Maratona poetica Giornata Mondiale della poesia 2018

Roma, Colli Aniene 21 marzo 2018. I testi dei 39 poeti che hanno partecipato

 

Hanno aderito trentanove poeti alla Maratona poetica di mercoledì 21 marzo 2018, dalle ore 17,00 a Colli Aniene Roma, in viale Ettore Franceschini 75 – Gazebo Casa del Gelato, in occasione dellaGiornata mondiale della poesia.

Alla Maratona poetica sono stati presenti 13 poeti mentre i testi degli altri poeti che hanno partecipato con loro poesie da ogni parte d’Italia sono stati declamati da attori del gruppo teatrale “I Ludici”, con intermezzi musicali. La maratona è stata videoripresa e poi pubblicata su youtube.

Ha condotto la maratona Vincenzo Luciani.

Ed ecco i poeti protagonisti dell’iniziativa: Lucianna Argentino, Simonetta Bumbi, Maria Grazia Cabras, Francesco Cagnetta, Maurizio Casagrande, Bruno Cimino, Manuel Cohen, Oreste Confalone, Davide Cortese, Lia Cucconi, Anna Maria Curci, Cosimo d’Amone, Mario D’Arcangelo, Francesca Del Moro, Maria Grazia Dessì, Rosaria Di Donato, Maurizio Di Palma, Renato Fiorito, Aurora Fratini, Rosanna Gambarara, Cosimo Greco, Carla Guidi, Maria Lanciotti, Maria Lenti, Rita Mattei, Franco Melissano, Roberto Pagan, Cristina Polli, Laura Rainieri, Demetrio Rigante, Maurizio Rossi, Stefano Rovinetti Brazzi, Antonio Saccà, Rosa Salvia, Patrizia Sardisco, Lilia Slomp Ferrari, Gian Piero Stefanoni, Pietro Stragapede, Gaudenzio Vannozzi.

Pubblichiamo qui di seguito alcuni testi dei poeti che hanno aderito alla Maratona poetica

 

LUCIANNA ARGENTINO

 

A sedici anni sognava l’Africa o Calcutta. Voleva mettere le mani nel dolore, dividere il raccolto dalla gramigna – qui sulla terra dove il di più viene dal maligno. Da tempo, oggi, nelle mani ha la poesia e con le parole separa il bene dal male, esplora l’ordine matematico dello spirito, ma a volte bene e male le si confondono negli occhi, tra le mani e le mani fanno a meno degli occhi così come fa la poesia.

 

Un  tempo s’affidava alla conoscenza che degli arrivi hanno i treni più che alla sapienza che delle partenze hanno gli uccelli migratori, ma ora è a questi – marinai dell’aria – che chiede la rotta, il segreto della loro misteriosa capacità di orientarsi sulle mappe invisibili che tracciano gli esseri umani nel campo magnetico terrestre. E si chiede se poi qualcuno vorrà sapere quali alibi contengano le sue mani per le opere non compiute, per le omissioni, ma  pure quanto abili siano state nel tracciare sulla pagina l’odore e il sapore della vita quando con le parole scava una verità limitata dentro l’illimitato enigma del mondo.

 

Sta dalla parte di quelli che usano le parole per cercarsi nel buio che rosicchia la luce e ai quali accade, a volte, un di più di vita o una sottrazione perché essi vivono nello squilibrio – scomposti senza baricentro – obliqui equilibristi dell’invisibile. Senza consenso.

 

Li abbracciano. I sommozzatori abbracciano i corpi degli annegati per riportarli in superficie e lei abbraccia le parole vive nel fondo marino del suo corpo contro il loro corpo gonfio di silenzio. Le porta a galla perché sulla pagina cantino al mondo la lucentezza delle tenebre e come è giusto il nostro essere temporali e come è perfetta l’equazione di vita e di morte per noi numeri complessi nel moto relativo dell’esistenza.

 

 

 

SIMONETTA BUMBI

 

 

il volto al sole

 

portare l’alba tra i capelli

immersi in brocche d’ideali e spogli e lievi

i corsi dei pensieri s’ammalian di ruscelli

ché roccia vive e schiva e non raccoglie

il peso dei torrenti.

e in quell’incontro col destino

pasce e miete i giorni

come se il sole fosse vino.

 

 

MARIA GRAZIA CABRAS

 

*

 

Quale strato o naufragio

ci spinge a uscire dalla nostra

lingua di terra pelle delle parole

ci avvolge la perdita pura, il seme

vastità senza ritorno

non più abitabile il giorno

il suo firmamento insonne e

l’inganno del corso incerto dei rami

 

impossibilità del varco

lo svanire della notte

la sua balbuzie sparsa

nella sovranità circolare

 

 

*

 

 

Ombra d’occhi

la coda dell’essere a scavare

 

il volo dell’abito nero sulle scale

la lingua a decifrare

l’infanzia nella strada

 

il niente che va piano

il tutto che ribatte

 

muove acqua la parola

(direzione che percuote)

 

da  “ Bestiario dell’istante: poesias in duas limbas  “ –  Edizioni Cofine, 2017

 

 

 

 

 

FRANCESCO CAGNETTA

 

1.

Quanta terra c’è sotto

questo sottile strato di terra

per terra, sotto i miei piedi

quante foglie sotto le soglie.

E quanto azzurro, quanto sale

dentro l’acqua del mare

sotto goccia che goccia, quanto mare.

E quanto, tanto cielo

oltre il confine del cielo

quanto spazio aperto che diventa cielo.

E quanto rosso nel rosso del sangue

quante celle che si tingono

per aggiungere colore al dolore.

E quanta pelle, sotto la scorza della pelle

quanta pelle, quanti strati ci vogliono

per formare un tessuto, un pensiero compiuto.

 

4.

Costruiamo grattacieli

per tenerci disabitati

agglomerati urbani, piani

per attenuare moltitudini solitudini

che giocano con lo stesso mattone.

Abbiamo porte frontali

muri maestrali a prova di contatto

anditi e facciate da dividere.

Prima di entrare nella grotta

ci puliamo le scarpe.


 

 

 

 

 

MAURIZIO CASAGRANDE

 

Sincoantani

 

A ghe voe du schej de corajo pa’ vardarse

indrioschina ’a matina ca te fe sincoantani

e mi no ghi n’ò pì de tanto e gnà no go oja

de star coà rajonare so coeo ca xe ndà

o soe brose ca me ghevo

scapà

——-pa’ ’ia ca so sta on bel cojòn pa’ tuti

sti ani. Ma tanto xe istesso ca xa peto incoste

de nantra stajòn dadrio del cantòn

riva el beo ca no gheo

gnancora catà o ca no gheo bù core

de rancurare ’esso i poe ’nare anca fasseo

butare i pretoni coe so toneghe nere

tute chee sere ca i me ghea spasemà

coe so bae e col pecato mortae

ca l’è coesto el dì ca so nato e me sinto

on tosato cal s’à scatijà dae caene

col sangoe ca ghe supia so ’e vene

pa’ ’ia ca no ’l ga

gnoncora disnà

 

 

 

Cinquant’anni

 

Ci vuole un briciolo di coraggio a guardarsi

alle spalle il giorno in cui fai cinquant’anni

e io non ne dispongo più di tanto e non mi va neppure a genio

l’idea di macerarmi nel ricordo

del tempo trascorso o delle cicatrici non del tutto

rimarginate

————-dallo sciocco che sono stato

fino ad oggi. Ma non me ne curo perché è già

alle porte una nuova stagione

mi incalza quella primavera che mai

mi aveva sorriso o alla quale non avevo avuto cuore

di spalancare le imposte ora possono anche andare

al diavolo gli avvoltoi in abito talare

tutte le notti trascorse a vegliare

a tormentarmi con mille complessi

perché è oggi il giorno in cui sono nato e mi sento

un ragazzino che s’è sciolto dai vincoli

col sangue che gli ribolle nelle vene

dal momento che

non ha ancora pranzato

 

 

 

 

BRUNO CIMINO,

 

𝐅𝐚𝐭𝐞𝐦𝐢 𝐬𝐚𝐩𝐞𝐫𝐞


𝑭𝒂𝒕𝒆𝒎𝒊 𝒔𝒂𝒑𝒆𝒓𝒆

𝒔𝒆 𝒊𝒏 𝒒𝒖𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒑𝒊𝒄𝒄𝒐𝒍𝒂 𝑽𝒊𝒂 𝒅𝒆𝒊 𝑳𝒂𝒕𝒊𝒏𝒊

𝒏𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒍𝒐𝒏𝒕𝒂𝒏𝒂 𝑻𝒓𝒐𝒑𝒆𝒂

𝒒𝒖𝒂𝒍𝒄𝒖𝒏𝒐 𝒉𝒂 𝒊𝒏𝒕𝒓𝒂𝒗𝒊𝒔𝒕𝒐

𝒅𝒊𝒆𝒕𝒓𝒐 𝒊 𝒗𝒆𝒕𝒓𝒊 𝒅𝒊 𝒖𝒏𝒂 𝒇𝒊��𝒆𝒔𝒕𝒓𝒂,

𝒐 𝒂𝒇𝒇𝒂𝒄𝒄𝒊𝒂𝒕𝒂,

𝒇𝒊𝒈𝒖𝒓𝒂 𝒅𝒊 𝒎𝒂𝒅𝒓𝒆

𝒄𝒐𝒍 𝒑𝒆𝒓𝒆𝒏𝒏𝒆 𝒔𝒐𝒓𝒓𝒊𝒔𝒐

𝒄𝒉𝒆 𝒔𝒂𝒍𝒖𝒕𝒂

𝒂𝒔𝒄𝒐𝒍𝒕𝒂

𝒑𝒂𝒓𝒍𝒂.

𝑬𝒇𝒐𝒓𝒔𝒆 𝒍𝒂 𝒏𝒆𝒃𝒃𝒊𝒂 𝒅𝒆𝒍 𝒅𝒐𝒍𝒐𝒓𝒆

c𝒉𝒆 𝒏𝒐𝒏 𝒅𝒊𝒓𝒂𝒅𝒂 𝒊𝒍 𝒓𝒊𝒄𝒐𝒓𝒅𝒐?

𝑶 𝒔𝒐𝒏𝒐 𝒍𝒆 𝒊𝒎𝒎𝒂𝒈𝒊𝒏𝒊 𝒅𝒆𝒍 𝒕𝒆𝒎𝒑𝒐

𝒂 𝒓𝒊𝒇𝒍𝒆𝒕𝒕𝒆𝒓𝒆 𝒅𝒐𝒍𝒐𝒓𝒆

𝒎𝒆𝒏𝒕𝒓𝒆 𝒍𝒐𝒓𝒇𝒂𝒏𝒂 𝒗𝒊𝒕𝒂

𝒄𝒐𝒏𝒕𝒊𝒏𝒖𝒂 𝒄𝒐𝒎𝒑𝒍𝒆𝒂𝒏𝒏𝒊 𝒊𝒏𝒖𝒕𝒊𝒍𝒊.

𝑭𝒂𝒕𝒆𝒎𝒊 𝒔𝒂𝒑𝒆𝒓𝒆.

 

(inedita)

 

Esiliati in tempo di pace


Vorrei testimoniare

Che fu il desiderio di girare il mondo

a condurli lontano

e che l’eco di un richiamo irresistibile,

come quello dei grandi navigatori,

esploratori e vagabondi,

li attirò in una fantastica avventura.

Invece fu un brindisi di lacrime

a salutare

tra bisacce e fagotti

maree di viaggiatori meditabondi

accompagnati dalla benedizione democristiana.

Un giorno il ricordo dei non più sofferenti,

ma ammalati di abitudine,

ripercorrerà le strade e gli oceani,

i monti, le valli e le pianure

che li condussero verso l’ignoto,

si addentrerà verso le vie del paese

violando le porte delle case

e sostando laddove fu bambino e poi grande,

cercherà, osserverà, chiederà,

ma né il prete né il sindaco si rammentano più,

l’amico del cuore si è arruolato in un ufficio di partito

ed il primo vero amore è madre di sette figli.

Quel giorno i ricordi prenderanno forma

e gli emigranti capiranno che in verità sono stati esiliati

seppur in tempo di pace.

 

Da Ragioni e intuizioni, Ed. M.L.P. –  Roma, 1990)

 

 

 

 

MANUEL COHEN

 

 

-oltre la parete la soglia il muro

 

 nei silenzi infetti un suono puro-

 

 

vengono voci

 in bollicine d’aria

 rinvengono

 dagli abissi

 del Baltico

 

 

 

 imprecazioni di soldati

foglietti scritti

 biglietti ai cari

addii

imprigionati in sottomarini russi

incagliati sul fondo

assiderati

 

invocazioni suoni di corpi

avvoltolati nei ghiacciai

alpini andini himalayani 

 

cacciatori mistici imbonitori

viaggiatori santi predicatori

 esploratori eresiarchi pensatori

 

 

 

acciambellati in sconce stive

stipati

insaccati in suoli carsici

crivellati

 

vittime le vittime 

agite agitate agapate ora e sempre

 

carnefici i caini le carneficine

i caligola i neroni le agrippine

nelle foibe titine nelle fosse di Milòsevic

di Arkan di Mladić

alle Ardeatine

 

le voci

dissepolte alle torbiere del Donegal

catene di affogati al largo del Senegal

 

 

golette

gondole

galeoni

galere

 

 

incagliate alle barriere coralline

 

voci indistinte 

adamantine

 

 

 

 

ORESTE CONFALONE

 

Sto quartiere de Colli Aniene

 

P’esse che stamo in periferia

c’avemo tanto verde a Colli Aniene,

ar parco dell’Acea ar Baden Powell

te poi fa na bella camminata, 

a Pasquetta e quanno è tempo bono

c’è chi c’è passa pure la giornata.

Qua mentre cammini t’accompagna

pe sottofondo un trillo , un   cinguettio;

tu senti che pace e che armonia,

come nun bastasse tutto questo

sta proprio vicino a casa mia.

Hai da sape’ da un po de tempo a Roma 

c’è so tanti fringuelli e pappagalli

e proprio stamattina na signora

s’è fermata a rimira’ due nidi

ando’ c’è stavano li cuccioletti

e mamma rondine che ogni tanto

va giu’ e su a cerca’ un po de insetti.

Solo a ripensa’ com’avra’ fatto

a mette su quer nido così bene

me so fermato la’ a rimirallo

cercando de capi’ come se tiene. 

No pe gnente più de quarche d’uno

proprio dalla natura ha imparato

a far quarcosa de bono pe l’omo

e senza fa disastri ha sgamato

che c’è po vive, c’è campa

e mo’ cia’ un tesoro.

 

  

Primavera

 

Sento nell’aria un profumo

odore della primavera

e tutto risveglia pian piano

e il mondo non è più com’era.

C’è  un mandorlo appena sbocciato

s’allieta e sorride il mio cuore

e resto a vedere incantato 

i tanti boccioli in fiore.

E sento una piccola voce

soavemente sussurra, 

il bene è più forte del male; 

per un tempo pare che muoia

poi non sai come riappare.

 

 

 

 

 

DAVIDE CORTESE

 

Adesso ho il passo stanco di chi al crepuscolo

tornava lento dalle cave di pietra pomice

cedendo alla sera lo stupefatto candore

della bianca montagna ferita.

Capelli impolverati hanno i pensieri.

E dolorante di colpa è la vertebra

di chi ha portato addosso la luna.

 

 

 

 

 

LIA CUCCONI

 

 

 

Arcord

II

Anch per l’ôlem al tèimp l’è chêš ‘d vitta,

l’è ste l’insogni per ‘na fola antiga,

elber ‘d la curòuna averta sù i fos…

Ma per me nôn l’era sustegn al vidi,

quand l’ultem l’è mort, al ghiva i oc mói,

più volti al gà pasê la man, cun i so crèss,

lungh i brôch vec, cme un ciamer mut d’un fiôl…

 

Al dulôr dla Tera cl’andeva in pôlvra

inansi a cal vec trôš mort, l’era amôr

cal piuleva seinsa vôš, me ragasola

a i ò capî d’esêr cme ‘na fôia

ca srèv fiurida lungh al me corp,

pò cme l’ôlem avrev pasê cla porta.

 

Ricordo II      Anche per l’olmo il tempo è caso della vita,/ è stato il sogno per una favola antica,/ albero della corona aperta sui fossi…/ Ma per mio nonno era il sostegno delle viti,/ quando l’ultimo è morto, lui aveva gli occhi bagnati,/ più volte gli ha passato la mano callosa, lungo i rami vecchi, come un chiamare silenzioso di figlio…//  Il dolore della Terra che andava in polvere/ davanti al vecchio tronco morto, era amore/ che piangeva senza voce, io ragazzina/ ho capito d’essere come una foglia/ che sarei cresciuta lungo il mio corpo,/ poi come l’olmo avrei passato quella porta.

 

Arcord VI

 

A l’òm cateda a i pê dal pom, i oc avèrt,

la man sul côr ‘d preda fredda, su l’erba

apèina taieda e môia ‘d brèina, me nona

ditta Putèina, cl’an savîva ‘d letra.

L’era cascheda cme un girasôl dôls

sul prê, deinter al sôl apeina alvê,

cun n’ureccia pugeda su l’ôra dla sôrt,

forsi l’asculteva l’insogni ‘d l’erba

quand sôtta al falcèt la-s-caschèva adôs.

Me nona, surela ‘d l’erba dal prê,

la m’à lasê dal nuvli al so savêr

cme ‘d tut i fior e i fil ‘d sôl scrit dèinter

i so oc, truvê lunga al teim dla so sòrt.

 

Ricordo VI     L’abbiamo trovata a i piedi del melo a occhi aperti,/ la mano sul cuore di pietra fredda, sopra l’erba/ appena tagliata e bagnata di brina, mia nonna/ detta Bambina, era analfabeta./ Era caduta come un dolce girasole/ sul prato, dentro al sole appena alzato,/ con un orecchio appoggiato sull’ombra della sua sorte, forse ascoltava il sogno dell’erba/ quando sotto al falcetto si cadeva adosso./ Mia nonna, sorella del prato, mi ha lasciato delle nuvole il suo sapere/ come quello di tutti i fiori e i fili di sole scritti dentro/ i suoi occhi, raccolti nel tempo della sua sorte.

 

 

 

 

 

ANNA MARIA CURCI

 

 

Traducendo Rose Ausländer

 

Una chiusa che sbarra

e i cordiali saluti

lanciati come sfida

all’offerta di aiuto

 

Keine Delikatessen

si diceva in poesia

E se il ghiaccio ci morde

tu Rose io straniera

ricerco la tua strada

tendo l’orecchio al canto

 

 

 

Così va azzurro l’oggi

 

Così va azzurro l’oggi

non cerco altre parole.

Si affacciano discrete

se offrono riparo.

 

Sui sentieri interrotti

non portano salvezza

rabberciare non sanno.

Duetta l’ombra con luce.

 

 Inediti 2018

 

 

 

 

COSIMO D’AMONE

 

Le voci della luna

 

I

 

Hai svegliato

il silenzio

che consuma il meriggio e la strada

e il belare delle greggi

che allatta l’ombra della quercia;

il silenzio

di una voce che è voce

solo quando tace,

solo quando l’aria si bruma,

si distende e pesa sulle siepi

e poi germoglia dentro l’erbe

sotto il respiro del volo di un cigno;

il silenzio

perduto del bosco senza luce

sotto i passi e i rumori marciti

dei rami e i salti delle rane;

il silenzio

che tracima i fiumi ed i torrenti

delle foglie e le radici spoglie

e la lingua muta dei ragni in gara

appesi nel tessere reti

di acidi sudori,

e il vento gonfio di quiete.

 

Sulle tue vesti di cenere

sono rimasti vivi,

e non vogliono emigrare altri lidi

e non vogliono salire altre scale,

 

i racconti

che ho raccolto col lapis nero

sulla piazza affollata di tabarri

lunghi e affumicati

e di sigari accesi di fatica,

sopra i bastoni alzati dei mezzadri

e di fattori all’erta,

sul marmo consumato delle nicchie

del Santo protettore dei racemi;

i racconti

che danzano la sete del sole

e dei fuochi e delle semenze,

che fuggono il gelo ed i richiami

stanchi dei tuoni che battono le ore

e le nubi che a grumi giacciono

sopra un tramonto acceso di vermiglio.

 

Francavilla Fontana, lì 26/12/2014, festività di Santo Stefano, martire

(Da: “Le lacrime del glicine” in corso di pubblicazione)

 

 

 

 

 

MARIO D’ARCANGELO

 

poesie inedite

 

 

Ma nen m’addummannà

 

Sò remenute all’are de lu ddòsele

o ma’, a le chiappine.

‘Nce sò truvate chiù

lu ventelare secche a sderrenà

le cime, ma na calme nu cunsole

na pace, ca dicèsse…mò aremane

a ècche, addò se pò sentì lu cresce

de le ràdeche sotterre, memorie

ch’allume le sentíre e le mestíre

de luce e… chiarescure.

Ma nen m’addummannà de coma-và

stu sècule da quande sì partite,

stu labberinte senza chiaretà

stu senze cumplecate de la vite.

Ca lu store, segnore de le nùvele,

stràzie e accide ancore surgetille

cellucce e lemanelle

e lu patrone de la passatelle

n’à perdute lu vìzie e lu piacére

de fa’ olme lu sotte.

 

MA NON CHIEDERMI – Sono tornato sull’aia dell’ascolto/ o mamma, ai cipressi. Non ci ho trovato più/ la bufera secca che sfianca/ le cime, ma una calma un conforto/ una pace, tanto che direi… ora rimango/ qui, dove si può avvertire il crescere/ delle radici sotterra, memoria/ che illumina i sentieri e i misteri/ di luci e… chiaroscuri./ Ma non chiedermi di come va/ questo secolo da quando sei partita,/questo labirinto senza chiarezza,/ questo senso complicato della vita. /Ché l’astore, signore delle nuvole, / strazia e uccide ancora topolini/ uccelletti e bestiole/e il padrone della passatella/ non ha perduto il vizio e il piacere/ di mandare a secco il sotto.

 

 

 

 

FRANCESCA DEL MORO

 

Uno imbiancò di botto

gli altri vociarono

il loro coro di ideali.

 

Lui pregava

tra i cinque morti prima

e gli altri morti dopo.

 

Da ambo le parti c’era

una tremenda ragionevolezza.

 

Oggi per spegnere la lotta

basta rimuovere la parola

e mantenere la cosa,

distruggere la parola,

esacerbare la cosa.

 

Gli assassini sullo sfondo

dei loro interni borghesi

sono ormai vecchi calmi

che si raccontano.

 

Gli artigli del potere

stanno piantati al loro posto.

 

*****

 

Il cammino è leggero

sulle strade consuete,

sembrano meno stanchi

i visi nel mattino, si fa dolce

il ricordo dell’abbraccio

perduto, la musica

ritorna, luce di primavera.

 

 

 

 

 

MARIA GRAZIA DESSÌ

 

 

Poesia in sardo campidanese

 

Torra immoi 

Torra immoi

ca is pilus funt ancora

nieddus che-i sa notti

is dentis biancus

che mindula frisca

sa boxi alligra

che arriu de monti

Torra immoi

is frenus de su tempus

seu tirend’a fotti

e mi sanguinant is manus

Torra immoi

m’as’agatai trasparenti

baddend’a luxi ‘e luna

 

 

Traduzione in italiano

 

Ritorna adesso

Ritorna adesso

che i capelli sono ancora

neri come la notte

i denti bianchi

come le mandorle fresche

la voce allegra

come un ruscello di montagna

Ritorna adesso

le briglie del tempo

sto tirando forte

e mi sanguinano le mani

Ritorna adesso

mi troverai trasparente

ballando al chiaro di luna

 

 

 

 

 

ROSARIA DI DONATO

 

 

forse le parole

 

 

forse le parole potranno

donare un senso ai giorni

ravvivare l’imbrunire

 

forse le parole potranno

scandire il tempo dei ricordi

circondare il presente di attenzioni

 

forse le parole potranno

sciogliere il nodo che attanaglia

che soffoca in gola le questioni

 

forse le parole potranno

circoscrivere il diluvio

arginare la deriva dell’io

 

forse le parole potranno

vincere il timore

scardinare la resa

 

forse le parole potranno

accendere il giorno

adescare la vita

*

 

 

inquieto sentire

 

 

costa fatica la poesia

fatica d’essere

fatica d’esistere ogni giorno

rannicchiati alla vita

sospinti dall’inquieto sentire

illuminati da una luce

che altri non vedono

eppure c’è

si mostra

si manifesta

questo filo di parole

questo tessuto di volti

questo tappeto di cose

*

 

 

 

MAURIZIO DI PALMA

 

 

S’impara ad amare

la provvisorietà

fino a sedere

sulle panchine alle fermate

 

della metropolitana

per attese che tradiscono

il desiderio umano

dell’eternità.

 

 

 

Occorre

non lasciarsi ingannare

dal primo rumore

del mattino

 

il rumore sarà

un segno di vita

ma la vita è svegliarsi

svegliarsi per lavorare

 

lavorare affinché

il rumore possa maturare

maturare per tramutarsi

in musica.

 

 

 

 

RENATO FIORITO

 

 

Andromeda, col suo corteo nuziale

cosparge di stelle l’universo.

Se non vedessimo il suo impasto di luce

diremmo che non esiste.

Invece è lì in fondo al cielo

a ricordarci da spazi siderali

la sua bellezza.

Tra miliardi di stelle, altri mondi

sono aggrappati alla volta,

quinte di teatro per la nostra commedia,

realtà irraggiungibili alle nostre domande

a cui manca sempre l’ultima risposta

che ci inchiodi alla terra

o ci renda immortali.

 

 

Scendevano dal cielo cascate di buio

e si poggiavano sulla cima dei lampioni

spandendosi per le strade deserte.

Lei portava negli occhi grappoli di stelle

mentre lasciava che le mani di lui

si posassero sulla pelle.

Lontano da qualche parte

sonnecchiava un ricordo.

La vita nella sua corsa senza tregua

era fluita per altre vie.

Non la sentiva più il cuore

che si era fermato ad ascoltare

il rumore leggero delle stelle.

 

Da Andromeda, Ladolfi Editore 2017

 

 

 

 

 

AURORA FRATINI

 

I vécchi

 

I vécchi so’ comme ’e cerque.

Stannu.

Sembre loco.

Colle radeca ’mbiandate

agliu sprifunnu

’nzinu agliu core ’ella tera.

Sulu issi sannu vello che è statu.

Sulu issi ce ponno di’

vello ca da vini’.

Pecché i vécchi

avardinu lundano

cogli’ucchi ’e mill’anni

e so’ ’rotte

e so’ macere

e so’ buci niri ’ella notte.

Quannu puro ’nzo’ piune

so’ fronne stecate all’aria

e candinu ’na canzona ’ndiga.

Collo casca’ pettèra,

areportinu ’a morte

a renova’ ssa vida.

A Vida.

Vella abbuscata

’nvonn’e scocciapile.

 

’rotte: grotte; stecate: sgranate; abbuscata: nascosta; ’nvonn’e scocciapile: in fondo al ciclamino selvatico.

 

 

(in dialetto di Sambuci (Roma)

 

 

Matre

 

’O batte batte batte

ella sedòla

’ngantu ’ndicu

comme de rosignolu,

addore ’e guazza

cologna ’e pampora

vocca de papambora

ucchi de celo

capigli pe ruzza’

na bella pezza.

E i’ sonno pe’ sonna’.

I grembu teo ’e zinne

’e mele latte e rose.

All’andrasatta tu

c’annezzechi a criatura

’ndramente t’addimanni

comm’a fattu

si propo tu si stata

a fa ssa cosa vera

che te fa ride ’nzemmora

e fa piagne.

E batte batte batte la sedòla,

mo’ che si’ femmona fatta

che si’ Matre si’ Ddio.

E batte batte batte la sedòla.

Ssa cemece

c’angora nte gognosce

’nge sende

de vulesse appenneca’.

 

cologna ’e pampora: profumo di pampini; vocca de papambora: bocca di papavero; all’andrasatta: all’improvviso; c’annezzechi: che culli; ’ndramente: mentre; ’nzemmora: nel contempo.

 

 

 

 

 

ROSANNA GAMBARARA

 

 

Dentro le brume

di un riaprirsi

lento

della luce

dormono ancora le parole

avvolte sugli oggetti

penetrate nel cuore dei concetti.

Aspettano il vento

che le sollevi

e ne faccia coriandoli

foglie

lucciole

piume.

 

(1-2-2018)

 

 

El flaut de Pan

 

El fitt de vitt ciacat sotta la tela

di banc del mercatin, i fiat i odor.

Come furmicc sopra ‘na buccia d’mela

i ho contemplat inert. E sensa amor.

 

Calcò de sporc d’impur tun cla miscela

c’era e de disuman tun chel furor.

Com da ‘na prospettiva paralel

guardav. Com da’n pertug del mi sopor.

 

Ma al’improvis l’ho vist. Tel fond del sguard

tremava ‘n grid disprat l’ombra d’n ingann,

n’imperativ de vitta ciec testard

 

ma sensa ribelion. Tneva tla man

‘na treccia d’ai……Un indio peruvian

distant, tutt sol sonava el flaut de Pan  .      

 

 

IL FLAUTO DI PAN – Il fitto di vite schiacciate / sotto la tela dei banchi del mercatino / i fiati  gli odori. / Come formiche sopra una buccia di mela / li ho contemplati inerte. / E senza amore. / Qualcosa di sporco di impuro c’era in quella miscela / e di disumano / in quel furore. / Come da una prospettiva parallela guardavo. / Come da un pertugio del mio sopore. // Ma all’improvviso l’ho visto. / Nel fondo dello sguardo / tremava un grido disperato / l’ombra di un inganno / un imperativo di vita cieco testardo / ma senza ribellione. / Teneva nelle mani una treccia d’aglio…. // Un indio peruviano distante / tutto solo / suonava il flauto di Pan.

 

 

 

 

 


COSIMO GRECO


 

Uci

 

Uci ti casa mia

cantu ti naca

tessi la ecchia mia allu tularu

canta lu jadduzzu trapularu

e spràjini ti soli

ti štinnecchia

 

la curnacchia scuncignata

faci l’amori cu lla preula

e si faci bbella

sobbra la citratella

scotula

rèfuli t’ardori

 

uci ti casa mia

ffitati allu ecchiu ttaccatu

allu cumannu e alla fatia

gnorsì assignuria

 

oci ti lu icinu

ca cerca cu crianza

pi bbisuegnu

 

uci senza ritegnu

ca jaštemunu all’annata

pi lla ntrata

 

cantu ti štrata

cantu ti serenata

sottajentu

 

cantu ti lu Cumentu

ca sona a matutinu

 

e scazzica lu illanu

 

oci a tuttucori

canta lu bbannitori

 

la oci ti lu conzalimmi

enchj l’aria ti crašti

e quattru cagnulaštri

si mentunu a sciuècu

 

la ecchja

ttaccata alla pignata

štrolica cu llu fuecu

 

uci ti sapunaru

ti siggiaru

ti craunaru

 

ti umbrillaru

ti lattaru

ti furnaru

ti infilaforbici

 

uci uci uci

tuci tuci tuci

 

uci ti jeri

uci ti lu tueri

quannu lu trainieri

faci l’urtumu jaggiu

štisu

comu nnu bbaccalà

 

ŝtatti bbuenu cumpà

 

chianti/critassi a cantalena

la mujeri si tanna

sona la bbanna

e fiuri quantu nni oli

 

………………………………….

 

ntra llu sciardinu

sobbra lla ficalinna

si štrazza lu soli

 

 

Voci

 

Voci di casa mia

canto di culla

tesse la vecchia mia al telaio

canta il galletto intrigante

e pannolini di sole

ti stende

 

la cornacchia scriteriata

fa l’amore con la pergola

e si fa bella

sulla verbena

scuote

aliti di odore

 

Voci di casa mia

affidate al vecchio legato

al comando e alla fatica

signorsì vossignoria

 

Voce del vicino

che chiede con creanza

per bisogno

 

 

Voci senza ritegno

che bestemmiano all’annata

per il raccolto

 

canto di strada

canto di serenata

sottovento

 

canto del Convento

che suona il mattutino

 

e rimuove il villano

 

voce a tuttocuore

canta il banditore

 

la voce del conciabrocche

riempie l’aria di vasi di fiori

e quattro ragazzacci

si mettono a gioco

 

la vecchia legata alla pignatta

impazzisce col fuoco

 

voce di saponaio

di seggiolaio

di carbonaio

di ombrellaio

di lattaio

di fornaio

di arrotino

 

voci voci voci

dolci dolci dolci

 

voci di ieri

voci del dovere

quando il carrettiere

fa l’ultimo viaggio

steso

come un baccalà

 

statti bene compa’

 

pianti/chiasso a cantilena

la moglie si danna

suona la banda

e fiori quanti ne vuole

 

…………………………………

 

nel giardino

sul ficodindia

si straccia il sole

 

(poesie inviate dalla figlia Vania Greco)

 

 

 

 

CARLA GUIDI

 

 

Fuoco amico

 

Un fuoco è domestico se nella sua cella arde

vecchi legni e carte sottratte al macero,

se divora rapido ogni oggetto obsoleto …

Rimettendosi alle sue fauci, avido si avventa

sulle cose che si trasformano

sotto le zanne arroventate,

disinnescate diventando fragili come vetro

e decadono con qualche crepitio,

qualche scoppio di calore che scaldi mani e cuore

e risvegli malinconie sopite di vite antiche e fiere

di rancori ingoiati da degradare

con finta bontà e facile bere…

Fuoco acceso per rituale, ma sempre selvatico

guardato con rispetto nelle sere d’estate,

che sfugge di mano per vendetta brutale

e corre ad impestare le strade periferiche

abbandonate alla guerra tra rivali,

in triviali percorsi

tra cause popolari e lotte di quartiere,

o in più vaste cerimonie di degradazione

lungo vie secondarie in prostituzione,

o per necessità antica in lande deserte

nel freddo, in una baracca

mentre il corpo si scalda sotto la coperta

e dimentica la notte di Tramontana …

Oppure catturato sotto vetro, esibito

in uno spazio apposito, nostalgico

quasi televisivo …

In uno schermo incandescente

quando si affaccia alla vetrina

sembra una belva dentro la gabbia

che emana energia nella sua dissoluta

rabbia, agitandosi come una serpe,

catturato e reso quasi innocuo

da padroni esigenti, ma per poco,

scalda allora le gote e rallegra i commensali

che brindano alla fatica impiegato per catturarlo

in tempi remoti, feroci di fulmini letali.

Fiamma già simbolo di distruzione totale

diabolico trasformatore e polverizzatore

di destini e civiltà umane, quando

anche le pietre non hanno più le lacrime

della rugiada, ma cenere nera

quando

nel cinismo dei signori del Fuoco

che incassano gli appalti nelle emergenze

bruciano foreste vitali e rimangono

carbonizzati, paralizzati arbori

pietrificati nel loro atteggiamenti

ormai inutilmente mummificati

nel paesaggio di un film in bianco e nero,

in filari ordinati come vecchi soldati

sulla terra secca diventata un deserto

polvere di carbone che entra nei vestiti

e nei polmoni odore di cimitero.

 

da Fatti ad immagine d’io – Edizioni e-book Onyx/Reti di Dedalus – 2017

 

 

 

 

 

MARIA LANCIOTTI

 

La primavièra trichéa.

ntraversata pure essa.

Ji recacci non sapéenu che fane:

rescìne o nno rescìne?

e ss’addorméenu ninente

a murine.

E ttu spostìi le léna

co lla cariola ch’allucchéa,

ndriússu pe gliu tettucciu

e lla legnara.

a ll’assucco,

pe n’ar’atr’annu.

Eppó,

comme na saetta,

arià la state

e abbruciane 

co gliu fóco séo

nvipirito ju sucu

de lle piante

e dde niari.

 

La primavera tardava. / Impazzita anche lei. / I nuovi getti non sapevano che fare: / spuntare o non spuntare? / e dormivano / fino a morire. / E tu spostavi legna / con la carriola cigolante, / su e giù dalla tettoia / alla legnaia. / All’asciutto, per il prossimo / inverno. / Poi, di colpo, arrivò l’estate / e arse / col suo fuoco / feroce / la linfa d’ogni pianta / e la nostra.

 

da Rióne Munnu, Cofine, 2018

 

 

 

 

MARIA LENTI

 

Spostamenti apparenti

 

 

Il rumore del vaso vuoto è grande

grande paura

paura lo strepito del secchio

nel secchio senz’acqua

acqua di fonte sarebbe benvenuta

benvenuta speranza che t’affacci

se t’affacci alla mia porta

porta silenzio in dono e la parola

parola nuova che respinga il vuoto

il vuoto della lingua intorbidata

da torbide ripetitività tv-mediate

mediate solo sulle chine

chine verso il basso le ali

ali del rimbombo del perduto.

 

Ridono i vivi che sono più che vivi.

 

Vive Didone abbandonata (Metastasio):

“Perduta ogni speranza

non conosco timor. Ne’ petti umani

il timore e la speme

nascono in compagnia

muoiono insieme”.

 

Ma di Virgilio il pavor pulsans

pulsante ansia da trepidazione

trepida aspettazione di intraviste

viste di tra le nebbie

nebbiose di fantasia e il suo contrario

contrariato senso

sensato ma non d’ala

nell’ala fissa di contemplazione.

 

 

 

 

 

RITA MATTEI

 

 

Sono l’Aniene e parlo

 

Il fiume a modo suo ti parla

e dice sono "l’Aniene"

cosa hai fatto ti conviene?

 

Sono un fiume che si ribella

 rivuole il suo spazio e ti ricorda

"Uomo non è tutta tua la terra"

 

La mia fonte è di acqua smeraldina

ascolti li’ il gorgoglìo di tanta storia

voce millenaria e divina

 

Ovunque sono passato ho unito

in una valle all’unisono la vita

ogni città sulle mie rive è cresciuta

 

Sono nato per amarti e farmi amare

le mie acque hanno cullato i marmi di Roma

almeno mi potevi rispettare

 

Sulle mie rive hai raccolto i tuoi sogni

in realtà non hai capito cosa è bene fare

hai visto in me come qualcosa da arginare

 

Oh! Che neologismo acque captate

hai offeso le mie rive

fiori e piante tagliate

 

Ora ascolta il lamento del fiume

in movimento,fattene una ragione

io mi ribello eccoti l’alluvione!

 

Ti dico tra le mie anse disperdo la pietà

mi hai oppresso!Ero in una terra vera

scorrevo libero ora il mio letto è una galera

 

Uomo cosa fai fermati!!

davanti a te c’era un fiume

ora rifletti sul tuo marciume

 

Rive e paesaggi umiliati

Uomo fermati un momento

ricorda la bellezza attento

 

libera dal tuo io interiore

la coscienza per il cambiamento

Coraggio! di stop all’inquinamento

 

Tornerò di nuovo un fiume?Uomo

vorrei sentirti sussurrare dall’emozione

Oh! Che freschezza sono sulle rive dell’Aniene,

 

 

 

Il cellulare

 

 

Tra la follia moderna collettiva

sicuro svanisce l’anima viva

 

Si fa largo la solitudine

senza deserto è moltitudine

 

Il mondo non è più da guardare

lo spazio si perde nel cellulare

 

E intanto tutto intorno muore

soffoca il sentimento d’amore

 

Tutto ciò che succede appare tra niente

come un fiume perso tra la gente

 

Così il desiderio di parlare

viene soffocato dal cellulare

 

Allora si rinuncia a chiedere

e il dialogo si spegne nell’etere

 

Il profumo non si può annusare

Oh! Che peccato non c’è nel cellulare

 

Come è bello il video del vento

e solo,uomo,lo guardi contento

 

Il vuoto di te si è impossessato

e capisci che ti hanno fermato

 

Al bambino bisogna insegnare

che l’odore della brezza del mare

in ogni modo non si può cliccare!

 

 

 

 

 

 FRANCO MELISSANO

 

 

Le tenebre del cuore

 

Il giorno rischiarano

uccelli dai rosei colori.

E il ramo verdeggia del canto,

protende le mani nel fiume.

 

Il greto muscoso

è grembo di madre fecondo,

promessa di albe felici

in porti d’infanzia sepolti.

 

Ma subito preme e riaffiora

il sangue degli Atridi,

le tenebre del cuore

accecano il mattino.

 

 

Echi di sirene

 

C’è un’ora della notte tarda e bruna

in cui rabbrividisce la natura;

ed in quell’ora interrogo il mio cuore,

sopra l’oscura cifra vagolando

dell’atomo del tempo

in cui si sperde lieve

la nostra fioca voce.

 

Dormono i cani, tace la civetta.

Solo il libeccio rumoreggia ancora:

porta dal mare echi di sirene

che aggrumano con canto di chimera

il seme misterioso delle stelle.

 

 

 

 

 

ROBERTO PAGAN

 

Fuori stagione

 

Roselline tardive

risorte sulla pergola chissà

da quale ramo, timide quasi incredule stranite

per la rinascita imprevista

nell’ottobrata tiepida indolente

forse distratta guasta la clessidra

 

Così di voi, ma voi effimere

che potreste pensare oggi di me, di questo

imbozzolato ottuagenario

verde di muschio che si ostina

a trascinare al sole su per l’erta

stecchi e legname e farne sacrificio

al buon Vulcano, un altro

affumicato solitario

 

E lì con l’occhio fisso tra le braci

aggiorna l’indice ogni sera

conta i tizzoni ad uno ad uno, insegue

le mappe dei ricordi confusi ormai

coi sogni: sceverare, rimuovere le bucce,

è poco quel che resta

 

Dell’oggi non s’accorge, compra

i giornali sì, ma non ha tempo

di leggerli. E quanto alla tivù

guarda solo i canali della storia

per allungare il suo passato.

Consolante non è, ma nuoce meno.

Quel che verrà, il futuro,

già dietro l’angolo si sa,

ma è bravo chi lo vede.

 

 

 

 

 

CRISTINA POLLI

 

Trittico dei bambini soli

 

Perso in un ingorgo

di suoni e segni e viscere 

è l’uso del gesto della specie:

la parola seguita con il dito

in letture esplose di vermiglio

e toni in grigio urlati sopra i morti.

 

Non avevano bisogno d’altro scempio

di parole come aghi di dolore

come uno strazio aggiunto in agonia

la ripresa dell’ultimo respiro

erano 

come in altre cronache

bambini 

bambini dietro un volo giallo

ali strozzate

da anime asfissiate.

 

E resti a noi il marchio quotidiano

la quota biancoimpressa di cordoglio

e una preghiera asciutta per sanare

un debito insolvibile a chi è solo

e non attende

che torni la parola.

 

inedito

 

 

Sotto l’eucalipto

 

Con il moto incostante degli storni

stanno i bambini sotto l’eucalipto

come nastri lanciati

e riannodati

i passi, i salti

le corse irregolari

la mano batte il tronco

è ripartenza.

In equilibrio sopra le radici

la parola nuova

la nuova simpatia.

 

inedito

 


 

 

 LAURA RAINIERI

 

 

Mito

 

Volentieri poserei il capo sulle tue ginocchia

dove il silenzio è trasparente a dismisura

e l’occhio posa profondo e amoroso più non impaura.

Il gesto è l’essenza del pensiero.

Canta il corpo la sua canzone in sintonia col luogo:

io sono il Po che un giorno hai amato

sui sabbioni caldi e desolati

e le acque torbide e fluenti del Tevere

e la pioggia che leziosa fascia i vestiti

tra le casupole rosa dell’Alessandrino

d’odio sprecato e amore in questo covo

così fuori dal mondo così fuori

in aderenza al pensiero, déraciné, isola alla deriva

e tutto quello che l’occhio incontra… sono.

E ancora il mito vive nel mio sogno.

 

 

 

Si avvicina la sera

 

Si avvicina la sera.

È bene lasciare la tenda

prendere la sacca con le cose.

Poche per fragili spalle.

Addentrarsi nel bosco

raccogliere un petalo di fungo

l’odore di foglie marcite

le piume lievi di un pettirosso.

Sfiora un cavallo al galoppo senza orme.

La coccinella vuole arrivare in città.

Pesante è ora la sacca.

All’orizzonte nessuno compare.

Troppo lungo il cammino:

la sacca è piena

puoi rimanere qui per tutto il tempo.

 

 

Da In altre stanze, Ed. Cofine, Roma, 2018

 

 

 

 

DEMETRIO RIGANTE

 

 

Paghíure de scherdamme de mè…

 

Paghíure…, paghíure de scherdamme

du munne ca téngh’atturne:

le fiíure sbalestròte dó véinde…,

re nóutte o chiaraure de la líune

che tutte le sóugne síue….

 

Paghíure ca l’acque du céile

m’araisce ògni pedòte ind’a la tèrre…,

ca u véinde s’accarre u respére…,

ca la memória pèrse

s’allarghe cóme a na gòccia d’óugghie…

 

Paghíure…, paghíure de re paróle citte

ca, tremuènne…, iéssene tra re labbre

a racchendòie recóurde sbiadéte

e stepòte ind’all’èneme angóre pe picche…

 

Paghíure du sguarde ca nan tróve reggétte…,

paghíure ca la còsa mè

m’addevénde frastère…,

paghíure de scherdamme de mè stèsse

…e addevendòie chiú néinde de néinde!…

 

Séne, sòch’éie pe l’alte,

pe l’amóre de le figghie, pe l’améce…,

ma quande de lóre

m’avèssena chiamáie a nème

e pe quande m’avèssa vletòie angóre?…

 

U sòpe u desténe

segnate dó caméne de la véte

ca de vógghie de cambò

nan à mà sazzie…

 

PAURA DI SCORDARMI DI ME… – Paura…, paura di scordarmi / del mondo che mi circonda: / i fiori frastornati dal vento…, / le notti al chiaror di luna / con tutti i suoi sogni… // Paura che la pioggia / ari le mie orme nella terra…, / che il vento travolga il respiro…, / che la memoria persa / si dilati come una goccia d’olio… // Paura…, paura delle parole mute / che, traballanti…, tracimano dalle labbra / a raccontare ricordi sbiaditi / e stipati nell’anima ancora per poco… // Paura dello sguardo senza pace…, / paura che la casa / mi divenga estranea… // Paura di scordarmi di me stesso / …ed essere meno di niente!… // Sí, sono io per gli altri, / per l’amore dei figli, / per gli amici…, / ma quanti di loro mi chiameranno col mio nome / e per quanti mi volterò ancora? // Lo sa il destino / segnato dal cammino della vita / che della voglia di vivere / non è mai sazia…

 

– Omaggio al malato d’Alzheimer. (Primo classificato Sez. Poesia Dialettale al Premio Letterario Internazionale XXIII Edizione 2016/17- Città di Bitetto).

 

 

 

 

 

MAURIZIO ROSSI

 

Maggìe de Roma

 

Quanno me stufo de sudà le carte,

co’ Polifemo vado alla Stazzione,

me faccio straportà dar tempo perzo

e m’ aritrovo spesso allo rione

che sta tra la Navona e la Ritonna.

 

Drento de me atturo ‘gni penzata:

e sento ciancicà li dèi,  straniti

pe’ nun sapè che fa’ ner tempo eterno;

straparla e passa Caravaggio,

da Sant’Agostino a Luigi Francese

 

cercanno luce e scuro… e luce ancora!

Trattengo er fiato e allumo controsole

er purcino, da tant’anni fonnamento

pazziente e umile de quer ditone

che ‘nzegna ‘ndò sta verzo e verità.

 

 

Geometrie

 

Amanti d’una vita, fianco

a fianco tendono le dita,

ali d’un sogno,

eterno incontro all’infinito.

 

Accade che altri amanti,

cercandosi da spazi siderali,

si avvinghiano in un punto

che annulla spazio e tempo

finché perdura il sogno.

Divergono, poi,

nell’esistenza e nel ricordo.

 

Più volte il capriccioso amore

si fa gioco d’Euclide solcando

le onde dello spazio

 

e si svela con enne dimensioni.

 

 

Diversa luce

 

 

La fretta non dilata il tempo;

più la prua scosta le onde

più l’orizzonte s’allontana:

il porto resta misterioso

come il mistero del mio viaggio.

 

In pieno giorno, nette mi appaiono

le forme, ma, per vedere, il cuore

cerca diversa luce.

 

L’azzurro indefinito del mio cielo

tra poco sarà scuro;

ed il sentiero delle stelle,

di sicuro mi farà

tornare a casa.

 

 

 

 

 

STEFANO ROVINETTI BRAZZI

 

 

Längue ad veritè

scuêi sänze nómm e grände

fòre dal óss dal tänp

pió in lá ad tótt nuètar

stra i dént al Sgnŏur

ch’in dialátt al c’cŏrr sänpar;

e adès ai é al mî silänzi

una vŏu ch’la tê,

la vôl la veritè,

idê dal Sgnŏur ch’la vîv ind al dialátt,

etêran, sänpar, änc s’al môr,

o fôrsi pròpi par quáll,

parché änc a têar ai é la sô vŏu

ind al silänzi ai é tótt al tänp

vŏu dal Sgnŏur ch’la s arcôrde

e mé a m arcôrd in lî

acsé sänze tänp

ch’am é d avî d avâiral pêrs

lé atâi al Sgnŏur ch’al i á détt “Tâche”.

 

Lingua di verità/quasi senza nome e grande/fuori dall’uscio del tempo/più lontano di tutti noi/fra i denti di Dio/che in dialetto parla sempre;/e adesso c’è il mio silenzio/una voce che tace,/vuole la verità,/idea del Signore viva nel dialetto,/eterno, sempre, anche se muore,/o forse proprio per quello,/perché anche a tacere c’è la sua voce/nel silenzio c’è tutto il tempo/voce del Signore, voce che si ricorda,/e io mi ricordo in lei/così senza tempo/che mi sembra d’averlo perso/lì, vicino al Signore che gli ha detto: “Incomincia”.

 

 

 

 

ANTONIO SACCÀ

 

La Felicità

 

La Felicità, Antonio,

prendila sulla cima del domani.

Se non la otterrai,

vi è sempre un domani del domani

nella cui cima si erge la onnirisplendente felicità.

Avviene, può avvenire,

che neanche il domani del domani

la gioiosa felicità stia ferma nelle tue mani…

Forse che il Tempo non ha domani successivi?

Nel domani del domani del domani

la smisurata, incontenibile felicità

è al vertice di quel giorno

in attesa che tu l’afferri…

Non voglio numerare i giorni successivi ai giorni,

l’uno che sposta in avanti l’altro,

non voglio numerarli,

questo ti chiedo:

se vivi per la felicità,

non deluderti,

costi quel che costerà,

avanza, avanza,

nel gelo di una morte sconsolata,

alla felicità desiata.

 

 

Solo e in libera solitudine,

senza doveri,

gravato dalla Natura

e dalla disumana consorteria umana,

immaginando il futuro atroce

e subendo l’intenebrante quotidiano odierno,

non luce, non spazio, nessuna carità da nessuno,

voglio esplodere

uccidendo con me stesso

il turpe mondo esacrando,

che non ne resti sembianza

e tutto muoia nella mia morte.

Questa feccia eretta,

l’uomofango rimasto fango,

Dio gli infuse l’anima

malvagia,

è vero,

inclinandolo al peccato irresistibile,

consegnandolo a Satana e ai suoi discepoli micidiali,

non c’è Cristo che redima,

anch’Egli ha ricevuto l’onta degli uomini,

sconfitto…

Vorrei che morisse l’intera stirpe dei miei simili,

un pandemonio catastrofico

e che non resti sembianza

e sparisca la nostra anima infetta

e il fango torni fango

impastato dell’estinzione dei viventi…

Un silenzio fermo, illimitato

avvolga la vacua percorrenza degli astri

finché l’instabilità cosmica dismembri

gli equilibri planetari

e tutto si sfasci in combustione

da giudizio universale,

io e il Diavolo saremmo felici,

prima che l’uragano Morte ci travolga e spenga.

 

 

Da Prima che il tempo muoia, Edizioni Artescrittura, 2014

 

 

 

 

 

 

ROSA SALVIA

 

*

 

Nella parte alta del giardino un albero

di olivo si stende come un monumento –

il vento – non più vento – un tenue bacio.

nei miei occhi umidi l’aria brucia.

 

Questi istanti sono belli, non è vero?

Bella la luce che avvolge, a sera,

i semi di girasole che abbiamo piantato

insieme, amore mio.

 

Accanto a noi un’unica presenza si riempie

e si vuota, mi sento più vicina a un segreto

che non arriva alla coscienza.

 

Come un ago mi punge,

mi sta sulla punta della lingua,

e non c’è parola per esprimerlo.             

 

Da Il giardino dell’attesa

 

 

 

 

 

PATRIZIA SARDISCO

 

 

 

la sospensione del giudizio

 

 

la sospensione del giudizio

una epoché del senno

delibera la voce e i grimaldelli

echeggiano stocastici sui tasti

si approssimano al limite

delle parentesi

 

gli asintoti hanno un fascino includente

tensioni d’arco e fughe all’infinito

 

da un desiderio amodale di tangenza

gli orridi ci attraggono negli scoscendimenti della gola

 

il vuoto immisurato tra le tonde

dilata le onde della luce

a principio di mondi

e ogni nominazione dell’intorno

è l’audacia

di non gettare troppo in basso l’occhio

 

 

Da Lo spettro del visibile (inedito)

 

 

 

 

 

LILIA SLOMP FERRARI

 

Girasoi

 

En camp de girasoi sta vita,

la ne stontona come fusse vent

de autun begaròl de fòie morte,

paiazzo de colori spiazzaròi

endrezzadi a le erbe sora el prà

zalde anca lore come le paiòle,

le vòie mate, perse de l’istà.

Quanti sarai i girasoi al camp?

Quante èle le testòte che ride

picole, grande, le ne fa l’inchin

per slampezar de sol che se sparpaia

dentro le ociàde de giornade grise.

Ve regalo la me maia de fret,

o girasoi, el me capèl de paia.

 

GIRASOLIUn campo di girasoli questa vita,/ ci strattona come fosse vento/ d’autunno litigioso di foglie morte,/ pagliaccio di colori bricconi/ intrecciati alle erbe sopra il prato/ gialle anche loro come le pagliuzze,/ le voglie matte, perse dell’estate./ Quanti saranno i girasoli al campo?/ Quante sono le testoline che ridono/ piccole, grandi, ci fanno l’inchino/per lampeggiare di sole che si sparpaglia/ dentro le occhiate di giornate grigie./ Vi regalo la mia maglia di freddo,/ o girasoli, il mio cappello di paglia.

 

 

 

 

 

GIAN PIERO STEFANONI

 

 

La casa

 

Hanno sistemato anche la siepe 

rasa al cancello, e le arance

che li annunciano dalla strada.

 

Finalmente è terminata la casa-

il piazzale sgombro- il vimini scoperto.

 

Solo l’ospite ora è atteso,  

secondo l’affetto promesso 

in una misura buona.

 

Ma non sanno che il primo festeggiato 

è già- ha dato loro la pietra, 

impiantato da sempre nel cuore.

 

Non viene da fuori l’amore.

 

 

 

 

 

PIETRO STRAGAPEDE

 

Devendaine ‘ngèine

 

Devendaine ‘ngèine

le zappature nuste.

Uagniune angore

le sciuke ind-a re d-uocchiere

assaine fore

a gnuotte tièrre

da matine a saire.

E la cheluonne tiènere

nan angore affermote

se ‘nnarcaie

cume na gammettucce

sott-a la uère.

E nan s-addrezzaie cchiue.

Na vuolte ‘ngèine

pe parlò cu l-alte

trecciaine la carriuche

e s-avaina scettò ‘ndièrre

pe tremiènde u cile.

La dèie ca u Padr-ètièrne

se le chiamaie

le figghie avaine addrezzò

cu la fuorze

u curpe ‘ngenote

pe mièttue ind-u taviute.

 

DIVENTAVANO UNCINI – Diventavano uncini/ i nostri zappatori./ Bambini ancora/ i giochi negli occhi/ erano avviati ai campi/ a ingoiare terra/ da mattina a sera./ E la colonna vertebrale tenera/ non ancora forte/ si curvava/ come un giovane ulivo/ sotto il maestrale./ E non si raddrizzava più./ Una volta uncini/ per parlare con gli altri/ facevano ruotare il collo/ e dovevano sdraiarsi a terra/ per guardare il cielo./ Il giorno che il Padre Eterno/ li chiamava a sé/ i figli dovevano raddrizzare/ con la forza/ il corpo curvo/ per metterlo nella bara./

 

 

 

 

 

GAUDENZIO VANNOZZI

 

La via de latte

 

Me vortai indietro solo pé ‘n momento

a rivedé la strada imporverata,

impoverita da l’arzume e ‘ r vento,

inzeccolita e tutta squintarnata.

Poi ‘r zole scese e cquanno venne notte

vidi pé ll’aria come ‘na strisciata.

Pareva latte, sparzo ‘n ccelo a ffiotte,

bianco de pasce, e attorno n’imperlata.

Nun zo perché, m’ aritrovai pupetto.

Le guancie ritornorno du pagnotte…

Mamma soride e m’ arimbocca er letto,

me scordo de la strada e de le botte…

Me vortai indietro solo pé ‘n momento.

Poi venne er bujo e ‘r celo fatto a latte

e ‘na preghiera fijja de ‘n zentimento

pé ricercà la vojja de combatte.

"E fammesce attaccà a sta zinna bianca !

La sciuccerebbe senza pija fiato,

la sciuccerebbe fino a cche mme stanca.

La sciuccerebbe tutto sbrodolato.

Me vojjo empì cor latte de le stelle.

Poi a panza piena sbavijjà assonnato,

e a famme vejja luci tremarelle

accese fino a che sarò svejjato"

A sta preghiera fatta a l’univerzo

la via de latte, prima der matino,

rispose dorce " no, nun te sei perzo.

Riposa fijjo … eppoi ripijja ‘r ccamino …"

 

LA VIA LATTEA – Mi voltai indietro solo per un momento / per rivedere la strada impolverata, / impoverita e arsa dal vento / secca e squinternata. / Poi il sole scesa e quando venne notte / vidi in aria come una striscia. / Sembrava latte, sparso abbondantemente nel / cielo, bianco di pace, e intorno una collana di / perle. / Non so perché, mi ritrovai bambino. / Le guance ritornarono ad essere due / pagnotte … / Mamma sorride e mi rimbocca le lenzuola del / letto, dimentico la strada e le botte … / Mi voltai indietro solo per un momento. / Poi venne il buio e il cielo fatto a latte / e una preghiera figlia di un sentimento / per ricercare la voglia di combattere. / “E fammi attaccare a questo seno bianco! / Lo succhierei senza prendere fiato, / lo succhierei fino a stancarmi. / Lo succhierei sbrodolandomi. / Mi voglio riempire col latte delle stelle. / Poi a pancia piena sbadigliare assonnato / e a vegliarmi luci tremule / accese fintanto che non mi sarò svegliato”. / A questa preghiera fatta all’universo / la via lattea, prima del mattino, / rispose dolce “no, non ti sei perso. / Riposa figlio … poi riprendi il cammino …”

 

 

 

 NOTE BIOBIBLIOGRAFICHE

 

LUCIANNA ARGENTINO, è nata a Roma nel 1962. Ha pubblicato i libri di poesia: “Gli argini del tempo” (ed. Totem, 1991), “Biografia a margine” (Fermenti Editrice, 1994) con la prefazione di Dario Bellezza e disegni di Francesco Paolo Delle Noci; “Mutamento” (Fermenti Editrice,1999) con la prefazione di Mariella Bettarini; “Verso Penuel “ (Edizioni dell’Oleandro, 2003), con la prefazione di Dante Maffia; “Diario inverso” (Manni editori, 2006), con la prefazione di Marco Guzzi; "L’ospite indocile" (Passigli, 2012) con una nota di Anna Maria Farabbi; "Le stanze inquiete" (Edizioni La Vita Felice, 2016).

 

SIMONETTA BUMBI, scrive di sé: «simonetta nasce e vive a roma dal dal 1958. prende il cognome bumbi dopo tre giorni. dopo ventidue anni ne prende un altro. e dopo quarantasette non si chiama più. scrive da sempre. in seguito, su prescrizione della sua psichiatra. non ama le maiuscole, fanno la differenza fra tutto, specialmente tra le persone, ma le usa quando scrive di Lui». dirige l’agenzia di stampa “bumbi mediapress” (www.bumbimediapress.com).

 

MARIA GRAZIA CABRAS,

Maria Grazia Cabras è nata nel 1954 a Nuoro. Ha conseguito il diploma in Neogreco presso il Dipartimento di Lingue Straniere dell’Università di Atene, città in cui ha vissuto per molti anni lavorando come interprete e traduttrice. Ha pubblicato i volumi di versi Viaggio sentimentale tra Grecia e Italia (2004), Erranza consumata (Gazebo, 2007), Canto a soprano (Gazebo, 2010), Bambine meridiane (Gazebo, 2014) e il libretto musicale Fuochi di stelle dure, cinque ballate e un attittu (coautore Loretto Mattonai, Gazebo, 2011). Nel 2017 per Edizioni Cofine ha pubblicato Bestiario dell’istante, poesias in duas limbas. È redattrice della rivista “L’area di Broca”.

 

FRANCESCO CAGNETTA, è nato a Bisceglie (BT) nel 1982 ed à residente in Terlizzi (BA). Esercita la professione di avvocato. Pur essendo un autore pressoché esordiente, alcuni suoi scritti sono comparsi in alcune antologie non cartacee. Con Giovanni Asmundo, Vito Santoliquido ha pubblicato sue poesie in Trittico d’esordio (Cofine, collana Aperilibro, 2017).

 

MAURIZIO CASAGRANDE, nato a Padova nel 1961, insegna lettere nelle scuole superiori. Dopo la laurea in filosofia ha maturato interesse per la letteratura e la poesia occupandosi, in sede critica, di poeti e scrittori contemporanei attraverso la collaborazione con riviste quali “Atelier”, “La Battana”, “Tratti”, “La Clessidra”. Per Il Ponte del Sale ha curato nel 2006 il volume di interviste In un gorgo di fedeltà. Dialoghi con venti poeti italiani, fotografie di Arcangelo Piai. Sofegón carogna, la sua prima opera di poesia in dialetto, è del 2011 (Il Ponte del Sale, Rovigo). Per le edizioni Cofine di Roma ha pubblicato nel 2014  con Matteo Vercesi, Un altro Veneto. Poeti in dialetto fra Novecento e Duemila, un’antologia su sedici poeti in dialetto del Veneto, a cavallo fra XX e XXI secolo.

 

BRUNO CIMINO, giornalista-pubblicista, è nato a Tropea nel 1952.  E’ stato uno dei fondatori dell’emittente Radio Tropea. Negli anni ’80 si trasferisce a Roma dove ha diretto "Il Mecenate" e collaborato con il mensile "Abitare A", "FabbricaSocietà", "Le Segrete cose" e "L’Internazionale". Nel 1994 fonda e dirige il periodico "Il Gazzettino di Tropea e dintorni"; dal 1996 è direttore responsabile della rivista di poesia "Periferie".

Tra le sue pubblicazioni: Inchiostro di sangue (1980); Riflessioni (1985); Ragioni e intuizioni(1990); Tropea perla del Tirreno  (1993); Tutto Tropea e Dintorni (1999). Ha pubblicato inoltre: “Misantropie”(2001); “Immagini di Tropea” (2002) e “Amo la mia Terra” (2003) e i romanzi: Gurnèa, storia di nimici, eroi e spirdi è il titolo del romanzo (2009) e I cosi, quando si cùntunu, pàrunu nenti.

 

MANUEL COHEN, è poeta, critico e saggista. E’ condirettore della rivista “Periferie”. Figura nelle redazioni di: «Ali», «Argo», «Carte Urbinati. Rivista di Lett. Ital. e Teoria della Lett. Dell’Univ. Degli studi di Urbino», «Il parlar franco», «Punto. Almanacco della Poesia italiana». Collabora con i periodici: «Atelier», «Letteratura e dialetti», «Poesia». Tra i suoi più recenti lavori: L’Italia a pezzi. Antologia della poesia neodialettale (in co-curatela con V. Cuccaroni, G. Nava, R. Renzi e C. Sinicco, Ancona, 2014); Appunti di Geocritica, per una mappatura della Poesia Italiana Contemporanea (ATM, Monaco di Baviera, Germania 2013). In poesia ha pubblicato: Altrove, nel folto (Roma 1990); e dopo venti anni di silenzio: Cartoline di marca (Teramo 2010); WinterreiseLa traversata occidentale (Sondrio 2012), L’orlo (Sondrio 2014), Tutte le voci (Arcipelago Itaca, 2016).

 

ORESTE CONFALONE, 70 anni, è nato a Roma e da un po’ di anni scrive poesie. Una è stata pubblicata anni fa dall’accademia Belli e una dalla comunità di s. Egidio. In pensione, per lui scrivere è  un bisogno interiore. Ha cominciato con il dialetto romano e poi anche in italiano.

 

DAVIDE CORTESE, è nato nell’ isola di Lipari nel 1974  e vive a Roma. Si è laureato in Lettere moderne all’Università di Messina. Nel 1998 ha pubblicato la sua prima silloge poetica, titolata “ES” (Edizioni EDAS), alla quale sono seguite le sillogi “Babylon Guest House” (Libroitaliano), “Storie del bimbo ciliegia”(Autoproduzione), “Anuda” (Edizioni LaRecherche.it), “Ossario”(Arduino Sacco Editore), “Madreperla” (LietoColle), “Lettere da Eldorado” (Progetto Cultura) e “Darkana” (LietoColle). Poesie di Davide Cortese sono presenti nell’antologia Diramazioni urbane (Cofine, Roma, 2016)

 

LIA CUCCONI, è nata a Carpi (MO) e dal 1961 vive a Torino. Ha pubblicato le raccolte in dialetto: Canteda, 2005; Pelasurela, 2006; Sirela, 2007; L’elber dal debit, TorinoAlbenga, Ed. Baracca Verde, 2008; Cal tut cl’è gnint /cal gnint cl’è tut, Firenze, Phasar Ed., 2009 (premio ’Paoli Bertolani’, Lerici Pea 2011); L’ôra e la pôlvra, ivi, 2010; dal luntan i dman, ivi, 2011 (finalista al premio ’Salva la tua lingua locale’ 2011); D’èter pan, Roma, Ed. Cofine, 2013; Al couròni di dè, ivi, 2014; ’Na messa da mort, ivi 2016. In italiano ha pubblicato i libri: Intrusiva, Lugano, Ed. Bernasconi, 2000; D’Albenga, Torino, Ed. Quartino, 2002; In ora Torino, Albenga, Bar-Verd, 2004; L’imposta, Perugia, Midgard Editrice, 2010.

 

ANNA MARIA CURCI, è nata a Roma, dove vive e insegna lingua e letteratura tedesca. Scrive sul blog Cronache di Mutter Courage, su Unterwegs/In cammino, su Lettere migranti ed è redattore di Poetarum Silva. Suoi testi sono apparsi in riviste (“Journal of Italian Translation”; “Traduttologia; “Chichibìo”; “Il 996″), nelle antologie La notte(Roma 2008), Oltre le nazioni (CFR, Rende 2011), Cuore di preda (CFR, Rende 2012), nei blog La dimora del tempo sospesoCartesensibiliNeobarLa poesia e lo spirito, La presenza di Erato e sul sito Poeti del parco. Nel 2011 ha pubblicato la raccolta Inciampi e marcapiano; dal 2012 è nella redazione della rivista “Periferie”. Del febbraio 2015 è la sua seconda raccolta di poesie in volume, Nuove nomenclature e altre poesie, L’arcolaio.

 

COSIMO D’AMONE, nato a Francavilla Fontana (BR), ha compiuto gli studi universitari a Lecce. Ha soggiornato in Germania, approfondendo la sua conoscenza del tedesco. Laureato in Storia e Filosofia e Docente in Lettere ha insegnato per diversi anni anche in terra bergamasca, è stato anche amministratore pubblico per oltre un trentennio, impegnato nella promozione di eventi culturali ed artistici. Dal 1994 è fondatore e presidente dell’Associazione Laboratorio di Ricerca culturale “l’Ulivo”, è presidente della Fondazione “G.B. Imperiali – Onlus” (si interessa di minori a forte disagio familiare) dal 2010. Ha pubblicato numerose sillogi sia in lingua, tra le qualiIl passo delle stelle (2010) e L’ultimo sapore del mare (2013), che in vernacolo salentino, tra le quali Cari amici cunziglieri (II ed. 2016) Sècuta si, cu ffišchi e ccanti…!”(II ed., Ed. D’Andrea, 2016),e Li vòci ti lu suènnu, Quaderni dialettali in cofanetto, Pubblicazioni Italiane (TA), 2017.

 

MARIO D’ARCANGELO, nato a Chieti nel 1944, vive a Casalincontrada. Ha pubblicato Senza tempe, Edigrafital SpA, S. Atto di Teramo nel 2004. Nel 2009 si è classificato primo al Concorso nazionale “Vie della Memoria”. Nel 2010 è stato finalista al Premio Ischitella-Pietro Giannone. Nello stesso anno gli è stato conferito il Premio Tagliacozzo, sezione poeti abruzzesi. Nel 2011 ha pubblicato per Cofine Albe e ne albe. Nel 2015 ha vinto il premio Salva la tua lingua locale (sez. poesia inedita).

 

FRANCESCA DEL MORO, è scrittrice, traduttrice, editor, performer e organizzatrice di eventi legati alla poesia. È laureata in lingue e dottore di ricerca in Scienza della Traduzione. Ha pubblicato sette libri di poesia, tra cui Gli Obbedienti (Cicorivolta, 2016) e Una piccolissima morte (edizionifolli, 2017). Ha curato e tradotto numerosi volumi di saggistica e narrativa ed è autrice di una traduzione isometrica delle Fleurs du Mal di Baudelaire, pubblicata da Le Cáriti nel 2010. Nel 2013 ha pubblicato la biografia della rock band Placebo La rosa e la corda. Placebo 20 Years, edita da Sound and Vision. Dal 2007 organizza eventi in collaborazione con varie realtà bolognesi e fa parte del comitato organizzativo del festival multidisciplinare Bologna in Lettere. Fa parte di Arts Factory, un collettivo artistico che da dieci anni organizza mostre e spettacoli, produce video e cataloghi d’arte.

 

MARIA GRAZIA DESSÌ, poetessa di Dolianova (CA), ama scrivere soprattutto in lingua sarda – variante campidanese. Con la casa editrice Grafica del Parteolla ha pubblicato due raccolte di poesie : “Torra immoi” (1997 prima edizione e 2002 seconda edizione con traduzione in catalano) e a “A perda furriada” (nel 2006 con traduzione in catalano). Sue poesie figurano, inoltre, su riviste letterarie, su periodici locali e su diverse raccolte antologiche.

 

ROSARIA DI DONATO, è nata a Roma dove vive e insegna in un liceo statale. Laureata in Filosofia ha pubblicato quattro raccolte di poesia: Immagini, Ed. Le Petit Moineau, Roma 1991; Sensazioni Cosmiche, id. 1993; Frequenze d’Arcobaleno, Ed. Pomezia-Notizie, Roma 1999; Lustrante d’acqua, Genesi, Torino 2008.

Collabora a riviste di varia cultura e i suoi volumi si sono affermati sia in Italia sia all’estero. Vincitrice di diversi premi di poesia

 

MAURIZIO DI PALMA, è nato il 13 marzo 1969 a Roma dove vive e lavora. Dalla prima giovinezza coltiva la scrittura in versi e le passioni per la lettura, la musica, la pittura, il teatro e il cinema come strumenti di conoscenza e di crescita umana e spirituale. Ha pubblicato: “Architetto incantato” (Edizioni TSE, 1997), “È caduto uno spillo” (Nicola Calabria Editore, 2002), “La pazzia di marzo” (Edizioni Montedit, 2003), “A mani nude” (Edizioni Montedit, 2004), “Tra un treno e l’altro” (Edizioni Progetto Cultura, 2006), “Il peso dell’apparenza” (Edizioni Progetto Cultura, 2009), “Il piombo e la piuma” (Edizioni Progetto Cultura, 2014).

Nel 2004 ha esordito come autore di aforismi (“L’albero degli aforismi” Edizione Lietocolle).

 

RENATO FIORITO si è laureato in Economia all’Università di Napoli; è stato dirigente dell’UIC e poi della Banca d’Italia. È autore del romanzo “Tradimenti” (Edizioni Zerounoundici – Collana Selezione), presentato al Salone del Libro di Torino nel 2009 e premiato, nel 2010, con il 3° posto alla IV Edizione delPremio “Città di Recco” e con il 3° posto alla XII Edizione delPremio "Val di Vara". Autore della raccolta di poesie Legami, edita da Lepisma, e del poema La terra contesa, Puntoacapo, per Giuliano Ladolfi Editore, nel 2017 ha pubblicato Andromeda. Organizza numerosi eventi culturali; ha creato e gestisce il sito letterario “La Bella Poesia” www.labellapoesia.info ed è Presidente del Premio Internazionale di poesia Don Luigi Di Liegro.

 

AURORA FRATINI è nata nel 1961 a Roma, dove vive e lavora. Nel 2000 ha fondato l’Associazione Culturale Terzo Millennio allo scopo di conservare, valorizzare e promuovere la storia, gli usi, costumi e il vernacolo di Sambuci. Ha scritto e rappresentato con successo 7 commedie in dialetto (E quanno la Rosina se marita…, ’A pantasema ’egliu casteglio, ’A pila ’ndronata, ’A Mandragora, Renzuccio e Lùciola, Amore bulli e pupe de’ rione (in romanesco), L’Acqua Donzana) ed 11 in lingua. Premi e riconoscimenti: nel 1992: I classificata nel Premio I Giardini di Mecenate (con un racconto dedicato al poeta latino Orazio); nel 2011: I classificata nel Premio di poesia e stornelli in dialetto Vincenzo Scarpellino (sezione poesia); nel 2014: I nella sezione stornelli dello stesso premio e II nel Premio nazionale “Salva la tua lingua Locale” (sezione racconti); nel 2015: I nella sezione poesia dello stesso premio. In occasione del 150° dell’Unità e del 70° della Liberazione di Roma le sue opere teatrali hanno ricevuto l’Alto Patrocinio della Presidenza della Repubblica.

 

ROSANNA GAMBARARA è nata ad Urbino, dove si è laureata in Lettere Classiche e ha insegnato alcuni anni. Si è, poi, trasferita a Roma, dove vive e insegna. Scrive poesie in lingua e in dialetto urbinate. Nel 2016 ha pubblicato la raccolta Hysteron Proteron (Ed. Pagine, Roma). Coltiva la passione per la musica, cantando in due cori, “Jubilate Deo” e “Musica insieme”.

 

COSIMO GRECO, è nato nel 1943 a Manduria (TA) e morto nel 2016. Laureato in Lettere moderne, ha collaborato con alcune riviste letterarie, vivendo, intensamente, diverse esperienze teatrali, sia come attore sia come regista. È stato presente in varie antologie poetiche, vantando consensi critici di rilievo e numerosi riconoscimenti in ambito letterario. Ha pubblicato: Tempo giurato (1981), Sui labbri del fonte (1998), Metafonie & l’altrelune (1976-2006) con prefazione di Alberto Bevilacqua nel 2006, Stiddi (2007), La rosa e la trincera lu ’quinnici-’diciottu (2010), Orizzonti di lacca e… frauli (2012)

 

CARLA GUIDI, giornalista e scrittrice, collabora con alcune testate e riviste periodiche, ha scritto alcuni libri sulla memoria storica quali Operazione balena – Unternehmen Walfisch (sul rastrellamento nazista del 17 aprile 1944 al Quadraro), Un ragazzo chiamato Anzio sulle vicende dello sbarco alleato del 1944. Docente di disegno e storia dell’arte, ha organizzato mostre, manifestazioni e convegni. Al suo attivo alcune pubblicazioni di poesia Come le bestie (Onyx edizioni 2004) e La pace che ci meritiamo (Onyx Edizioni 2008), Fatti ad immagine d’Io (2017).

 

MARIA LANCIOTTI, nata a Roma, vive a Velletri, ma la sua terra d’origine è Subiaco: per questo ha recuperato con passione quel dialetto, conseguendo notevoli risultati: Premio “Vincenzo Scarpellino” 2016 per inediti, vincitrice; Premio “Ischitella” 2017, finalista. Alterna la Poesia alla sua professione di giornalista-pubblicista, per varie testate. Ha pubblicato: E dirti ancora, 2012; Giraceo, 2013; Se tu mi chiedessi,2013; Caligola riflesso, (libretto d’opera musicato da D. Griffiths), 2012; Storia di un cantastorie– Daniele Mutino, 2014; Il villaggio di Gennaro, 2016. Nel 2018 ha pubblicato la silloge Rione munnu, (Aperilibro n. 10, Roma, ed. Cofine).

 

MARIA LENTI, poetessa, narratrice, saggista, giornalista, è nata e vive a Urbino. Docente di lettere fino al 1994, anno in cui è stata eletta (e rieletta nel 1996 fino al 2001) alla Camera dei Deputati per Rifondazione Comunista. Studiosa di letteratura e arte: saggi, recensioni, interventi critici si trovano in volumi collettanei, in riviste e su quotidiani a cui collabora da decenni. Nel 2006 ha vinto lo “Zirè d’oro” (L’Aquila). 

Ha pubblicato: Un altro tempo (1972, poesia), Tre poesie – sette acqueforti di Ettore Pagnoni (1973, poesia-arte), Albero e foglia (1982, poesia), Utopia – incisione di K. Dennig (1993, poesia-arte), Sinopia per appunti (1997, poesia, secondo premio "Alpi Apuane 1998"), Versi allineati e alfabetici – incisione di P. Capozucca (1998, poesia-arte), Ottobre – tempera di A. Borioli (1999, poesia-arte), Bel canto – tempera di A. Borioli (1999, poesia-arte), Melopea – tempera di A. Borioli (1999, poesia-arte), Poesie – acquaforte di G. Memmo (2000, poesia-arte), Anello – incisione di M. Longhi (2001, poesia-arte), Terra – acquaforte di S. Melani (2003, con una nota di K. Migliori), Versi alfabetici (2004, poesia), Il gatto nell’armadio (2005), Sette poesie (2006), Frammenti ricomposti (2007), Amore del Cinema e della Resistenza (2009), Cambio di luci (2009), Calpestare l’oblio (2009 e 2010), Amore del Cinema e della Resistenza (2009),  Giardini d’aria (2011, narrativa). Effetto giorno. Scritti diversi (1993-2012) (2012, saggistica), Cartografie neodialettali. Poeti di Romagna e d’altri borghi (2014, saggistica), In vino levitas. Poeti latini e vino (2014, con Vitaliano Angelini), Femminile plurale. Le donne scrivono le Marche (2014, antologia), S’agli occhi credi. Le Marche dell’arte nello sguardo dei poeti (2015, antologia), Ai piedi del faro (2016, poesia), Certe piccole lune (2017, narrativa), Inquiete indolenze (2017, poesia). E’ nella redazione di Periferie.

 

RITA MATTEI è biografa, e socia fondatrice dell’Associazione Culturale “Michele Testa”, e poetessa

 

FRANCO MELISSANO, nato a Corigliano d’Otranto nel 1953. Ha pubblicato: Carasciule te stelle. Poesie in dialetto (2014); A coore pertu (2012-2013), 2013; I giorni ed i versi, 2016, Corianu e lli Turchi, 2017.

 

ROBERTO PAGAN è nato nel 1934 a Trieste, dove si è formato nella scia degli ultimi rappresentanti di quella grande stagione giuliana della cultura mitteleuropea: Saba, Giotti, Stuparich, Marin.
Scrittore, critico e poeta, la sua opera in versi è compresa in: Sillabe, Il Ventaglio, Roma, 1983; Genealogie con ritratti, Bastogi, Foggia, 1985; Il velen dell’argomento, Edizioni del Giano, Roma, 1992, Per linee interne, Interlibro, Roma, 1999; Miniature di bosco – 101 haiku, Zone Editrice, Roma, 2002; Vizio d’aria, ivi, 2003, Il sale sulla coda, ivi, 2005, Archivi dell’occhio, ivi, 2008 (vincitore premio “Minturno” 2009; finalista al premio “Feronia” 2009), Alighe, Ed. Cofine, Roma, 2011 (vincitore del premio “Città di Ischitella-Pietro Giannone” 2011); Le belle ore del Duca, ivi, 2012 (premio speciale della Giuria del “Premio nazionale di poesia Mario Arpea”, Rocca di Mezzo, AQ, 2016); Robe de no creder (Cose da non credere). Versi in dialetto triestino, ivi, 2014 (finalista al premio “Salva la tua lingua locale” 2015); Una finestra sul mondo. Antologia, Ed. Cofine, 2015). Nel 2015 ha raccolto nel volume Un mare d’inchiostro. Pagine su ‘pagine’ e altri cabotaggi la sua produzione critica degli ultimi quindici anni (Edizioni Cofine, Roma).

Dal 1969 vive tra Roma e la Maremma toscana.

 

CRISTINA POLLI, nata a Terracina, vive a Roma dove insegna in una scuola primaria e si occupa di formazione linguistica. Alcune delle sue poesie si possono leggere ne I Quaderni di Èrato IV, V, VI e VII e nel blog La presenza di Èrato con una nota critica di Marco Onofrio. È risultata finalista in vari concorsi poetici tra cui il Premio Don Luigi di Liegro del 2016.  La sua produzione è attualmente inedita. Pubblica i suoi scritti, prevalentemente poesie, sul suo blog https:////cristina-polli.blogspot.it/. Nel 2017 per Edilet ha pubblicato la silloge Tutto e ogni singola cosa.

 

LAURA RAINIERI, nata nel 1943 a Fontanelle di S. Secondo (Parma), risiede a Roma, dove ha insegnato lettere negli istituti superiori. Ha pubblicato i libri di poesia: La nostra spada, la parola,Ibiskos, 1997, primo premio Padus Amoenus; Nessuno ha potuto sposarci, Bastogi, 2001; E serbi un sasso il nome, Campanotto, 2004. Il racconto in versi La Bassa piana e le Fontanelle, La Colornese, 2012. In prosa i racconti: L’ultimo Guancho, Campanotto, 1998; Angelo pazzo e altri racconti, ExCogita, 2007; Badante sissignora, ExCogita, 2010; Un viaggio in Romania (tra realtà, fantasia e utopia), Studia, 2014 (tradotto in romeno).

Poesie e recensioni sono state pubblicate sulle riviste “Pagine”, “Capoverso”, Periferie”, “La Ballata”, “I fiori del male”, “Incroci”, e sulla rivista bilingue on-line “Orizzonti culturali italo-rumeni”. Alcune poesie sono state tradotte in sloveno, trasmesse per Radio e pubblicate nella biografia di Ciril Zlobec Lontananze vicine (ZTT-EST, Trieste, 2012). Nel 2012 ha vinto il primo premio “Padus Amoenus”, per una silloge inedita nel dialetto della Bassa parmense dal titolo “Adèss av cont” (Adesso vi racconto). Recentemente ha pubblicato la raccolta In altre stanze, poesie, Edizioni Cofine, Roma 2018

 

DEMETRIO RIGANTE, poeta di Bisceglie (BAT) ha pubblicato le raccolte di poesia: Taralle e zucchere (2004), Atturne a la frascère (2007), U vangèle nuóste (2012), Addaure de còse mare, terrePane e premedóle (2015)

 

MAURIZIO ROSSI, vive a Roma, dove è nato nel 1952. Ha esercitato come medico specialista. Ama scrivere in lingua e in dialetto romanesco. E’ iscritto all’Associazione Culturale "In tempo"; è socio de "La Primula", Associazione tra volontari e famiglie di disabili, nella quale partecipa al laboratorio teatrale integrato e agli spettacoli messi in scena. E’ tra i promotori dell’Associazione “Casa delle Poesie Centocelle”, collabora, con scritti e recensioni sul sito “Poeti del Parco”; è nella redazione della Rivista “Periferie”.

Ha pubblicato: Dal pozzo al cielo, Lulu.com, 2008, Tempo di tulipano, Lulu.com, 2009, Sono aratro le parole, LietoColle, 2011, Che resta da fare, LietoColle, 2014 Cercanno leggerezza,  poesie romanesche, Youcantprint 2015.

 

STEFANO ROVINETTI BRAZZI, insegna latino e greco al liceo Galvani di Bologna, e anima un corso di dialetto bolognese per i suoi studenti. Autore del libro di poesie Venerazione per un verso d’anatra, scritto nel suo dialetto di San Gabriele di Baricella, nello stesso dialetto ha tradotto Saffo. Ha pubblicato due traduzioni dalle Scritture in dialetto bolognese: Le traduzioni non sono state condotte su una precedente versione italiana, ma direttamente sui testi antichi. I Vangêli dal Nadèl, Bologna, 2013, e Cantico dei Cantici (Canta däl Canti), traduzione dal greco in dialetto bolognese nel 2015.

 

ANTONIO SACCÀ, è un personaggio assai noto alle cronache letterarie. Romanziere, saggista e poeta, già docente di sociologia delle forme espressive presso l’Università di Roma “La Sapienza”, ha pubblicato diversi libri di successo, tra i quali: Storia della sociologia (Newton&Compton, 1995), Il padre di Dio (Bietti Media, 2009), Il racconto del pensiero (Saggistica – Edizioni Artescrittura, 2017)

 

ROSA SALVIA, nata a Picerno (Pz) negli anni cinquanta, vive a Roma. Insegnante di Storia e Filosofia nei licei, vanta numerose pubblicazioni, per le quali sovente ha ricevuto consensi e premi. Ha pubblicato: con Aletti Editore le raccolte poetiche Intermittenze nel 2003 e nel 2005 Luce e polvere Luce e polvere. E successivamente:  Le parole del mare (2007) Lietocolle; Mi sta a cuore la trasparenza dell’aria, La vita felice, (2012); Il dolore dei sassi (2015) Puntoacapo; il saggio Frammenti di un discorso poetico, (2015); Il giardino dell’attesa, (Samuele editore 2017).

 

PATRIZIA SARDISCO è nata a Monreale, dove vive. Laureata in Psicologia, specializzata in Didattica Speciale, lavora in un Liceo di Palermo. Scrive in lingua italiana e in dialetto siciliano. Sue liriche e alcuni racconti brevi compaiono in antologie, riviste e blog letterari. Nel 2016 è stata pubblicata la sua raccolta poetica Crivu primo premio al “Città di Marineo”.

 

LILIA SLOMP FERRARI è nata e vive a Trento. E’ vicepresidente del “Cenacolo trentino di Cultura dialettale”, diretto da E. Fox. Ha conseguito numerosi premi per la sua poesia dialettale e in lingua. Ha pubblicato: “En zerca de aquiloni” (1987), Schiramèle (1990), Nonostante tutto (1991), Controcanto (1993), Amor porèt (1995), Leggenda (1998), Striarìa (2002), All’ombra delle nove lune (2005), Come goccia di vetrata (2008). E’presente anche sull’antologia “Dialect Poetry of Nothern and Central Italy”, Legas. Ed, N. Y. 2001.

 

GIAN PIERO STEFANONI, laureato in Lettere moderne, ha esordito nel 1999 con la raccolta In suo corpo vivo (Arlem edizioni, Roma). Nel 2008 ha pubblicato Geografia del mattino e altre poesie (Gazebo) a cui son seguiti nel 2011 Roma delle distanze (Joker, Novi Ligure) e gli ebooks La stortura della ragione (Clepsydra, Milano) e Quaderno di Grecia (Larecherche.it). Nel 2014 è uscito Da questo mare.

 

PIETRO STRAGAPEDE, ruvese, maestro per 40 anni presso la scuola primaria "G. Bovio" di Ruvo, ora in pensione, referente presso la stessa scuola per il dialetto, ha composto numerose drammatizzazioni in vernacolo per bambini. Ha composto, un libro di filastrocche "Felastruocche tra vinde e saule". Ha scritto le raccolte di poesie in dialetto: Pone e alèivePone e pemedorePone e cepuoddePone assutteLa collane de fofe de cuzzue.

 

GAUDENZIO VANNOZZI nato a Roma nel 1958, ha studiato Biologia presso Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Ha vissuto a Genzano di Roma ed ora in Francia. È autore degli e-book in dialetto romanesco L’Ape de Trilussa sentimenti e cronaca del 2014, finalista al concorso G. G. Belli del 2014, di Er Nano cór Lupetto e ’r Sartimbanco e di Te vojo ariccontà.