«Nel giorno del perdono / oso invocarti / sulla sponda del torrente in secca / tra le rovine di una terra che trama / a ridurci rovi». Una trattazione del tema dei nostoi, allegoria dell’esistenza come perenne viaggio, originale e, allo stesso tempo, non ignara del “grande carico” (per dirla con il titolo di una lirica di Ingeborg Bachmann) della poesia che ci precede: tutto questo si fa incontro a chi legge Al dio dei ritorni di Maria Allo. Segue, chi legge, il moto di chi sempre parte – “Si parte” è uno degli incipit programmatici che ricorrono e si avvicendano nella raccolta -, il gesto di chi tende le mani a una riva anelata e insidiosa, all’approdo che può farsi orrido scoglio, al promontorio che può squassare e squassarsi, rotolando «limo di lava dissidente», al tratto di costa familiare che può rivelarsi «sponda / della solitudine».
con la tua lira
a tessere arabeschi
muterai le carni
di tutti i destini
non informe intreccio
di sviliti mondi
non rullo di tamburi
ma ciò che sgorga
dal silenzio
specchio
di ogni verità
quando verrai
o dio dei ritorni
mi coprirò di rugiada
e forse morirò
per ogni possibile resurrezione.(p. 15)
sprofonda nei fondali
s’inerpica non tace
brucia nelle retrovie
della marea che investe
con tonfi sibili rumori
una trincea di dolori già vissuti
la vita in versi
strana gioia anche nel dolore
a ridestare un male sepolto da tempo
non scelsi di mia volontà
acrobata del vento
con nubi di baccelli
a spartire luce
segni di vene incise
come strepiti nel transito
di una rivelazione
disfasie di fuoco e neve
radici di quercia
ora bruciano le ortiche
in questo mare inquieto
di gennaio
a fondo in corridoi di pietra
a pagine secche
a tempi sconnessi
a versi confusi
pozzo di luce
brilla sulla spada con fretta
lunghe dita tessono
cenere
una forza dipana
germogli nel respiro
sempre nuova l’alba
migrante
(p. 25)
di passi nella notte
percorrono il viale di ogni creatura
siamo soli nell’enigma
sostiene sulle spalle il peso
un cerchio di luce
siamo soli
tagliati fuori da protervie
inaudite in piena bufera
sradichiamo ritorni
nel cadere
siamo sussurri
scrutiamo il mare nel fragore
di chi ascolta fino in fondo
sbriciolano nudità fuori dal coro
emerge dai segni
cenere di deserto fino a sera
un’ombra di esilio ci rinserra
nel sangue di vene autunnali
impronta del nostro inabissarci
tetti bianchi come la nostra anima
cigolano silenzi
non sapevo di essere dentro
in un punto affilato del glicine
prima di fiorire
scalpita arde
fino a farsi tufo
nella brocca degli incensi
si annida
dentro fino al compimento
dopo le mareggiate
su fondali di mare
si parte da un tempo
intriso di dolore
smarrito dentro orbite vuote
cerchio di cielo impeto di venti
risuonano di gemiti le rive
straripano dal vuoto
stampato a sangue
sul tuo petto
tendere labbra al ritmo del mondo
non tempera il buio della notte
inarca il cielo al rischio di gesti
su zolle di vie senza nome
avanzare è anche soffrire
se a decifrare desideri
non resta che la fuga nelle turbolenze
del domani
cercare l’acqua dentro le parole
nel rischio di impietrire la zolla
su una furtiva linea d’orizzonte
come silenzio delle ciglia
dove eravamo già stati
rinasceremo sotto altra luce
radici maturate non più foglie
incastonate all’onda
che percuote tanti mari
c’è chi dice che il mondo
è quale lo vediamo
nelle nostre visioni
come trasparenti gocce
saremo custodi del vagare
in gesti cadenzati sulla sponda
di questo inabissarci
che appartiene a tutti e a nessuno
e sul ciglio del supremo traguardo
riconosceremo nel silenzio
le orme e i suoni
dell’angelo
che ci cammina accanto
Ti invoco e ti chiamo, o mia anima.
Una lieve ombra ti lascia affiorare
sulla carne prima del mattino,
dentro una foglia che non ha più voce.
Ecco: cielo e terra esistono.
Loro voce è la stessa evidenza
Così esisti nei rovi affilati dal libeccio
in moto contrario
a vele tese nell’ora incerta
che precorre il giorno,
quando a detergere gli inferni
un sole ostile posa su nembi di cenere.
Tu esisti nei dossi
del deserto ostinato che ci coglie,
nei frantumi di filari dentro la radura
quando la morte intera reclina
a immaginarci ancora vivi.
Tu esisti quando affondano
le navi tra le onde riflesse in ogni gradazione
screziate di barlumi come
artigli tra fessure.
Accade di ritrovarti nuda
ai piedi della terra come impronta
nello scorrere dei tuoi umori,
e se io piango come al capezzale di mia madre
è perché nulla vi ho potuto trovare
dove tu non fossi.
Se ti invoco è perché niente di ciò
che vede il giorno svanirà per sempre
e finché tu esisti
si può ancora approdare
alla profonda spiaggia dove il rumore tace.
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