Aveva appena iniziato a comporre in dialetto negli an-ni ’90 Marcello Marciani, ed aveva pubblicato soltanto poche liriche in alcune riviste a tiratura nazionale, quando il compianto Achille Serrao lo incluse nella sua Via Terra come uno dei più significativi poeti della neodialettalità italiana. Anche “Periferie” se ne occupò in diverse occasioni.
Nel 2007 con la lirica "La Ninnille" Marciani ebbe il premio “Giacomo Noventa e Romano Pascutto” ed Ettore Baraldi gliene regalò la pubblicazione in trenta esemplari per la collezione “I libri del Quartino”.
Poi – e son passati altri cinque anni – si è deciso ad as-semblare le sue liriche e a presentarle al concorso “Città di Ischitella-Pietro Giannone”. Ottiene il primo premio. Così, per le Edizioni Cofine, Rasulanne vede finalmente la luce.
L’avvenuta pubblicazione ci offre la possibilità di meglio valutare complessivamente le caratteristiche poetiche di questo neodialettale abruzzese.
Innanzi tutto appare con maggiore evidenza il seris-simo impegno filologico con cui l’autore ha restaurato il dialetto della sua città (Lanciano) recuperandone lo-cuzioni e termini desueti, derivati dall’oralità popolare. E già questa è una radicale innovazione in quanto lo strumento espressivo diverge decisamente da quello a suo tempo forgiato dal De Titta e dai suoi epigoni nell’area frentana: lingua sceltissima e raffinata fin che si vuole ma, insomma, ormai alquanto consunta e di maniera. Poi, l’impasto linguistico di una tale opera-zione risulta convincente e, insieme, stupefacente per-ché vi si scorge una dominante ambiguità: ti pare un vernacolo ottocentesco e, invece, è un idioletto attuale, che con gioiosa cordialità si offre al consenso dei suoi concittadini. I quali, nel mentre vi riconoscono i carat-teri familiari del loro idioma, ne rimangono frastornati e, insieme, inebriati per le risonanze emotive generate dalla sollecitazione della loro memoria, individuale e collettiva. Ed hanno, perciò, applaudito entusiastica-mente tutte le volte che l’autore ha recitato in teatro i suoi versi.
La fisicità dei suoni, la novità dei ritmi si amalgamano con la spersonalizzazione del dettato, sicché dal tessuto poetico, già di per sé icastico al massimo grado, si stagliano alcuni oggetti a tutto tondo, come bagnati da una violenta luce artificiale. Ebbene, pur collaborando al pari degli altri all’ossatura della composizione, tali oggetti si muovono in assoluta libertà in uno spazio tutto loro, realizzando così un’autonoma rappresentazione parallela e frantumando continuamente il campo visivo per una caleidoscopica danza delle impressioni. È, insomma, la tecnica del correlativo oggettivo che si alterna al flusso di coscienza, ai simbolismi, agli scarti semantici, agli accumuli di senso.
Può sembrare, questa, un’arte ispirata ad una ludicità fine a sé stessa, a un divertissement demiurgico della parola. Certo, c’è anche questa componente: ma poi ti accorgi che, per quanto scompaginate e sotto traccia, non mancano le referenze alla realtà sociale della polis, e autoctona, e cosmopolita.
Di qui una dolente pietas – sia pure soffusa di umor nero – per i vinti della vita; ma di qui anche quella vena satirica, quelle invettive, burlesche ed amare insieme, che, come rasoiate, affondano nella carne: le rasulanne, appunto, del titolo. Il che ci ha rivelato nell’autore una grande serietà etica, rintracciabile soprattutto nelle liri-che più recenti.
Nicola Fiorentino
Marcello Marciani, Rasulanne, Edizioni Cofine, Roma, 2012