle quali ho avuto modo di leggere e apprezzare, si divide in tre sezioni: Noi che eravamo vivi stiamo ora morendo, In ogni caso ci volle sofferenza, Taccuino dei giorni chiusi. La Canfarelli le introduce con versi di Eliot, Bartolo Cattafi e, l’ultima, con una nota personale, che ne colloca il periodo di composizione- maggio agosto 2020 – durante il coronavirus e che dedica alle vittime della pandemia.

È viaggio sulla terra e nel tempo, segnato da insonnia, risvegli e sensazioni più che ricordi: un tempo circolare e insieme volano di giorni in cui si “torna/ a sé stessi/ a un bel niente da dire.” Tutt’altro che “niente” il dire dell’autrice, quando si sceglie – come lei – il racconto di vita che riavvolge il gomitolo, in attesa del taglio finale di Atropo. Perciò non siamo di fronte ad un vuoto dire, semmai un non dire, per lasciar intendere al lettore; scegliere di non salire in altezze speculative o di immergersi nelle profondità di sistemi. “Le sere di gennaio/ sono stanchezze da ospitare nel letto, /piegate e ripiegate/ come abiti smessi le braccia/ con la cura che serve al giorno dopo…” I versi esprimono una forza – velata da stanchezza – originata dal pensiero di “stagioni d’acqua e di fuoco/ senza bene né colpa” che fa continuare il viaggio e conforta chi vorrebbe fermarsi e cedere le forze.

Ma come essere dentro quell’interrogativo “ora che stiamo morendo, noi che eravamo vivi”? Come vivere nella condizione presente, perduti i giorni e le persone care? Per la poetessa forse si può, lasciando andare il pensiero, che sia o no il primo del giorno, con piena consapevolezza: tenendo “a posto e a mente/ ciò che resta del cuore…/le piccole o grandi/ le poche o le molte stranite parole…”. Tenere a posto nel significato di mettere ordine, ma anche di tenere a freno, trattenere le parole spaurite, acquattate, vestite a festa: finché c’è voce – suono o scritto – c’è vita e senso, lei dice, anche se “si sta morendo”.

E nel mettere ordine, nel poetare, Maria Gabriella Canfarelli celebra la vita anche nel “mese di pioggia che tossicchia” magari stringendo “alla vita/ i lacci, il grembiule (che) ripara dagli schizzi” mentre si frigge; oppure ricucendo “come sarta tenace/…l’assenza”, e intanto cade un altro giorno “dal chiodo /storto, arrugginito…”

Poesie come confessioni, immagini vive, passi di vita quotidiana, perché di questo è composto il viaggio sulla terra, anche in quell’ultima stagione. Un percorso non senza dolore, anzi! “in ogni caso ci volle sofferenza/ la pazienza che logora la polpa/ perché l’osso risplenda”, l’autrice cita da Bartolo Cattafi; e aggiunge che è come un libro “cercato e messo in salvo” scollato, usurato e vergato dai pensieri, che si restaura con cura, pur sapendo che non tornerà nuovo, o quello di prima; come le ferite per “distrazione/ (o eccesso di fiducia) della mano che affetta/ la pazienza…” nel fare dei giorni ripetuti. Ma il “pensiero invadente che gira-gira” infligge ferite più profonde.

Con “due dita di fede” la poetessa sa che mentre sta dormendo, nasce “senza piangere/ un giorno tiepido/ aperto all’aria misericordiosa” e magari il miracolo sta qui, nell’oltre che continua anche senza di noi, nel verde “che risorge” mentre non ci siamo, o non siamo presenti a noi stessi, che è forse la definizione più “umana” della morte.

Ecco la morte, che affiora qua e là nella raccolta, e si palesa nell’ultima sezione: la morte fisica nelle “stanze del silenzio” e del “bianco che abbonda” nei giorni del “Notiziario delle diciotto”; la morte dell’anima“calma forzata resistenza” di abbracci negati, della “distanza prescritta, da muro a muro/ bianco ciascuno in sé fiatando/ (senza sbocco) il labirinto del volto”; la morte delle relazioni, nell’assenza dell’espressione del viso celato dalla mascherina, del confortarsi e darsi affetto in un abbraccio o nello stringersi la mano.

Il viaggio sulla terra della signora C. si conclude con “Manco da giorni e giorni/ al richiamo del foglio di scrittura…” è la consapevolezza che dovrebbe avere ogni vivente e ogni poeta – uomo e donna: accogliere il silenzio, sospendere la voglia di dire, senza per questo sentirsi meno viandanti. Le parole verranno, altre, a “lucidare il mondo”.

 

Così com’è

Seguiranno altre pagine le storie che seguono

e si affatica l’indice a dire con esattezza dove,

a quale punto del tempo sarà la gobba artritica

con poco tatto le solleveremo

pesanti un macigno, ma sono lettere, queste,

anche loro ammutite per te

che alla lingua domandi la retta

pronunzia, la meraviglia che lucida il mondo

ristretto nel mare scuro,

l’increspatura che non t’aspettavi

così com’è.

 

Due dita

Esce dal calendario

il santo quotidiano promesse

guarigioni, balsami sacri unguenti

e un’avara porzione di miracolo

per il cuore che succhia

la speranza dei cieli.

Senti schiudersi piano e più lento il giorno

farsi strada all’aperto, all’addiaccio

dei denti l’anima battere in bocca,

soltanto il vento segnare la fronte

  • con due dita di fede.

 

 

Dalle tue parti

Lento lento pioviggina

malgrado il sole però troppo pallido

su questa sonnolenza che cammina

e a volte incespica se incontra

o tocca in punta le parole.

Mi piacerebbe

venire a trovarti, portarti un po’

di cuore esagerato dividere con te

un ricordo pensoso seduto tra le pagine

morte. Volentieri verrei, tu dimmi

se è vero che c’è, dalle tue parti,

una bella giornata.

 

Tra ieri e adesso

I giorni sono scuri, il vento

taglia, affetta il buio

del Tempo. Siede dietro la vita

il passo che fu certo, smisurato

con gli occhi quando ancora non c’era

la fonda scollatura

tra ieri e adesso. Più

che sicura, sfacciata

la stanchezza dei giorni si dispone

a contare le ossa quasi frolle.

A furia d’inciampare

zoppico dal di dentro.

Maria Gabriella Canfarelli è nata a Catania nel 1954. Ha pubblicato i libri di poesia: Battesimo di pioggia (1986), Domicilio (1999), Cattiva educazione (2002), Zona di ascolto (2005), L’erborista (2010), Dichiarazione giurata dell’attrice (2015), Provi di lingua matri (in dialetto siciliano, 2019) e Memento – dalle Lettere di condannati a morte della Resistenza Italiana (2021). Ha scritto per il teatro Amori (2022), e collabora a riviste culturali con recensioni e saggi.

Maria Gabriella Canfarelli “Il viaggio sulla terra della signora C.” Ed. Carabba – Lanciano (CH) – 2023