Le poesie di questa nuova raccolta di Marco De Cesaris, rievocano i “fragma” frammenti di liriche dei greci dell’età classica ed ellenistica, giunte incomplete fino a noi, ma ugualmente colme di senso ed emozionanti. Non insulti del tempo queste, piuttosto sono “Particolari di un intero cui (essi) appartengono che, comunque, li costituisce li richiama e, persino, li attende. Il frammento continuerà a restare in relazione con le parti escluse, vivrà anche di loro…” come esplica l’autore stesso nella Introduzione. Particolari risultano le opere dell’artista Tullio Pericoli – anch’esse intitolate “Frammenti” – olio su tela, che l’autore inserisce nella silloge, accompagnate da didascalie dello stesso pittore: sono immagini suggestive di altre prospettive di lettura.
Frammenti appaiono le parole, elemento di ogni scrittura in poesia e in prosa, mezzo – non solo – di comunicazione e simbolo potente. “Le parole scritte/ e quelle lette/ tutte./ Le parole dei poeti/ quelle mai lette/ o restate nascoste/ persino quelle che verranno/ sono prestito d’amore/ sconfinato/ senza interesse/ credito a riscatto gratuito./…”
È singolare che “prestito, interesse, credito, riscatto…”siano per De Cesaris attributi delle parole e in particolare di quelle dei poeti, perché invero appartengono da sempre al mondo dell’economia, della finanza, ai difficili conti familiari di tutti giorni. Eppure sono una metafora potente, simbolo del rispetto con cui vanno usate, denuncia dell’abuso e della manipolazione delle parole, dell’indigestione che se ne fa. Vanno perciò “riscattate” dall’umile e attenta comprensione.
Ed è questa la prima nota che si coglie in “Frammenti”.
Non meno importante è la scelta delle parole, che necessariamente esclude. Ma ecco la seconda suggestione della silloge: il detto richiama il non detto “e persino lo attende”. In altre termini, la poesia vive, si completa, si esplica, si fa (presente che indica durata) anche dopo essere scritta ed editata, “oltre” lo scritto. Tale è il senso dei versi “A un poeta/ non domandare mai/ di ciò che scrive/ non domandare/ perché non sa/…potrebbe persino infastidirti/ il biascichìo delle sue parole/ e deluderti/ il suo silenzio prolungato./…” che ad una prima lettura superficiale parrebbe una diminutio dell’opera e dell’autore, ma che richiama il Neruda de “La poesia venne a cercarmi” o il Palazzeschi “saltimbanco dell’anima mia” che mette “una lente davanti al suo cuore/ per farlo vedere alla gente”; o Dickinson “Alcuni dicono che/ quando è detta,/ la parola muore./ Io dico invece che/ proprio quel giorno/ comincia a vivere.” Forse anche questi tre “grandi” della Poesia, se interrogati, avrebbero biascicato parole, pur avendoci lasciato monumenti poetici.
Se non bastasse, il poeta lo suggerisce con i frammenti ricorrenti nella raccolta poetica – ben dieci! – dal titolo “ Perduto”, che non significano solo la scomparsa di un’idea, lo sfuggire dell’ispirazione, il non scritto confidando nella memoria, peraltro fallace; ma anche quel “perso in un prima/ che è un dopo” – che adombra il tempo della fisica quantistica, sfuggente alle misure tradizionali. Non resta quindi che “smettere di cercare” il perduto, facendo pace con sé e con la propria ostinata ragione.
Stati d’animo, momenti di solitudine e di intimità, confessioni d’amore, si susseguono nei versi brevi, ritmati da parole singole; ma non mancano frammenti di rimprovero per il genere umano “fatto di microplastiche”, trasfigurato da “immagine di Dio” a “volgare/ sciatta, ubriaca/ bestemmia del creato”: sono parole aspre di un uomo che confessa di avere mani che “quantunque allungate/, mancano da sempre/ del dito indice”, il dito del giudizio. Parole altresì mitigate dalla compassione per chi s’illude di galleggiare per poco, ma poi viene inghiottito dalla sua stessa “s-finitezza”.
Intanto l’uomo-poeta va, sperando di vivere come farfalle “solamente disegnati dalla bellezza” o come ape “sussurrio leggero d’ali” pur se “ancora intossicato/ dalle parole dei vivi/ sempre tante/ eccessive…inutili”. Va, “in questo vagabondare/ perso/ in ogni luogo possibile” perdendosi – affidandosi – alle infinite possibilità che l’occhio del poeta può cogliere, dire, nominare. Mai possedere.
Fr. 34.1
Il respiro
mi accompagna
sospeso
indulgente compagno
accordo di assenza.
Apnea voluta
Bellezza.
Cerco i tuoi occhi.
Ancora una volta
per stupore e allegria.
Fr. 29
Ho vagabondato
perso
in ogni luogo possibile
e in ogni dove
testardo
ho iseguito orfano
giocoso
il filo di un viaggio
emozione sospesa
ho preso carezze generose
di mani sapienti
come un gatto
ho vagabondato
dondolato dal pensiero
gli occhi socchiusi
a ronfare al tempo.
Fr. 13.2
Perduto.
Troppo piccole!
Troppo piccole
le mani
per contenerlo.
Accidenti!
Fr. 9.2
Uomo del chiasso
respiro
che non trova pace
come un sasso
lanciato veloce
a saltare sull’acqua
per sfida vivi.
Nell’impazienza
afferri
rimbalzo dopo rimbalzo
il tempo
di un breve illusorio
galleggio
fino a sparire sfinito.
Marco De Cesaris è nato nel 1958 a Roma, dove risiede. Sposato, con due figli. Lettore accanito, scrittore maldestro, amante del tempo perso. Dipendente dalla creatività dell’ozio, che fa riflettere e conoscere, ha pubblicato: “…e giacque nudo. Il vino è la vita dell’uomo”, 2010; la raccolta poetica “Come un gatto d’amore curioso”, 2017 e “Stronzi! Saggio pratico”, 2020. Ha vinto con la poesia “Abitare il tempo” la prima edizione (2022) del “Letteratura dell’Abitare del Pizzandbook”.
Marco De Cesaris “Frammenti” Laurum Ed. Pitigliano (GR) 2023