Hanno aderito trentanove poeti alla Maratona poetica di mercoledì 21 marzo 2018, dalle ore 17,00 a Colli Aniene Roma, in viale Ettore Franceschini 75 – Gazebo Casa del Gelato, in occasione dellaGiornata mondiale della poesia.
Alla Maratona poetica sono stati presenti 13 poeti mentre i testi degli altri poeti che hanno partecipato con loro poesie da ogni parte d’Italia sono stati declamati da attori del gruppo teatrale “I Ludici”, con intermezzi musicali. La maratona è stata videoripresa e poi pubblicata su youtube.
Ha condotto la maratona Vincenzo Luciani.
Ed ecco i poeti protagonisti dell’iniziativa: Lucianna Argentino, Simonetta Bumbi, Maria Grazia Cabras, Francesco Cagnetta, Maurizio Casagrande, Bruno Cimino, Manuel Cohen, Oreste Confalone, Davide Cortese, Lia Cucconi, Anna Maria Curci, Cosimo d’Amone, Mario D’Arcangelo, Francesca Del Moro, Maria Grazia Dessì, Rosaria Di Donato, Maurizio Di Palma, Renato Fiorito, Aurora Fratini, Rosanna Gambarara, Cosimo Greco, Carla Guidi, Maria Lanciotti, Maria Lenti, Rita Mattei, Franco Melissano, Roberto Pagan, Cristina Polli, Laura Rainieri, Demetrio Rigante, Maurizio Rossi, Stefano Rovinetti Brazzi, Antonio Saccà, Rosa Salvia, Patrizia Sardisco, Lilia Slomp Ferrari, Gian Piero Stefanoni, Pietro Stragapede, Gaudenzio Vannozzi.
Pubblichiamo qui di seguito alcuni testi dei poeti che hanno aderito alla Maratona poetica
LUCIANNA ARGENTINO
A sedici anni sognava l’Africa o Calcutta. Voleva mettere le mani nel dolore, dividere il raccolto dalla gramigna – qui sulla terra dove il di più viene dal maligno. Da tempo, oggi, nelle mani ha la poesia e con le parole separa il bene dal male, esplora l’ordine matematico dello spirito, ma a volte bene e male le si confondono negli occhi, tra le mani e le mani fanno a meno degli occhi così come fa la poesia.
Un tempo s’affidava alla conoscenza che degli arrivi hanno i treni più che alla sapienza che delle partenze hanno gli uccelli migratori, ma ora è a questi – marinai dell’aria – che chiede la rotta, il segreto della loro misteriosa capacità di orientarsi sulle mappe invisibili che tracciano gli esseri umani nel campo magnetico terrestre. E si chiede se poi qualcuno vorrà sapere quali alibi contengano le sue mani per le opere non compiute, per le omissioni, ma pure quanto abili siano state nel tracciare sulla pagina l’odore e il sapore della vita quando con le parole scava una verità limitata dentro l’illimitato enigma del mondo.
Sta dalla parte di quelli che usano le parole per cercarsi nel buio che rosicchia la luce e ai quali accade, a volte, un di più di vita o una sottrazione perché essi vivono nello squilibrio – scomposti senza baricentro – obliqui equilibristi dell’invisibile. Senza consenso.
Li abbracciano. I sommozzatori abbracciano i corpi degli annegati per riportarli in superficie e lei abbraccia le parole vive nel fondo marino del suo corpo contro il loro corpo gonfio di silenzio. Le porta a galla perché sulla pagina cantino al mondo la lucentezza delle tenebre e come è giusto il nostro essere temporali e come è perfetta l’equazione di vita e di morte per noi numeri complessi nel moto relativo dell’esistenza.
SIMONETTA BUMBI
il volto al sole
portare l’alba tra i capelli
immersi in brocche d’ideali e spogli e lievi
i corsi dei pensieri s’ammalian di ruscelli
ché roccia vive e schiva e non raccoglie
il peso dei torrenti.
e in quell’incontro col destino
pasce e miete i giorni
come se il sole fosse vino.
MARIA GRAZIA CABRAS
*
Quale strato o naufragio
ci spinge a uscire dalla nostra
lingua di terra pelle delle parole
ci avvolge la perdita pura, il seme
vastità senza ritorno
non più abitabile il giorno
il suo firmamento insonne e
l’inganno del corso incerto dei rami
impossibilità del varco
lo svanire della notte
la sua balbuzie sparsa
nella sovranità circolare
*
Ombra d’occhi
la coda dell’essere a scavare
il volo dell’abito nero sulle scale
la lingua a decifrare
l’infanzia nella strada
il niente che va piano
il tutto che ribatte
muove acqua la parola
(direzione che percuote)
da “ Bestiario dell’istante: poesias in duas limbas “ – Edizioni Cofine, 2017
FRANCESCO CAGNETTA
1.
Quanta terra c’è sotto
questo sottile strato di terra
per terra, sotto i miei piedi
quante foglie sotto le soglie.
E quanto azzurro, quanto sale
dentro l’acqua del mare
sotto goccia che goccia, quanto mare.
E quanto, tanto cielo
oltre il confine del cielo
quanto spazio aperto che diventa cielo.
E quanto rosso nel rosso del sangue
quante celle che si tingono
per aggiungere colore al dolore.
E quanta pelle, sotto la scorza della pelle
quanta pelle, quanti strati ci vogliono
per formare un tessuto, un pensiero compiuto.
4.
Costruiamo grattacieli
per tenerci disabitati
agglomerati urbani, piani
per attenuare moltitudini solitudini
che giocano con lo stesso mattone.
Abbiamo porte frontali
muri maestrali a prova di contatto
anditi e facciate da dividere.
Prima di entrare nella grotta
ci puliamo le scarpe.
MAURIZIO CASAGRANDE
Sincoantani
A ghe voe du schej de corajo pa’ vardarse
indrioschina ’a matina ca te fe sincoantani
e mi no ghi n’ò pì de tanto e gnà no go oja
de star coà rajonare so coeo ca xe ndà
o soe brose ca me ghevo
scapà
——-pa’ ’ia ca so sta on bel cojòn pa’ tuti
sti ani. Ma tanto xe istesso ca xa peto incoste
de nantra stajòn dadrio del cantòn
riva el beo ca no gheo
gnancora catà o ca no gheo bù core
de rancurare ’esso i poe ’nare anca fasseo
butare i pretoni coe so toneghe nere
tute chee sere ca i me ghea spasemà
coe so bae e col pecato mortae
–
ca l’è coesto el dì ca so nato e me sinto
on tosato cal s’à scatijà dae caene
col sangoe ca ghe supia so ’e vene
pa’ ’ia ca no ’l ga
gnoncora disnà
Cinquant’anni
Ci vuole un briciolo di coraggio a guardarsi
alle spalle il giorno in cui fai cinquant’anni
e io non ne dispongo più di tanto e non mi va neppure a genio
l’idea di macerarmi nel ricordo
del tempo trascorso o delle cicatrici non del tutto
rimarginate
————-dallo sciocco che sono stato
fino ad oggi. Ma non me ne curo perché è già
alle porte una nuova stagione
mi incalza quella primavera che mai
mi aveva sorriso o alla quale non avevo avuto cuore
di spalancare le imposte ora possono anche andare
al diavolo gli avvoltoi in abito talare
tutte le notti trascorse a vegliare
a tormentarmi con mille complessi
–
perché è oggi il giorno in cui sono nato e mi sento
un ragazzino che s’è sciolto dai vincoli
col sangue che gli ribolle nelle vene
dal momento che
non ha ancora pranzato
BRUNO CIMINO,
𝐅𝐚𝐭𝐞𝐦𝐢 𝐬𝐚𝐩𝐞𝐫𝐞
𝑭𝒂𝒕𝒆𝒎𝒊 𝒔𝒂𝒑𝒆𝒓𝒆
𝒔𝒆 𝒊𝒏 𝒒𝒖𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒑𝒊𝒄𝒄𝒐𝒍𝒂 𝑽𝒊𝒂 𝒅𝒆𝒊 𝑳𝒂𝒕𝒊𝒏𝒊
𝒏𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒍𝒐𝒏𝒕𝒂𝒏𝒂 𝑻𝒓𝒐𝒑𝒆𝒂
𝒒𝒖𝒂𝒍𝒄𝒖𝒏𝒐 𝒉𝒂 𝒊𝒏𝒕𝒓𝒂𝒗𝒊𝒔𝒕𝒐
𝒅𝒊𝒆𝒕𝒓𝒐 𝒊 𝒗𝒆𝒕𝒓𝒊 𝒅𝒊 𝒖𝒏𝒂 𝒇𝒊��𝒆𝒔𝒕𝒓𝒂,
𝒐 𝒂𝒇𝒇𝒂𝒄𝒄𝒊𝒂𝒕𝒂,
𝒇𝒊𝒈𝒖𝒓𝒂 𝒅𝒊 𝒎𝒂𝒅𝒓𝒆
𝒄𝒐𝒍 𝒑𝒆𝒓𝒆𝒏𝒏𝒆 𝒔𝒐𝒓𝒓𝒊𝒔𝒐
𝒄𝒉𝒆 𝒔𝒂𝒍𝒖𝒕𝒂
𝒂𝒔𝒄𝒐𝒍𝒕𝒂
𝒑𝒂𝒓𝒍𝒂.
𝑬’ 𝒇𝒐𝒓𝒔𝒆 𝒍𝒂 𝒏𝒆𝒃𝒃𝒊𝒂 𝒅𝒆𝒍 𝒅𝒐𝒍𝒐𝒓𝒆
c𝒉𝒆 𝒏𝒐𝒏 𝒅𝒊𝒓𝒂𝒅𝒂 𝒊𝒍 𝒓𝒊𝒄𝒐𝒓𝒅𝒐?
𝑶 𝒔𝒐𝒏𝒐 𝒍𝒆 𝒊𝒎𝒎𝒂𝒈𝒊𝒏𝒊 𝒅𝒆𝒍 𝒕𝒆𝒎𝒑𝒐
𝒂 𝒓𝒊𝒇𝒍𝒆𝒕𝒕𝒆𝒓𝒆 𝒅𝒐𝒍𝒐𝒓𝒆
𝒎𝒆𝒏𝒕𝒓𝒆 𝒍‘𝒐𝒓𝒇𝒂𝒏𝒂 𝒗𝒊𝒕𝒂
𝒄𝒐𝒏𝒕𝒊𝒏𝒖𝒂 𝒄𝒐𝒎𝒑𝒍𝒆𝒂𝒏𝒏𝒊 𝒊𝒏𝒖𝒕𝒊𝒍𝒊.
𝑭𝒂𝒕𝒆𝒎𝒊 𝒔𝒂𝒑𝒆𝒓𝒆.
(inedita)
Esiliati in tempo di pace
Vorrei testimoniare
Che fu il desiderio di girare il mondo
a condurli lontano
e che l’eco di un richiamo irresistibile,
come quello dei grandi navigatori,
esploratori e vagabondi,
li attirò in una fantastica avventura.
Invece fu un brindisi di lacrime
a salutare
tra bisacce e fagotti
maree di viaggiatori meditabondi
accompagnati dalla benedizione democristiana.
Un giorno il ricordo dei non più sofferenti,
ma ammalati di abitudine,
ripercorrerà le strade e gli oceani,
i monti, le valli e le pianure
che li condussero verso l’ignoto,
si addentrerà verso le vie del paese
violando le porte delle case
e sostando laddove fu bambino e poi grande,
cercherà, osserverà, chiederà,
ma né il prete né il sindaco si rammentano più,
l’amico del cuore si è arruolato in un ufficio di partito
ed il primo vero amore è madre di sette figli.
Quel giorno i ricordi prenderanno forma
e gli emigranti capiranno che in verità sono stati esiliati
seppur in tempo di pace.
Da Ragioni e intuizioni, Ed. M.L.P. – Roma, 1990)
MANUEL COHEN
-oltre la parete la soglia il muro
nei silenzi infetti un suono puro-
vengono voci
in bollicine d’aria
rinvengono
dagli abissi
del Baltico
imprecazioni di soldati
foglietti scritti
biglietti ai cari
addii
imprigionati in sottomarini russi
incagliati sul fondo
assiderati
invocazioni suoni di corpi
avvoltolati nei ghiacciai
alpini andini himalayani
cacciatori mistici imbonitori
viaggiatori santi predicatori
esploratori eresiarchi pensatori
acciambellati in sconce stive
stipati
insaccati in suoli carsici
crivellati
vittime le vittime
agite agitate agapate ora e sempre
carnefici i caini le carneficine
i caligola i neroni le agrippine
nelle foibe titine nelle fosse di Milòsevic
di Arkan di Mladić
alle Ardeatine
le voci
dissepolte alle torbiere del Donegal
catene di affogati al largo del Senegal
golette
gondole
galeoni
galere
incagliate alle barriere coralline
voci indistinte
adamantine
ORESTE CONFALONE
Sto quartiere de Colli Aniene
P’esse che stamo in periferia
c’avemo tanto verde a Colli Aniene,
ar parco dell’Acea ar Baden Powell
te poi fa na bella camminata,
a Pasquetta e quanno è tempo bono
c’è chi c’è passa pure la giornata.
Qua mentre cammini t’accompagna
pe sottofondo un trillo , un cinguettio;
tu senti che pace e che armonia,
come nun bastasse tutto questo
sta proprio vicino a casa mia.
Hai da sape’ da un po de tempo a Roma
c’è so tanti fringuelli e pappagalli
e proprio stamattina na signora
s’è fermata a rimira’ due nidi
ando’ c’è stavano li cuccioletti
e mamma rondine che ogni tanto
va giu’ e su a cerca’ un po de insetti.
Solo a ripensa’ com’avra’ fatto
a mette su quer nido così bene
me so fermato la’ a rimirallo
cercando de capi’ come se tiene.
No pe gnente più de quarche d’uno
proprio dalla natura ha imparato
a far quarcosa de bono pe l’omo
e senza fa disastri ha sgamato
che c’è po vive, c’è campa
e mo’ cia’ un tesoro.
Primavera
Sento nell’aria un profumo
odore della primavera
e tutto risveglia pian piano
e il mondo non è più com’era.
C’è un mandorlo appena sbocciato
s’allieta e sorride il mio cuore
e resto a vedere incantato
i tanti boccioli in fiore.
E sento una piccola voce
soavemente sussurra,
il bene è più forte del male;
per un tempo pare che muoia
poi non sai come riappare.
DAVIDE CORTESE
Adesso ho il passo stanco di chi al crepuscolo
tornava lento dalle cave di pietra pomice
cedendo alla sera lo stupefatto candore
della bianca montagna ferita.
Capelli impolverati hanno i pensieri.
E dolorante di colpa è la vertebra
di chi ha portato addosso la luna.
LIA CUCCONI
Arcord
II
Anch per l’ôlem al tèimp l’è chêš ‘d vitta,
l’è ste l’insogni per ‘na fola antiga,
elber ‘d la curòuna averta sù i fos…
Ma per me nôn l’era sustegn al vidi,
quand l’ultem l’è mort, al ghiva i oc mói,
più volti al gà pasê la man, cun i so crèss,
lungh i brôch vec, cme un ciamer mut d’un fiôl…
Al dulôr dla Tera cl’andeva in pôlvra
inansi a cal vec trôš mort, l’era amôr
cal piuleva seinsa vôš, me ragasola
a i ò capî d’esêr cme ‘na fôia
ca srèv fiurida lungh al me corp,
pò cme l’ôlem avrev pasê cla porta.
Ricordo II Anche per l’olmo il tempo è caso della vita,/ è stato il sogno per una favola antica,/ albero della corona aperta sui fossi…/ Ma per mio nonno era il sostegno delle viti,/ quando l’ultimo è morto, lui aveva gli occhi bagnati,/ più volte gli ha passato la mano callosa, lungo i rami vecchi, come un chiamare silenzioso di figlio…// Il dolore della Terra che andava in polvere/ davanti al vecchio tronco morto, era amore/ che piangeva senza voce, io ragazzina/ ho capito d’essere come una foglia/ che sarei cresciuta lungo il mio corpo,/ poi come l’olmo avrei passato quella porta.
Arcord VI
A l’òm cateda a i pê dal pom, i oc avèrt,
la man sul côr ‘d preda fredda, su l’erba
apèina taieda e môia ‘d brèina, me nona
ditta Putèina, cl’an savîva ‘d letra.
L’era cascheda cme un girasôl dôls
sul prê, deinter al sôl apeina alvê,
cun n’ureccia pugeda su l’ôra dla sôrt,
forsi l’asculteva l’insogni ‘d l’erba
quand sôtta al falcèt la-s-caschèva adôs.
Me nona, surela ‘d l’erba dal prê,
la m’à lasê dal nuvli al so savêr
cme ‘d tut i fior e i fil ‘d sôl scrit dèinter
i so oc, truvê lunga al teim dla so sòrt.
Ricordo VI L’abbiamo trovata a i piedi del melo a occhi aperti,/ la mano sul cuore di pietra fredda, sopra l’erba/ appena tagliata e bagnata di brina, mia nonna/ detta Bambina, era analfabeta./ Era caduta come un dolce girasole/ sul prato, dentro al sole appena alzato,/ con un orecchio appoggiato sull’ombra della sua sorte, forse ascoltava il sogno dell’erba/ quando sotto al falcetto si cadeva adosso./ Mia nonna, sorella del prato, mi ha lasciato delle nuvole il suo sapere/ come quello di tutti i fiori e i fili di sole scritti dentro/ i suoi occhi, raccolti nel tempo della sua sorte.
ANNA MARIA CURCI
Traducendo Rose Ausländer
Una chiusa che sbarra
e i cordiali saluti
lanciati come sfida
all’offerta di aiuto
Keine Delikatessen
si diceva in poesia
E se il ghiaccio ci morde
tu Rose io straniera
ricerco la tua strada
tendo l’orecchio al canto
Così va azzurro l’oggi
Così va azzurro l’oggi
non cerco altre parole.
Si affacciano discrete
se offrono riparo.
Sui sentieri interrotti
non portano salvezza
rabberciare non sanno.
Duetta l’ombra con luce.
Inediti 2018
COSIMO D’AMONE
Le voci della luna
I
Hai svegliato
il silenzio
che consuma il meriggio e la strada
e il belare delle greggi
che allatta l’ombra della quercia;
il silenzio
di una voce che è voce
solo quando tace,
solo quando l’aria si bruma,
si distende e pesa sulle siepi
e poi germoglia dentro l’erbe
sotto il respiro del volo di un cigno;
il silenzio
perduto del bosco senza luce
sotto i passi e i rumori marciti
dei rami e i salti delle rane;
il silenzio
che tracima i fiumi ed i torrenti
delle foglie e le radici spoglie
e la lingua muta dei ragni in gara
appesi nel tessere reti
di acidi sudori,
e il vento gonfio di quiete.
Sulle tue vesti di cenere
sono rimasti vivi,
e non vogliono emigrare altri lidi
e non vogliono salire altre scale,
i racconti
che ho raccolto col lapis nero
sulla piazza affollata di tabarri
lunghi e affumicati
e di sigari accesi di fatica,
sopra i bastoni alzati dei mezzadri
e di fattori all’erta,
sul marmo consumato delle nicchie
del Santo protettore dei racemi;
i racconti
che danzano la sete del sole
e dei fuochi e delle semenze,
che fuggono il gelo ed i richiami
stanchi dei tuoni che battono le ore
e le nubi che a grumi giacciono
sopra un tramonto acceso di vermiglio.
Francavilla Fontana, lì 26/12/2014, festività di Santo Stefano, martire
(Da: “Le lacrime del glicine” in corso di pubblicazione)
MARIO D’ARCANGELO
poesie inedite
Ma nen m’addummannà
Sò remenute all’are de lu ddòsele
o ma’, a le chiappine.
‘Nce sò truvate chiù
lu ventelare secche a sderrenà
le cime, ma na calme nu cunsole
na pace, ca dicèsse…mò aremane
a ècche, addò se pò sentì lu cresce
de le ràdeche sotterre, memorie
ch’allume le sentíre e le mestíre
de luce e… chiarescure.
Ma nen m’addummannà de coma-và
stu sècule da quande sì partite,
stu labberinte senza chiaretà
stu senze cumplecate de la vite.
Ca lu store, segnore de le nùvele,
stràzie e accide ancore surgetille
cellucce e lemanelle
e lu patrone de la passatelle
n’à perdute lu vìzie e lu piacére
de fa’ olme lu sotte.
MA NON CHIEDERMI – Sono tornato sull’aia dell’ascolto/ o mamma, ai cipressi. Non ci ho trovato più/ la bufera secca che sfianca/ le cime, ma una calma un conforto/ una pace, tanto che direi… ora rimango/ qui, dove si può avvertire il crescere/ delle radici sotterra, memoria/ che illumina i sentieri e i misteri/ di luci e… chiaroscuri./ Ma non chiedermi di come va/ questo secolo da quando sei partita,/questo labirinto senza chiarezza,/ questo senso complicato della vita. /Ché l’astore, signore delle nuvole, / strazia e uccide ancora topolini/ uccelletti e bestiole/e il padrone della passatella/ non ha perduto il vizio e il piacere/ di mandare a secco il sotto.
FRANCESCA DEL MORO
Uno imbiancò di botto
gli altri vociarono
il loro coro di ideali.
Lui pregava
tra i cinque morti prima
e gli altri morti dopo.
Da ambo le parti c’era
una tremenda ragionevolezza.
Oggi per spegnere la lotta
basta rimuovere la parola
e mantenere la cosa,
distruggere la parola,
esacerbare la cosa.
Gli assassini sullo sfondo
dei loro interni borghesi
sono ormai vecchi calmi
che si raccontano.
Gli artigli del potere
stanno piantati al loro posto.
*****
Il cammino è leggero
sulle strade consuete,
sembrano meno stanchi
i visi nel mattino, si fa dolce
il ricordo dell’abbraccio
perduto, la musica
ritorna, luce di primavera.
MARIA GRAZIA DESSÌ
Poesia in sardo campidanese
Torra immoi
Torra immoi
ca is pilus funt ancora
nieddus che-i sa notti
is dentis biancus
che mindula frisca
sa boxi alligra
che arriu de monti
Torra immoi
is frenus de su tempus
seu tirend’a fotti
e mi sanguinant is manus
Torra immoi
m’as’agatai trasparenti
baddend’a luxi ‘e luna
Traduzione in italiano
Ritorna adesso
Ritorna adesso
che i capelli sono ancora
neri come la notte
i denti bianchi
come le mandorle fresche
la voce allegra
come un ruscello di montagna
Ritorna adesso
le briglie del tempo
sto tirando forte
e mi sanguinano le mani
Ritorna adesso
mi troverai trasparente
ballando al chiaro di luna
ROSARIA DI DONATO
forse le parole
forse le parole potranno
donare un senso ai giorni
ravvivare l’imbrunire
forse le parole potranno
scandire il tempo dei ricordi
circondare il presente di attenzioni
forse le parole potranno
sciogliere il nodo che attanaglia
che soffoca in gola le questioni
forse le parole potranno
circoscrivere il diluvio
arginare la deriva dell’io
forse le parole potranno
vincere il timore
scardinare la resa
forse le parole potranno
accendere il giorno
adescare la vita
*
inquieto sentire
costa fatica la poesia
fatica d’essere
fatica d’esistere ogni giorno
rannicchiati alla vita
sospinti dall’inquieto sentire
illuminati da una luce
che altri non vedono
eppure c’è
si mostra
si manifesta
questo filo di parole
questo tessuto di volti
questo tappeto di cose
*
MAURIZIO DI PALMA
S’impara ad amare
la provvisorietà
fino a sedere
sulle panchine alle fermate
della metropolitana
per attese che tradiscono
il desiderio umano
dell’eternità.
Occorre
non lasciarsi ingannare
dal primo rumore
del mattino
il rumore sarà
un segno di vita
ma la vita è svegliarsi
svegliarsi per lavorare
lavorare affinché
il rumore possa maturare
maturare per tramutarsi
in musica.
RENATO FIORITO
Andromeda, col suo corteo nuziale
cosparge di stelle l’universo.
Se non vedessimo il suo impasto di luce
diremmo che non esiste.
Invece è lì in fondo al cielo
a ricordarci da spazi siderali
la sua bellezza.
Tra miliardi di stelle, altri mondi
sono aggrappati alla volta,
quinte di teatro per la nostra commedia,
realtà irraggiungibili alle nostre domande
a cui manca sempre l’ultima risposta
che ci inchiodi alla terra
o ci renda immortali.
Scendevano dal cielo cascate di buio
e si poggiavano sulla cima dei lampioni
spandendosi per le strade deserte.
Lei portava negli occhi grappoli di stelle
mentre lasciava che le mani di lui
si posassero sulla pelle.
Lontano da qualche parte
sonnecchiava un ricordo.
La vita nella sua corsa senza tregua
era fluita per altre vie.
Non la sentiva più il cuore
che si era fermato ad ascoltare
il rumore leggero delle stelle.
Da Andromeda, Ladolfi Editore 2017
AURORA FRATINI
I vécchi
I vécchi so’ comme ’e cerque.
Stannu.
Sembre loco.
Colle radeca ’mbiandate
agliu sprifunnu
’nzinu agliu core ’ella tera.
Sulu issi sannu vello che è statu.
Sulu issi ce ponno di’
vello ca da vini’.
Pecché i vécchi
avardinu lundano
cogli’ucchi ’e mill’anni
e so’ ’rotte
e so’ macere
e so’ buci niri ’ella notte.
Quannu puro ’nzo’ piune
so’ fronne stecate all’aria
e candinu ’na canzona ’ndiga.
Collo casca’ pettèra,
areportinu ’a morte
a renova’ ssa vida.
A Vida.
Vella abbuscata
’nvonn’e scocciapile.
’rotte: grotte; stecate: sgranate; abbuscata: nascosta; ’nvonn’e scocciapile: in fondo al ciclamino selvatico.
(in dialetto di Sambuci (Roma)
Matre
’O batte batte batte
ella sedòla
’ngantu ’ndicu
comme de rosignolu,
addore ’e guazza
cologna ’e pampora
vocca de papambora
ucchi de celo
capigli pe ruzza’
na bella pezza.
E i’ sonno pe’ sonna’.
I grembu teo ’e zinne
’e mele latte e rose.
All’andrasatta tu
c’annezzechi a criatura
’ndramente t’addimanni
comm’a fattu
si propo tu si stata
a fa ssa cosa vera
che te fa ride ’nzemmora
e fa piagne.
E batte batte batte la sedòla,
mo’ che si’ femmona fatta
che si’ Matre si’ Ddio.
E batte batte batte la sedòla.
Ssa cemece
c’angora nte gognosce
’nge sende
de vulesse appenneca’.
cologna ’e pampora: profumo di pampini; vocca de papambora: bocca di papavero; all’andrasatta: all’improvviso; c’annezzechi: che culli; ’ndramente: mentre; ’nzemmora: nel contempo.
ROSANNA GAMBARARA
Dentro le brume
di un riaprirsi
lento
della luce
dormono ancora le parole
avvolte sugli oggetti
penetrate nel cuore dei concetti.
Aspettano il vento
che le sollevi
e ne faccia coriandoli
foglie
lucciole
piume.
(1-2-2018)
El flaut de Pan
El fitt de vitt ciacat sotta la tela
di banc del mercatin, i fiat i odor.
Come furmicc sopra ‘na buccia d’mela
i ho contemplat inert. E sensa amor.
Calcò de sporc d’impur tun cla miscela
c’era e de disuman tun chel furor.
Com da ‘na prospettiva paralel
guardav. Com da’n pertug del mi sopor.
Ma al’improvis l’ho vist. Tel fond del sguard
tremava ‘n grid disprat l’ombra d’n ingann,
n’imperativ de vitta ciec testard
ma sensa ribelion. Tneva tla man
‘na treccia d’ai……Un indio peruvian
distant, tutt sol sonava el flaut de Pan .
IL FLAUTO DI PAN – Il fitto di vite schiacciate / sotto la tela dei banchi del mercatino / i fiati gli odori. / Come formiche sopra una buccia di mela / li ho contemplati inerte. / E senza amore. / Qualcosa di sporco di impuro c’era in quella miscela / e di disumano / in quel furore. / Come da una prospettiva parallela guardavo. / Come da un pertugio del mio sopore. // Ma all’improvviso l’ho visto. / Nel fondo dello sguardo / tremava un grido disperato / l’ombra di un inganno / un imperativo di vita cieco testardo / ma senza ribellione. / Teneva nelle mani una treccia d’aglio…. // Un indio peruviano distante / tutto solo / suonava il flauto di Pan.
COSIMO GRECO
Uci
Uci ti casa mia
cantu ti naca
tessi la ecchia mia allu tularu
canta lu jadduzzu trapularu
e spràjini ti soli
ti štinnecchia
la curnacchia scuncignata
faci l’amori cu lla preula
e si faci bbella
sobbra la citratella
scotula
rèfuli t’ardori
uci ti casa mia
ffitati allu ecchiu ttaccatu
allu cumannu e alla fatia
gnorsì assignuria
oci ti lu icinu
ca cerca cu crianza
pi bbisuegnu
uci senza ritegnu
ca jaštemunu all’annata
pi lla ntrata
cantu ti štrata
cantu ti serenata
sottajentu
cantu ti lu Cumentu
ca sona a matutinu
e scazzica lu illanu
oci a tuttucori
canta lu bbannitori
la oci ti lu conzalimmi
enchj l’aria ti crašti
e quattru cagnulaštri
si mentunu a sciuècu
la ecchja
ttaccata alla pignata
štrolica cu llu fuecu
uci ti sapunaru
ti siggiaru
ti craunaru
ti umbrillaru
ti lattaru
ti furnaru
ti infilaforbici
uci uci uci
tuci tuci tuci
uci ti jeri
uci ti lu tueri
quannu lu trainieri
faci l’urtumu jaggiu
štisu
comu nnu bbaccalà
ŝtatti bbuenu cumpà
chianti/critassi a cantalena
la mujeri si tanna
sona la bbanna
e fiuri quantu nni oli
………………………………….
ntra llu sciardinu
sobbra lla ficalinna
si štrazza lu soli
Voci
Voci di casa mia
canto di culla
tesse la vecchia mia al telaio
canta il galletto intrigante
e pannolini di sole
ti stende
la cornacchia scriteriata
fa l’amore con la pergola
e si fa bella
sulla verbena
scuote
aliti di odore
Voci di casa mia
affidate al vecchio legato
al comando e alla fatica
signorsì vossignoria
Voce del vicino
che chiede con creanza
per bisogno
Voci senza ritegno
che bestemmiano all’annata
per il raccolto
canto di strada
canto di serenata
sottovento
canto del Convento
che suona il mattutino
e rimuove il villano
voce a tuttocuore
canta il banditore
la voce del conciabrocche
riempie l’aria di vasi di fiori
e quattro ragazzacci
si mettono a gioco
la vecchia legata alla pignatta
impazzisce col fuoco
voce di saponaio
di seggiolaio
di carbonaio
di ombrellaio
di lattaio
di fornaio
di arrotino
voci voci voci
dolci dolci dolci
voci di ieri
voci del dovere
quando il carrettiere
fa l’ultimo viaggio
steso
come un baccalà
statti bene compa’
pianti/chiasso a cantilena
la moglie si danna
suona la banda
e fiori quanti ne vuole
…………………………………
nel giardino
sul ficodindia
si straccia il sole
(poesie inviate dalla figlia Vania Greco)
CARLA GUIDI
Fuoco amico
Un fuoco è domestico se nella sua cella arde
vecchi legni e carte sottratte al macero,
se divora rapido ogni oggetto obsoleto …
Rimettendosi alle sue fauci, avido si avventa
sulle cose che si trasformano
sotto le zanne arroventate,
disinnescate diventando fragili come vetro
e decadono con qualche crepitio,
qualche scoppio di calore che scaldi mani e cuore
e risvegli malinconie sopite di vite antiche e fiere
di rancori ingoiati da degradare
con finta bontà e facile bere…
Fuoco acceso per rituale, ma sempre selvatico
guardato con rispetto nelle sere d’estate,
che sfugge di mano per vendetta brutale
e corre ad impestare le strade periferiche
abbandonate alla guerra tra rivali,
in triviali percorsi
tra cause popolari e lotte di quartiere,
o in più vaste cerimonie di degradazione
lungo vie secondarie in prostituzione,
o per necessità antica in lande deserte
nel freddo, in una baracca
mentre il corpo si scalda sotto la coperta
e dimentica la notte di Tramontana …
Oppure catturato sotto vetro, esibito
in uno spazio apposito, nostalgico
quasi televisivo …
In uno schermo incandescente
quando si affaccia alla vetrina
sembra una belva dentro la gabbia
che emana energia nella sua dissoluta
rabbia, agitandosi come una serpe,
catturato e reso quasi innocuo
da padroni esigenti, ma per poco,
scalda allora le gote e rallegra i commensali
che brindano alla fatica impiegato per catturarlo
in tempi remoti, feroci di fulmini letali.
Fiamma già simbolo di distruzione totale
diabolico trasformatore e polverizzatore
di destini e civiltà umane, quando
anche le pietre non hanno più le lacrime
della rugiada, ma cenere nera
quando
nel cinismo dei signori del Fuoco
che incassano gli appalti nelle emergenze
bruciano foreste vitali e rimangono
carbonizzati, paralizzati arbori
pietrificati nel loro atteggiamenti
ormai inutilmente mummificati
nel paesaggio di un film in bianco e nero,
in filari ordinati come vecchi soldati
sulla terra secca diventata un deserto
polvere di carbone che entra nei vestiti
e nei polmoni odore di cimitero.
da Fatti ad immagine d’io – Edizioni e-book Onyx/Reti di Dedalus – 2017
MARIA LANCIOTTI
La primavièra trichéa.
ntraversata pure essa.
Ji recacci non sapéenu che fane:
rescìne o nno rescìne?
e ss’addorméenu nẕinente
a murine.
E ttu spostìi le léna
co lla cariola ch’allucchéa,
ndriússu pe gliu tettucciu
e lla legnara.
a ll’assucco,
pe n’ar’atr’annu.
Eppó,
comme na saetta,
arià la state
e abbruciane
co gliu fóco séo
nvipirito ju sucu
de lle piante
e dde niari.
La primavera tardava. / Impazzita anche lei. / I nuovi getti non sapevano che fare: / spuntare o non spuntare? / e dormivano / fino a morire. / E tu spostavi legna / con la carriola cigolante, / su e giù dalla tettoia / alla legnaia. / All’asciutto, per il prossimo / inverno. / Poi, di colpo, arrivò l’estate / e arse / col suo fuoco / feroce / la linfa d’ogni pianta / e la nostra.
da Rióne Munnu, Cofine, 2018
MARIA LENTI
Spostamenti apparenti
Il rumore del vaso vuoto è grande
grande paura
paura lo strepito del secchio
nel secchio senz’acqua
acqua di fonte sarebbe benvenuta
benvenuta speranza che t’affacci
se t’affacci alla mia porta
porta silenzio in dono e la parola
parola nuova che respinga il vuoto
il vuoto della lingua intorbidata
da torbide ripetitività tv-mediate
mediate solo sulle chine
chine verso il basso le ali
ali del rimbombo del perduto.
Ridono i vivi che sono più che vivi.
Vive Didone abbandonata (Metastasio):
“Perduta ogni speranza
non conosco timor. Ne’ petti umani
il timore e la speme
nascono in compagnia
muoiono insieme”.
Ma di Virgilio il pavor pulsans
pulsante ansia da trepidazione
trepida aspettazione di intraviste
viste di tra le nebbie
nebbiose di fantasia e il suo contrario
contrariato senso
sensato ma non d’ala
nell’ala fissa di contemplazione.
RITA MATTEI
Sono l’Aniene e parlo
Il fiume a modo suo ti parla
e dice sono "l’Aniene"
cosa hai fatto ti conviene?
Sono un fiume che si ribella
rivuole il suo spazio e ti ricorda
"Uomo non è tutta tua la terra"
La mia fonte è di acqua smeraldina
ascolti li’ il gorgoglìo di tanta storia
voce millenaria e divina
Ovunque sono passato ho unito
in una valle all’unisono la vita
ogni città sulle mie rive è cresciuta
Sono nato per amarti e farmi amare
le mie acque hanno cullato i marmi di Roma
almeno mi potevi rispettare
Sulle mie rive hai raccolto i tuoi sogni
in realtà non hai capito cosa è bene fare
hai visto in me come qualcosa da arginare
Oh! Che neologismo acque captate
hai offeso le mie rive
fiori e piante tagliate
Ora ascolta il lamento del fiume
in movimento,fattene una ragione
io mi ribello eccoti l’alluvione!
Ti dico tra le mie anse disperdo la pietà
mi hai oppresso!Ero in una terra vera
scorrevo libero ora il mio letto è una galera
Uomo cosa fai fermati!!
davanti a te c’era un fiume
ora rifletti sul tuo marciume
Rive e paesaggi umiliati
Uomo fermati un momento
ricorda la bellezza attento
libera dal tuo io interiore
la coscienza per il cambiamento
Coraggio! di stop all’inquinamento
Tornerò di nuovo un fiume?Uomo
vorrei sentirti sussurrare dall’emozione
Oh! Che freschezza sono sulle rive dell’Aniene,
Il cellulare
Tra la follia moderna collettiva
sicuro svanisce l’anima viva
Si fa largo la solitudine
senza deserto è moltitudine
Il mondo non è più da guardare
lo spazio si perde nel cellulare
E intanto tutto intorno muore
soffoca il sentimento d’amore
Tutto ciò che succede appare tra niente
come un fiume perso tra la gente
Così il desiderio di parlare
viene soffocato dal cellulare
Allora si rinuncia a chiedere
e il dialogo si spegne nell’etere
Il profumo non si può annusare
Oh! Che peccato non c’è nel cellulare
Come è bello il video del vento
e solo,uomo,lo guardi contento
Il vuoto di te si è impossessato
e capisci che ti hanno fermato
Al bambino bisogna insegnare
che l’odore della brezza del mare
in ogni modo non si può cliccare!
FRANCO MELISSANO
Le tenebre del cuore
Il giorno rischiarano
uccelli dai rosei colori.
E il ramo verdeggia del canto,
protende le mani nel fiume.
Il greto muscoso
è grembo di madre fecondo,
promessa di albe felici
in porti d’infanzia sepolti.
Ma subito preme e riaffiora
il sangue degli Atridi,
le tenebre del cuore
accecano il mattino.
Echi di sirene
C’è un’ora della notte tarda e bruna
in cui rabbrividisce la natura;
ed in quell’ora interrogo il mio cuore,
sopra l’oscura cifra vagolando
dell’atomo del tempo
in cui si sperde lieve
la nostra fioca voce.
Dormono i cani, tace la civetta.
Solo il libeccio rumoreggia ancora:
porta dal mare echi di sirene
che aggrumano con canto di chimera
il seme misterioso delle stelle.
ROBERTO PAGAN
Fuori stagione
Roselline tardive
risorte sulla pergola chissà
da quale ramo, timide quasi incredule stranite
per la rinascita imprevista
nell’ottobrata tiepida indolente
forse distratta guasta la clessidra
Così di voi, ma voi effimere
che potreste pensare oggi di me, di questo
imbozzolato ottuagenario
verde di muschio che si ostina
a trascinare al sole su per l’erta
stecchi e legname e farne sacrificio
al buon Vulcano, un altro
affumicato solitario
E lì con l’occhio fisso tra le braci
aggiorna l’indice ogni sera
conta i tizzoni ad uno ad uno, insegue
le mappe dei ricordi confusi ormai
coi sogni: sceverare, rimuovere le bucce,
è poco quel che resta
Dell’oggi non s’accorge, compra
i giornali sì, ma non ha tempo
di leggerli. E quanto alla tivù
guarda solo i canali della storia
per allungare il suo passato.
Consolante non è, ma nuoce meno.
Quel che verrà, il futuro,
già dietro l’angolo si sa,
ma è bravo chi lo vede.
CRISTINA POLLI
Trittico dei bambini soli
Perso in un ingorgo
di suoni e segni e viscere
è l’uso del gesto della specie:
la parola seguita con il dito
in letture esplose di vermiglio
e toni in grigio urlati sopra i morti.
Non avevano bisogno d’altro scempio
di parole come aghi di dolore
come uno strazio aggiunto in agonia
la ripresa dell’ultimo respiro
erano
come in altre cronache
bambini
bambini dietro un volo giallo
ali strozzate
da anime asfissiate.
E resti a noi il marchio quotidiano
la quota biancoimpressa di cordoglio
e una preghiera asciutta per sanare
un debito insolvibile a chi è solo
e non attende
che torni la parola.
inedito
Sotto l’eucalipto
Con il moto incostante degli storni
stanno i bambini sotto l’eucalipto
come nastri lanciati
e riannodati
i passi, i salti
le corse irregolari
la mano batte il tronco
è ripartenza.
In equilibrio sopra le radici
la parola nuova
la nuova simpatia.
inedito
LAURA RAINIERI
Mito
Volentieri poserei il capo sulle tue ginocchia
dove il silenzio è trasparente a dismisura
e l’occhio posa profondo e amoroso più non impaura.
Il gesto è l’essenza del pensiero.
Canta il corpo la sua canzone in sintonia col luogo:
io sono il Po che un giorno hai amato
sui sabbioni caldi e desolati
e le acque torbide e fluenti del Tevere
e la pioggia che leziosa fascia i vestiti
tra le casupole rosa dell’Alessandrino
d’odio sprecato e amore in questo covo
così fuori dal mondo così fuori
in aderenza al pensiero, déraciné, isola alla deriva
e tutto quello che l’occhio incontra… sono.
E ancora il mito vive nel mio sogno.
Si avvicina la sera
Si avvicina la sera.
È bene lasciare la tenda
prendere la sacca con le cose.
Poche per fragili spalle.
Addentrarsi nel bosco
raccogliere un petalo di fungo
l’odore di foglie marcite
le piume lievi di un pettirosso.
Sfiora un cavallo al galoppo senza orme.
La coccinella vuole arrivare in città.
Pesante è ora la sacca.
All’orizzonte nessuno compare.
Troppo lungo il cammino:
la sacca è piena
puoi rimanere qui per tutto il tempo.
Da In altre stanze, Ed. Cofine, Roma, 2018
DEMETRIO RIGANTE
Paghíure de scherdamme de mè…
Paghíure…, paghíure de scherdamme
du munne ca téngh’atturne:
le fiíure sbalestròte dó véinde…,
re nóutte o chiaraure de la líune
che tutte le sóugne síue….
Paghíure ca l’acque du céile
m’araisce ògni pedòte ind’a la tèrre…,
ca u véinde s’accarre u respére…,
ca la memória pèrse
s’allarghe cóme a na gòccia d’óugghie…
Paghíure…, paghíure de re paróle citte
ca, tremuènne…, iéssene tra re labbre
a racchendòie recóurde sbiadéte
e stepòte ind’all’èneme angóre pe picche…
Paghíure du sguarde ca nan tróve reggétte…,
paghíure ca la còsa mè
m’addevénde frastère…,
paghíure de scherdamme de mè stèsse
…e addevendòie chiú néinde de néinde!…
Séne, sòch’éie pe l’alte,
pe l’amóre de le figghie, pe l’améce…,
ma quande de lóre
m’avèssena chiamáie a nème
e pe quande m’avèssa vletòie angóre?…
U sòpe u desténe
segnate dó caméne de la véte
ca de vógghie de cambò
nan à mà sazzie…
PAURA DI SCORDARMI DI ME… – Paura…, paura di scordarmi / del mondo che mi circonda: / i fiori frastornati dal vento…, / le notti al chiaror di luna / con tutti i suoi sogni… // Paura che la pioggia / ari le mie orme nella terra…, / che il vento travolga il respiro…, / che la memoria persa / si dilati come una goccia d’olio… // Paura…, paura delle parole mute / che, traballanti…, tracimano dalle labbra / a raccontare ricordi sbiaditi / e stipati nell’anima ancora per poco… // Paura dello sguardo senza pace…, / paura che la casa / mi divenga estranea… // Paura di scordarmi di me stesso / …ed essere meno di niente!… // Sí, sono io per gli altri, / per l’amore dei figli, / per gli amici…, / ma quanti di loro mi chiameranno col mio nome / e per quanti mi volterò ancora? // Lo sa il destino / segnato dal cammino della vita / che della voglia di vivere / non è mai sazia…
– Omaggio al malato d’Alzheimer. (Primo classificato Sez. Poesia Dialettale al Premio Letterario Internazionale XXIII Edizione 2016/17- Città di Bitetto).
MAURIZIO ROSSI
Maggìe de Roma
Quanno me stufo de sudà le carte,
co’ Polifemo vado alla Stazzione,
me faccio straportà dar tempo perzo
e m’ aritrovo spesso allo rione
che sta tra la Navona e la Ritonna.
Drento de me atturo ‘gni penzata:
e sento ciancicà li dèi, straniti
pe’ nun sapè che fa’ ner tempo eterno;
straparla e passa Caravaggio,
da Sant’Agostino a Luigi Francese
cercanno luce e scuro… e luce ancora!
Trattengo er fiato e allumo controsole
er purcino, da tant’anni fonnamento
pazziente e umile de quer ditone
che ‘nzegna ‘ndò sta verzo e verità.
Geometrie
Amanti d’una vita, fianco
a fianco tendono le dita,
ali d’un sogno,
eterno incontro all’infinito.
Accade che altri amanti,
cercandosi da spazi siderali,
si avvinghiano in un punto
che annulla spazio e tempo
finché perdura il sogno.
Divergono, poi,
nell’esistenza e nel ricordo.
Più volte il capriccioso amore
si fa gioco d’Euclide solcando
le onde dello spazio
e si svela con enne dimensioni.
Diversa luce
La fretta non dilata il tempo;
più la prua scosta le onde
più l’orizzonte s’allontana:
il porto resta misterioso
come il mistero del mio viaggio.
In pieno giorno, nette mi appaiono
le forme, ma, per vedere, il cuore
cerca diversa luce.
L’azzurro indefinito del mio cielo
tra poco sarà scuro;
ed il sentiero delle stelle,
di sicuro mi farà
tornare a casa.
STEFANO ROVINETTI BRAZZI
Längue ad veritè
scuêṡi sänze nómm e grände
fòre dal óss dal tänp
pió in lá ad tótt nuètar
stra i dént al Sgnŏur
ch’in dialátt al c’cŏrr sänpar;
e adès ai é al mî silänzi
una vŏuṡ ch’la têṡ,
la vôl la veritè,
idê dal Sgnŏur ch’la vîv ind al dialátt,
etêran, sänpar, änc s’al môr,
o fôrsi pròpi par quáll,
parché änc a têṡar ai é la sô vŏuṡ
ind al silänzi ai é tótt al tänp
vŏuṡ dal Sgnŏur ch’la s arcôrde
e mé a m arcôrd in lî
acsé sänze tänp
ch’am é d avîṡ d avâiral pêrs
lé atâiṡ al Sgnŏur ch’al i á détt “Tâche”.
Lingua di verità/quasi senza nome e grande/fuori dall’uscio del tempo/più lontano di tutti noi/fra i denti di Dio/che in dialetto parla sempre;/e adesso c’è il mio silenzio/una voce che tace,/vuole la verità,/idea del Signore viva nel dialetto,/eterno, sempre, anche se muore,/o forse proprio per quello,/perché anche a tacere c’è la sua voce/nel silenzio c’è tutto il tempo/voce del Signore, voce che si ricorda,/e io mi ricordo in lei/così senza tempo/che mi sembra d’averlo perso/lì, vicino al Signore che gli ha detto: “Incomincia”.
ANTONIO SACCÀ
La Felicità
La Felicità, Antonio,
prendila sulla cima del domani.
Se non la otterrai,
vi è sempre un domani del domani
nella cui cima si erge la onnirisplendente felicità.
Avviene, può avvenire,
che neanche il domani del domani
la gioiosa felicità stia ferma nelle tue mani…
Forse che il Tempo non ha domani successivi?
Nel domani del domani del domani
la smisurata, incontenibile felicità
è al vertice di quel giorno
in attesa che tu l’afferri…
Non voglio numerare i giorni successivi ai giorni,
l’uno che sposta in avanti l’altro,
non voglio numerarli,
questo ti chiedo:
se vivi per la felicità,
non deluderti,
costi quel che costerà,
avanza, avanza,
nel gelo di una morte sconsolata,
alla felicità desiata.
–
Solo e in libera solitudine,
senza doveri,
gravato dalla Natura
e dalla disumana consorteria umana,
immaginando il futuro atroce
e subendo l’intenebrante quotidiano odierno,
non luce, non spazio, nessuna carità da nessuno,
voglio esplodere
uccidendo con me stesso
il turpe mondo esacrando,
che non ne resti sembianza
e tutto muoia nella mia morte.
Questa feccia eretta,
l’uomofango rimasto fango,
Dio gli infuse l’anima
malvagia,
è vero,
inclinandolo al peccato irresistibile,
consegnandolo a Satana e ai suoi discepoli micidiali,
non c’è Cristo che redima,
anch’Egli ha ricevuto l’onta degli uomini,
sconfitto…
Vorrei che morisse l’intera stirpe dei miei simili,
un pandemonio catastrofico
e che non resti sembianza
e sparisca la nostra anima infetta
e il fango torni fango
impastato dell’estinzione dei viventi…
Un silenzio fermo, illimitato
avvolga la vacua percorrenza degli astri
finché l’instabilità cosmica dismembri
gli equilibri planetari
e tutto si sfasci in combustione
da giudizio universale,
io e il Diavolo saremmo felici,
prima che l’uragano Morte ci travolga e spenga.
Da Prima che il tempo muoia, Edizioni Artescrittura, 2014
ROSA SALVIA
*
Nella parte alta del giardino un albero
di olivo si stende come un monumento –
il vento – non più vento – un tenue bacio.
nei miei occhi umidi l’aria brucia.
Questi istanti sono belli, non è vero?
Bella la luce che avvolge, a sera,
i semi di girasole che abbiamo piantato
insieme, amore mio.
Accanto a noi un’unica presenza si riempie
e si vuota, mi sento più vicina a un segreto
che non arriva alla coscienza.
Come un ago mi punge,
mi sta sulla punta della lingua,
e non c’è parola per esprimerlo.
Da Il giardino dell’attesa
PATRIZIA SARDISCO
la sospensione del giudizio
la sospensione del giudizio
una epoché del senno
delibera la voce e i grimaldelli
echeggiano stocastici sui tasti
si approssimano al limite
delle parentesi
gli asintoti hanno un fascino includente
tensioni d’arco e fughe all’infinito
da un desiderio amodale di tangenza
gli orridi ci attraggono negli scoscendimenti della gola
il vuoto immisurato tra le tonde
dilata le onde della luce
a principio di mondi
e ogni nominazione dell’intorno
è l’audacia
di non gettare troppo in basso l’occhio
Da Lo spettro del visibile (inedito)
LILIA SLOMP FERRARI
Girasoi
En camp de girasoi sta vita,
la ne stontona come fusse vent
de autun begaròl de fòie morte,
paiazzo de colori spiazzaròi
endrezzadi a le erbe sora el prà
zalde anca lore come le paiòle,
le vòie mate, perse de l’istà.
Quanti sarai i girasoi al camp?
Quante èle le testòte che ride
picole, grande, le ne fa l’inchin
per slampezar de sol che se sparpaia
dentro le ociàde de giornade grise.
Ve regalo la me maia de fret,
o girasoi, el me capèl de paia.
GIRASOLI – Un campo di girasoli questa vita,/ ci strattona come fosse vento/ d’autunno litigioso di foglie morte,/ pagliaccio di colori bricconi/ intrecciati alle erbe sopra il prato/ gialle anche loro come le pagliuzze,/ le voglie matte, perse dell’estate./ Quanti saranno i girasoli al campo?/ Quante sono le testoline che ridono/ piccole, grandi, ci fanno l’inchino/per lampeggiare di sole che si sparpaglia/ dentro le occhiate di giornate grigie./ Vi regalo la mia maglia di freddo,/ o girasoli, il mio cappello di paglia.
GIAN PIERO STEFANONI
La casa
Hanno sistemato anche la siepe
rasa al cancello, e le arance
che li annunciano dalla strada.
Finalmente è terminata la casa-
il piazzale sgombro- il vimini scoperto.
Solo l’ospite ora è atteso,
secondo l’affetto promesso
in una misura buona.
Ma non sanno che il primo festeggiato
è già- ha dato loro la pietra,
impiantato da sempre nel cuore.
Non viene da fuori l’amore.
PIETRO STRAGAPEDE
Devendaine ‘ngèine
Devendaine ‘ngèine
le zappature nuste.
Uagniune angore
le sciuke ind-a re d-uocchiere
assaine fore
a gnuotte tièrre
da matine a saire.
E la cheluonne tiènere
nan angore affermote
se ‘nnarcaie
cume na gammettucce
sott-a la uère.
E nan s-addrezzaie cchiue.
Na vuolte ‘ngèine
pe parlò cu l-alte
trecciaine la carriuche
e s-avaina scettò ‘ndièrre
pe tremiènde u cile.
La dèie ca u Padr-ètièrne
se le chiamaie
le figghie avaine addrezzò
cu la fuorze
u curpe ‘ngenote
pe mièttue ind-u taviute.
DIVENTAVANO UNCINI – Diventavano uncini/ i nostri zappatori./ Bambini ancora/ i giochi negli occhi/ erano avviati ai campi/ a ingoiare terra/ da mattina a sera./ E la colonna vertebrale tenera/ non ancora forte/ si curvava/ come un giovane ulivo/ sotto il maestrale./ E non si raddrizzava più./ Una volta uncini/ per parlare con gli altri/ facevano ruotare il collo/ e dovevano sdraiarsi a terra/ per guardare il cielo./ Il giorno che il Padre Eterno/ li chiamava a sé/ i figli dovevano raddrizzare/ con la forza/ il corpo curvo/ per metterlo nella bara./
GAUDENZIO VANNOZZI
La via de latte
Me vortai indietro solo pé ‘n momento
a rivedé la strada imporverata,
impoverita da l’arzume e ‘ r vento,
inzeccolita e tutta squintarnata.
Poi ‘r zole scese e cquanno venne notte
vidi pé ll’aria come ‘na strisciata.
Pareva latte, sparzo ‘n ccelo a ffiotte,
bianco de pasce, e attorno n’imperlata.
Nun zo perché, m’ aritrovai pupetto.
Le guancie ritornorno du pagnotte…
Mamma soride e m’ arimbocca er letto,
me scordo de la strada e de le botte…
Me vortai indietro solo pé ‘n momento.
Poi venne er bujo e ‘r celo fatto a latte
e ‘na preghiera fijja de ‘n zentimento
pé ricercà la vojja de combatte.
"E fammesce attaccà a sta zinna bianca !
La sciuccerebbe senza pija fiato,
la sciuccerebbe fino a cche mme stanca.
La sciuccerebbe tutto sbrodolato.
Me vojjo empì cor latte de le stelle.
Poi a panza piena sbavijjà assonnato,
e a famme vejja luci tremarelle
accese fino a che sarò svejjato"
A sta preghiera fatta a l’univerzo
la via de latte, prima der matino,
rispose dorce " no, nun te sei perzo.
Riposa fijjo … eppoi ripijja ‘r ccamino …"
LA VIA LATTEA – Mi voltai indietro solo per un momento / per rivedere la strada impolverata, / impoverita e arsa dal vento / secca e squinternata. / Poi il sole scesa e quando venne notte / vidi in aria come una striscia. / Sembrava latte, sparso abbondantemente nel / cielo, bianco di pace, e intorno una collana di / perle. / Non so perché, mi ritrovai bambino. / Le guance ritornarono ad essere due / pagnotte … / Mamma sorride e mi rimbocca le lenzuola del / letto, dimentico la strada e le botte … / Mi voltai indietro solo per un momento. / Poi venne il buio e il cielo fatto a latte / e una preghiera figlia di un sentimento / per ricercare la voglia di combattere. / “E fammi attaccare a questo seno bianco! / Lo succhierei senza prendere fiato, / lo succhierei fino a stancarmi. / Lo succhierei sbrodolandomi. / Mi voglio riempire col latte delle stelle. / Poi a pancia piena sbadigliare assonnato / e a vegliarmi luci tremule / accese fintanto che non mi sarò svegliato”. / A questa preghiera fatta all’universo / la via lattea, prima del mattino, / rispose dolce “no, non ti sei perso. / Riposa figlio … poi riprendi il cammino …”
NOTE BIOBIBLIOGRAFICHE
LUCIANNA ARGENTINO, è nata a Roma nel 1962. Ha pubblicato i libri di poesia: “Gli argini del tempo” (ed. Totem, 1991), “Biografia a margine” (Fermenti Editrice, 1994) con la prefazione di Dario Bellezza e disegni di Francesco Paolo Delle Noci; “Mutamento” (Fermenti Editrice,1999) con la prefazione di Mariella Bettarini; “Verso Penuel “ (Edizioni dell’Oleandro, 2003), con la prefazione di Dante Maffia; “Diario inverso” (Manni editori, 2006), con la prefazione di Marco Guzzi; "L’ospite indocile" (Passigli, 2012) con una nota di Anna Maria Farabbi; "Le stanze inquiete" (Edizioni La Vita Felice, 2016).
SIMONETTA BUMBI, scrive di sé: «simonetta nasce e vive a roma dal dal 1958. prende il cognome bumbi dopo tre giorni. dopo ventidue anni ne prende un altro. e dopo quarantasette non si chiama più. scrive da sempre. in seguito, su prescrizione della sua psichiatra. non ama le maiuscole, fanno la differenza fra tutto, specialmente tra le persone, ma le usa quando scrive di Lui». dirige l’agenzia di stampa “bumbi mediapress” (www.bumbimediapress.com).
MARIA GRAZIA CABRAS,
Maria Grazia Cabras è nata nel 1954 a Nuoro. Ha conseguito il diploma in Neogreco presso il Dipartimento di Lingue Straniere dell’Università di Atene, città in cui ha vissuto per molti anni lavorando come interprete e traduttrice. Ha pubblicato i volumi di versi Viaggio sentimentale tra Grecia e Italia (2004), Erranza consumata (Gazebo, 2007), Canto a soprano (Gazebo, 2010), Bambine meridiane (Gazebo, 2014) e il libretto musicale Fuochi di stelle dure, cinque ballate e un attittu (coautore Loretto Mattonai, Gazebo, 2011). Nel 2017 per Edizioni Cofine ha pubblicato Bestiario dell’istante, poesias in duas limbas. È redattrice della rivista “L’area di Broca”.
FRANCESCO CAGNETTA, è nato a Bisceglie (BT) nel 1982 ed à residente in Terlizzi (BA). Esercita la professione di avvocato. Pur essendo un autore pressoché esordiente, alcuni suoi scritti sono comparsi in alcune antologie non cartacee. Con Giovanni Asmundo, Vito Santoliquido ha pubblicato sue poesie in Trittico d’esordio (Cofine, collana Aperilibro, 2017).
MAURIZIO CASAGRANDE, nato a Padova nel 1961, insegna lettere nelle scuole superiori. Dopo la laurea in filosofia ha maturato interesse per la letteratura e la poesia occupandosi, in sede critica, di poeti e scrittori contemporanei attraverso la collaborazione con riviste quali “Atelier”, “La Battana”, “Tratti”, “La Clessidra”. Per Il Ponte del Sale ha curato nel 2006 il volume di interviste In un gorgo di fedeltà. Dialoghi con venti poeti italiani, fotografie di Arcangelo Piai. Sofegón carogna, la sua prima opera di poesia in dialetto, è del 2011 (Il Ponte del Sale, Rovigo). Per le edizioni Cofine di Roma ha pubblicato nel 2014 con Matteo Vercesi, Un altro Veneto. Poeti in dialetto fra Novecento e Duemila, un’antologia su sedici poeti in dialetto del Veneto, a cavallo fra XX e XXI secolo.
BRUNO CIMINO, giornalista-pubblicista, è nato a Tropea nel 1952. E’ stato uno dei fondatori dell’emittente Radio Tropea. Negli anni ’80 si trasferisce a Roma dove ha diretto "Il Mecenate" e collaborato con il mensile "Abitare A", "FabbricaSocietà", "Le Segrete cose" e "L’Internazionale". Nel 1994 fonda e dirige il periodico "Il Gazzettino di Tropea e dintorni"; dal 1996 è direttore responsabile della rivista di poesia "Periferie".
Tra le sue pubblicazioni: Inchiostro di sangue (1980); Riflessioni (1985); Ragioni e intuizioni(1990); Tropea perla del Tirreno (1993); Tutto Tropea e Dintorni (1999). Ha pubblicato inoltre: “Misantropie”(2001); “Immagini di Tropea” (2002) e “Amo la mia Terra” (2003) e i romanzi: Gurnèa, storia di nimici, eroi e spirdi è il titolo del romanzo (2009) e I cosi, quando si cùntunu, pàrunu nenti.
MANUEL COHEN, è poeta, critico e saggista. E’ condirettore della rivista “Periferie”. Figura nelle redazioni di: «Ali», «Argo», «Carte Urbinati. Rivista di Lett. Ital. e Teoria della Lett. Dell’Univ. Degli studi di Urbino», «Il parlar franco», «Punto. Almanacco della Poesia italiana». Collabora con i periodici: «Atelier», «Letteratura e dialetti», «Poesia». Tra i suoi più recenti lavori: L’Italia a pezzi. Antologia della poesia neodialettale (in co-curatela con V. Cuccaroni, G. Nava, R. Renzi e C. Sinicco, Ancona, 2014); Appunti di Geocritica, per una mappatura della Poesia Italiana Contemporanea (ATM, Monaco di Baviera, Germania 2013). In poesia ha pubblicato: Altrove, nel folto (Roma 1990); e dopo venti anni di silenzio: Cartoline di marca (Teramo 2010); Winterreise. La traversata occidentale (Sondrio 2012), L’orlo (Sondrio 2014), Tutte le voci (Arcipelago Itaca, 2016).
ORESTE CONFALONE, 70 anni, è nato a Roma e da un po’ di anni scrive poesie. Una è stata pubblicata anni fa dall’accademia Belli e una dalla comunità di s. Egidio. In pensione, per lui scrivere è un bisogno interiore. Ha cominciato con il dialetto romano e poi anche in italiano.
DAVIDE CORTESE, è nato nell’ isola di Lipari nel 1974 e vive a Roma. Si è laureato in Lettere moderne all’Università di Messina. Nel 1998 ha pubblicato la sua prima silloge poetica, titolata “ES” (Edizioni EDAS), alla quale sono seguite le sillogi “Babylon Guest House” (Libroitaliano), “Storie del bimbo ciliegia”(Autoproduzione), “Anuda” (Edizioni LaRecherche.it), “Ossario”(Arduino Sacco Editore), “Madreperla” (LietoColle), “Lettere da Eldorado” (Progetto Cultura) e “Darkana” (LietoColle). Poesie di Davide Cortese sono presenti nell’antologia Diramazioni urbane (Cofine, Roma, 2016)
LIA CUCCONI, è nata a Carpi (MO) e dal 1961 vive a Torino. Ha pubblicato le raccolte in dialetto: Canteda, 2005; Pelasurela, 2006; Sirela, 2007; L’elber dal debit, TorinoAlbenga, Ed. Baracca Verde, 2008; Cal tut cl’è gnint /cal gnint cl’è tut, Firenze, Phasar Ed., 2009 (premio ’Paoli Bertolani’, Lerici Pea 2011); L’ôra e la pôlvra, ivi, 2010; dal luntan i dman, ivi, 2011 (finalista al premio ’Salva la tua lingua locale’ 2011); D’èter pan, Roma, Ed. Cofine, 2013; Al couròni di dè, ivi, 2014; ’Na messa da mort, ivi 2016. In italiano ha pubblicato i libri: Intrusiva, Lugano, Ed. Bernasconi, 2000; D’Albenga, Torino, Ed. Quartino, 2002; In ora Torino, Albenga, Bar-Verd, 2004; L’imposta, Perugia, Midgard Editrice, 2010.
ANNA MARIA CURCI, è nata a Roma, dove vive e insegna lingua e letteratura tedesca. Scrive sul blog Cronache di Mutter Courage, su Unterwegs/In cammino, su Lettere migranti ed è redattore di Poetarum Silva. Suoi testi sono apparsi in riviste (“Journal of Italian Translation”; “Traduttologia; “Chichibìo”; “Il 996″), nelle antologie La notte(Roma 2008), Oltre le nazioni (CFR, Rende 2011), Cuore di preda (CFR, Rende 2012), nei blog La dimora del tempo sospeso, Cartesensibili, Neobar, La poesia e lo spirito, La presenza di Erato e sul sito Poeti del parco. Nel 2011 ha pubblicato la raccolta Inciampi e marcapiano; dal 2012 è nella redazione della rivista “Periferie”. Del febbraio 2015 è la sua seconda raccolta di poesie in volume, Nuove nomenclature e altre poesie, L’arcolaio.
COSIMO D’AMONE, nato a Francavilla Fontana (BR), ha compiuto gli studi universitari a Lecce. Ha soggiornato in Germania, approfondendo la sua conoscenza del tedesco. Laureato in Storia e Filosofia e Docente in Lettere ha insegnato per diversi anni anche in terra bergamasca, è stato anche amministratore pubblico per oltre un trentennio, impegnato nella promozione di eventi culturali ed artistici. Dal 1994 è fondatore e presidente dell’Associazione Laboratorio di Ricerca culturale “l’Ulivo”, è presidente della Fondazione “G.B. Imperiali – Onlus” (si interessa di minori a forte disagio familiare) dal 2010. Ha pubblicato numerose sillogi sia in lingua, tra le qualiIl passo delle stelle (2010) e L’ultimo sapore del mare (2013), che in vernacolo salentino, tra le quali Cari amici cunziglieri (II ed. 2016) Sècuta si, cu ffišchi e ccanti…!”(II ed., Ed. D’Andrea, 2016),e Li vòci ti lu suènnu, Quaderni dialettali in cofanetto, Pubblicazioni Italiane (TA), 2017.
MARIO D’ARCANGELO, nato a Chieti nel 1944, vive a Casalincontrada. Ha pubblicato Senza tempe, Edigrafital SpA, S. Atto di Teramo nel 2004. Nel 2009 si è classificato primo al Concorso nazionale “Vie della Memoria”. Nel 2010 è stato finalista al Premio Ischitella-Pietro Giannone. Nello stesso anno gli è stato conferito il Premio Tagliacozzo, sezione poeti abruzzesi. Nel 2011 ha pubblicato per Cofine Albe e ne albe. Nel 2015 ha vinto il premio Salva la tua lingua locale (sez. poesia inedita).
FRANCESCA DEL MORO, è scrittrice, traduttrice, editor, performer e organizzatrice di eventi legati alla poesia. È laureata in lingue e dottore di ricerca in Scienza della Traduzione. Ha pubblicato sette libri di poesia, tra cui Gli Obbedienti (Cicorivolta, 2016) e Una piccolissima morte (edizionifolli, 2017). Ha curato e tradotto numerosi volumi di saggistica e narrativa ed è autrice di una traduzione isometrica delle Fleurs du Mal di Baudelaire, pubblicata da Le Cáriti nel 2010. Nel 2013 ha pubblicato la biografia della rock band Placebo La rosa e la corda. Placebo 20 Years, edita da Sound and Vision. Dal 2007 organizza eventi in collaborazione con varie realtà bolognesi e fa parte del comitato organizzativo del festival multidisciplinare Bologna in Lettere. Fa parte di Arts Factory, un collettivo artistico che da dieci anni organizza mostre e spettacoli, produce video e cataloghi d’arte.
MARIA GRAZIA DESSÌ, poetessa di Dolianova (CA), ama scrivere soprattutto in lingua sarda – variante campidanese. Con la casa editrice Grafica del Parteolla ha pubblicato due raccolte di poesie : “Torra immoi” (1997 prima edizione e 2002 seconda edizione con traduzione in catalano) e a “A perda furriada” (nel 2006 con traduzione in catalano). Sue poesie figurano, inoltre, su riviste letterarie, su periodici locali e su diverse raccolte antologiche.
ROSARIA DI DONATO, è nata a Roma dove vive e insegna in un liceo statale. Laureata in Filosofia ha pubblicato quattro raccolte di poesia: Immagini, Ed. Le Petit Moineau, Roma 1991; Sensazioni Cosmiche, id. 1993; Frequenze d’Arcobaleno, Ed. Pomezia-Notizie, Roma 1999; Lustrante d’acqua, Genesi, Torino 2008.
Collabora a riviste di varia cultura e i suoi volumi si sono affermati sia in Italia sia all’estero. Vincitrice di diversi premi di poesia
MAURIZIO DI PALMA, è nato il 13 marzo 1969 a Roma dove vive e lavora. Dalla prima giovinezza coltiva la scrittura in versi e le passioni per la lettura, la musica, la pittura, il teatro e il cinema come strumenti di conoscenza e di crescita umana e spirituale. Ha pubblicato: “Architetto incantato” (Edizioni TSE, 1997), “È caduto uno spillo” (Nicola Calabria Editore, 2002), “La pazzia di marzo” (Edizioni Montedit, 2003), “A mani nude” (Edizioni Montedit, 2004), “Tra un treno e l’altro” (Edizioni Progetto Cultura, 2006), “Il peso dell’apparenza” (Edizioni Progetto Cultura, 2009), “Il piombo e la piuma” (Edizioni Progetto Cultura, 2014).
Nel 2004 ha esordito come autore di aforismi (“L’albero degli aforismi” Edizione Lietocolle).
RENATO FIORITO si è laureato in Economia all’Università di Napoli; è stato dirigente dell’UIC e poi della Banca d’Italia. È autore del romanzo “Tradimenti” (Edizioni Zerounoundici – Collana Selezione), presentato al Salone del Libro di Torino nel 2009 e premiato, nel 2010, con il 3° posto alla IV Edizione delPremio “Città di Recco” e con il 3° posto alla XII Edizione delPremio "Val di Vara". Autore della raccolta di poesie Legami, edita da Lepisma, e del poema La terra contesa, Puntoacapo, per Giuliano Ladolfi Editore, nel 2017 ha pubblicato Andromeda. Organizza numerosi eventi culturali; ha creato e gestisce il sito letterario “La Bella Poesia” www.labellapoesia.info ed è Presidente del Premio Internazionale di poesia Don Luigi Di Liegro.
AURORA FRATINI è nata nel 1961 a Roma, dove vive e lavora. Nel 2000 ha fondato l’Associazione Culturale Terzo Millennio allo scopo di conservare, valorizzare e promuovere la storia, gli usi, costumi e il vernacolo di Sambuci. Ha scritto e rappresentato con successo 7 commedie in dialetto (E quanno la Rosina se marita…, ’A pantasema ’egliu casteglio, ’A pila ’ndronata, ’A Mandragora, Renzuccio e Lùciola, Amore bulli e pupe de’ rione (in romanesco), L’Acqua Donzana) ed 11 in lingua. Premi e riconoscimenti: nel 1992: I classificata nel Premio I Giardini di Mecenate (con un racconto dedicato al poeta latino Orazio); nel 2011: I classificata nel Premio di poesia e stornelli in dialetto Vincenzo Scarpellino (sezione poesia); nel 2014: I nella sezione stornelli dello stesso premio e II nel Premio nazionale “Salva la tua lingua Locale” (sezione racconti); nel 2015: I nella sezione poesia dello stesso premio. In occasione del 150° dell’Unità e del 70° della Liberazione di Roma le sue opere teatrali hanno ricevuto l’Alto Patrocinio della Presidenza della Repubblica.
ROSANNA GAMBARARA è nata ad Urbino, dove si è laureata in Lettere Classiche e ha insegnato alcuni anni. Si è, poi, trasferita a Roma, dove vive e insegna. Scrive poesie in lingua e in dialetto urbinate. Nel 2016 ha pubblicato la raccolta Hysteron Proteron (Ed. Pagine, Roma). Coltiva la passione per la musica, cantando in due cori, “Jubilate Deo” e “Musica insieme”.
COSIMO GRECO, è nato nel 1943 a Manduria (TA) e morto nel 2016. Laureato in Lettere moderne, ha collaborato con alcune riviste letterarie, vivendo, intensamente, diverse esperienze teatrali, sia come attore sia come regista. È stato presente in varie antologie poetiche, vantando consensi critici di rilievo e numerosi riconoscimenti in ambito letterario. Ha pubblicato: Tempo giurato (1981), Sui labbri del fonte (1998), Metafonie & l’altrelune (1976-2006) con prefazione di Alberto Bevilacqua nel 2006, Stiddi (2007), La rosa e la trincera lu ’quinnici-’diciottu (2010), Orizzonti di lacca e… frauli (2012)
CARLA GUIDI, giornalista e scrittrice, collabora con alcune testate e riviste periodiche, ha scritto alcuni libri sulla memoria storica quali Operazione balena – Unternehmen Walfisch (sul rastrellamento nazista del 17 aprile 1944 al Quadraro), Un ragazzo chiamato Anzio sulle vicende dello sbarco alleato del 1944. Docente di disegno e storia dell’arte, ha organizzato mostre, manifestazioni e convegni. Al suo attivo alcune pubblicazioni di poesia Come le bestie (Onyx edizioni 2004) e La pace che ci meritiamo (Onyx Edizioni 2008), Fatti ad immagine d’Io (2017).
MARIA LANCIOTTI, nata a Roma, vive a Velletri, ma la sua terra d’origine è Subiaco: per questo ha recuperato con passione quel dialetto, conseguendo notevoli risultati: Premio “Vincenzo Scarpellino” 2016 per inediti, vincitrice; Premio “Ischitella” 2017, finalista. Alterna la Poesia alla sua professione di giornalista-pubblicista, per varie testate. Ha pubblicato: E dirti ancora, 2012; Giraceo, 2013; Se tu mi chiedessi,2013; Caligola riflesso, (libretto d’opera musicato da D. Griffiths), 2012; Storia di un cantastorie– Daniele Mutino, 2014; Il villaggio di Gennaro, 2016. Nel 2018 ha pubblicato la silloge Rione munnu, (Aperilibro n. 10, Roma, ed. Cofine).
MARIA LENTI, poetessa, narratrice, saggista, giornalista, è nata e vive a Urbino. Docente di lettere fino al 1994, anno in cui è stata eletta (e rieletta nel 1996 fino al 2001) alla Camera dei Deputati per Rifondazione Comunista. Studiosa di letteratura e arte: saggi, recensioni, interventi critici si trovano in volumi collettanei, in riviste e su quotidiani a cui collabora da decenni. Nel 2006 ha vinto lo “Zirè d’oro” (L’Aquila).
Ha pubblicato: Un altro tempo (1972, poesia), Tre poesie – sette acqueforti di Ettore Pagnoni (1973, poesia-arte), Albero e foglia (1982, poesia), Utopia – incisione di K. Dennig (1993, poesia-arte), Sinopia per appunti (1997, poesia, secondo premio "Alpi Apuane 1998"), Versi allineati e alfabetici – incisione di P. Capozucca (1998, poesia-arte), Ottobre – tempera di A. Borioli (1999, poesia-arte), Bel canto – tempera di A. Borioli (1999, poesia-arte), Melopea – tempera di A. Borioli (1999, poesia-arte), Poesie – acquaforte di G. Memmo (2000, poesia-arte), Anello – incisione di M. Longhi (2001, poesia-arte), Terra – acquaforte di S. Melani (2003, con una nota di K. Migliori), Versi alfabetici (2004, poesia), Il gatto nell’armadio (2005), Sette poesie (2006), Frammenti ricomposti (2007), Amore del Cinema e della Resistenza (2009), Cambio di luci (2009), Calpestare l’oblio (2009 e 2010), Amore del Cinema e della Resistenza (2009), Giardini d’aria (2011, narrativa). Effetto giorno. Scritti diversi (1993-2012) (2012, saggistica), Cartografie neodialettali. Poeti di Romagna e d’altri borghi (2014, saggistica), In vino levitas. Poeti latini e vino (2014, con Vitaliano Angelini), Femminile plurale. Le donne scrivono le Marche (2014, antologia), S’agli occhi credi. Le Marche dell’arte nello sguardo dei poeti (2015, antologia), Ai piedi del faro (2016, poesia), Certe piccole lune (2017, narrativa), Inquiete indolenze (2017, poesia). E’ nella redazione di Periferie.
RITA MATTEI è biografa, e socia fondatrice dell’Associazione Culturale “Michele Testa”, e poetessa
FRANCO MELISSANO, nato a Corigliano d’Otranto nel 1953. Ha pubblicato: Carasciule te stelle. Poesie in dialetto (2014); A coore pertu (2012-2013), 2013; I giorni ed i versi, 2016, Corianu e lli Turchi, 2017.
ROBERTO PAGAN è nato nel 1934 a Trieste, dove si è formato nella scia degli ultimi rappresentanti di quella grande stagione giuliana della cultura mitteleuropea: Saba, Giotti, Stuparich, Marin.
Scrittore, critico e poeta, la sua opera in versi è compresa in: Sillabe, Il Ventaglio, Roma, 1983; Genealogie con ritratti, Bastogi, Foggia, 1985; Il velen dell’argomento, Edizioni del Giano, Roma, 1992, Per linee interne, Interlibro, Roma, 1999; Miniature di bosco – 101 haiku, Zone Editrice, Roma, 2002; Vizio d’aria, ivi, 2003, Il sale sulla coda, ivi, 2005, Archivi dell’occhio, ivi, 2008 (vincitore premio “Minturno” 2009; finalista al premio “Feronia” 2009), Alighe, Ed. Cofine, Roma, 2011 (vincitore del premio “Città di Ischitella-Pietro Giannone” 2011); Le belle ore del Duca, ivi, 2012 (premio speciale della Giuria del “Premio nazionale di poesia Mario Arpea”, Rocca di Mezzo, AQ, 2016); Robe de no creder (Cose da non credere). Versi in dialetto triestino, ivi, 2014 (finalista al premio “Salva la tua lingua locale” 2015); Una finestra sul mondo. Antologia, Ed. Cofine, 2015). Nel 2015 ha raccolto nel volume Un mare d’inchiostro. Pagine su ‘pagine’ e altri cabotaggi la sua produzione critica degli ultimi quindici anni (Edizioni Cofine, Roma).
Dal 1969 vive tra Roma e la Maremma toscana.
CRISTINA POLLI, nata a Terracina, vive a Roma dove insegna in una scuola primaria e si occupa di formazione linguistica. Alcune delle sue poesie si possono leggere ne I Quaderni di Èrato IV, V, VI e VII e nel blog La presenza di Èrato con una nota critica di Marco Onofrio. È risultata finalista in vari concorsi poetici tra cui il Premio Don Luigi di Liegro del 2016. La sua produzione è attualmente inedita. Pubblica i suoi scritti, prevalentemente poesie, sul suo blog https:////cristina-polli.blogspot.it/. Nel 2017 per Edilet ha pubblicato la silloge Tutto e ogni singola cosa.
LAURA RAINIERI, nata nel 1943 a Fontanelle di S. Secondo (Parma), risiede a Roma, dove ha insegnato lettere negli istituti superiori. Ha pubblicato i libri di poesia: La nostra spada, la parola,Ibiskos, 1997, primo premio Padus Amoenus; Nessuno ha potuto sposarci, Bastogi, 2001; E serbi un sasso il nome, Campanotto, 2004. Il racconto in versi La Bassa piana e le Fontanelle, La Colornese, 2012. In prosa i racconti: L’ultimo Guancho, Campanotto, 1998; Angelo pazzo e altri racconti, ExCogita, 2007; Badante sissignora, ExCogita, 2010; Un viaggio in Romania (tra realtà, fantasia e utopia), Studia, 2014 (tradotto in romeno).
Poesie e recensioni sono state pubblicate sulle riviste “Pagine”, “Capoverso”, Periferie”, “La Ballata”, “I fiori del male”, “Incroci”, e sulla rivista bilingue on-line “Orizzonti culturali italo-rumeni”. Alcune poesie sono state tradotte in sloveno, trasmesse per Radio e pubblicate nella biografia di Ciril Zlobec Lontananze vicine (ZTT-EST, Trieste, 2012). Nel 2012 ha vinto il primo premio “Padus Amoenus”, per una silloge inedita nel dialetto della Bassa parmense dal titolo “Adèss av cont” (Adesso vi racconto). Recentemente ha pubblicato la raccolta In altre stanze, poesie, Edizioni Cofine, Roma 2018
DEMETRIO RIGANTE, poeta di Bisceglie (BAT) ha pubblicato le raccolte di poesia: Taralle e zucchere (2004), Atturne a la frascère (2007), U vangèle nuóste (2012), Addaure de còse mare, terre… Pane e premedóle (2015)
MAURIZIO ROSSI, vive a Roma, dove è nato nel 1952. Ha esercitato come medico specialista. Ama scrivere in lingua e in dialetto romanesco. E’ iscritto all’Associazione Culturale "In tempo"; è socio de "La Primula", Associazione tra volontari e famiglie di disabili, nella quale partecipa al laboratorio teatrale integrato e agli spettacoli messi in scena. E’ tra i promotori dell’Associazione “Casa delle Poesie Centocelle”, collabora, con scritti e recensioni sul sito “Poeti del Parco”; è nella redazione della Rivista “Periferie”.
Ha pubblicato: Dal pozzo al cielo, Lulu.com, 2008, Tempo di tulipano, Lulu.com, 2009, Sono aratro le parole, LietoColle, 2011, Che resta da fare, LietoColle, 2014 Cercanno leggerezza, poesie romanesche, Youcantprint 2015.
STEFANO ROVINETTI BRAZZI, insegna latino e greco al liceo Galvani di Bologna, e anima un corso di dialetto bolognese per i suoi studenti. Autore del libro di poesie Venerazione per un verso d’anatra, scritto nel suo dialetto di San Gabriele di Baricella, nello stesso dialetto ha tradotto Saffo. Ha pubblicato due traduzioni dalle Scritture in dialetto bolognese: Le traduzioni non sono state condotte su una precedente versione italiana, ma direttamente sui testi antichi. I Vangêli dal Nadèl, Bologna, 2013, e Cantico dei Cantici (Canta däl Canti), traduzione dal greco in dialetto bolognese nel 2015.
ANTONIO SACCÀ, è un personaggio assai noto alle cronache letterarie. Romanziere, saggista e poeta, già docente di sociologia delle forme espressive presso l’Università di Roma “La Sapienza”, ha pubblicato diversi libri di successo, tra i quali: Storia della sociologia (Newton&Compton, 1995), Il padre di Dio (Bietti Media, 2009), Il racconto del pensiero (Saggistica – Edizioni Artescrittura, 2017)
ROSA SALVIA, nata a Picerno (Pz) negli anni cinquanta, vive a Roma. Insegnante di Storia e Filosofia nei licei, vanta numerose pubblicazioni, per le quali sovente ha ricevuto consensi e premi. Ha pubblicato: con Aletti Editore le raccolte poetiche Intermittenze nel 2003 e nel 2005 Luce e polvere Luce e polvere. E successivamente: Le parole del mare (2007) Lietocolle; Mi sta a cuore la trasparenza dell’aria, La vita felice, (2012); Il dolore dei sassi (2015) Puntoacapo; il saggio Frammenti di un discorso poetico, (2015); Il giardino dell’attesa, (Samuele editore 2017).
PATRIZIA SARDISCO è nata a Monreale, dove vive. Laureata in Psicologia, specializzata in Didattica Speciale, lavora in un Liceo di Palermo. Scrive in lingua italiana e in dialetto siciliano. Sue liriche e alcuni racconti brevi compaiono in antologie, riviste e blog letterari. Nel 2016 è stata pubblicata la sua raccolta poetica Crivu primo premio al “Città di Marineo”.
LILIA SLOMP FERRARI è nata e vive a Trento. E’ vicepresidente del “Cenacolo trentino di Cultura dialettale”, diretto da E. Fox. Ha conseguito numerosi premi per la sua poesia dialettale e in lingua. Ha pubblicato: “En zerca de aquiloni” (1987), Schiramèle (1990), Nonostante tutto (1991), Controcanto (1993), Amor porèt (1995), Leggenda (1998), Striarìa (2002), All’ombra delle nove lune (2005), Come goccia di vetrata (2008). E’presente anche sull’antologia “Dialect Poetry of Nothern and Central Italy”, Legas. Ed, N. Y. 2001.
GIAN PIERO STEFANONI, laureato in Lettere moderne, ha esordito nel 1999 con la raccolta In suo corpo vivo (Arlem edizioni, Roma). Nel 2008 ha pubblicato Geografia del mattino e altre poesie (Gazebo) a cui son seguiti nel 2011 Roma delle distanze (Joker, Novi Ligure) e gli ebooks La stortura della ragione (Clepsydra, Milano) e Quaderno di Grecia (Larecherche.it). Nel 2014 è uscito Da questo mare.
PIETRO STRAGAPEDE, ruvese, maestro per 40 anni presso la scuola primaria "G. Bovio" di Ruvo, ora in pensione, referente presso la stessa scuola per il dialetto, ha composto numerose drammatizzazioni in vernacolo per bambini. Ha composto, un libro di filastrocche "Felastruocche tra vinde e saule". Ha scritto le raccolte di poesie in dialetto: Pone e alèive, Pone e pemedore, Pone e cepuodde, Pone assutte, La collane de fofe de cuzzue.
GAUDENZIO VANNOZZI nato a Roma nel 1958, ha studiato Biologia presso Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Ha vissuto a Genzano di Roma ed ora in Francia. È autore degli e-book in dialetto romanesco L’Ape de Trilussa sentimenti e cronaca del 2014, finalista al concorso G. G. Belli del 2014, di Er Nano cór Lupetto e ’r Sartimbanco e di Te vojo ariccontà.