Maceria di Francesco Lorusso 

Recensione di Anna Maria Curci

 

I quarantasei componimenti che compongono Maceria, scritti in un breve arco di tempo che si colloca in epoca anteriore alle raccolte di Francesco Lorusso che ho avuto modo di leggere e recensire (tra queste, L’ufficio del personale, La Vita Felice 2014 e Il secchio e lo specchio, Manni 2018), costituiscono un insieme nel quale sono riconoscibili tratti comuni e caratterizzanti, che vanno oltre le varietà di metri nei quali si dispiega il verso. La visione di un paesaggio, nel quale l’intervento umano, intervento non di rado di spogliazione e di deprivazione, prevale sull’elemento naturale, si accompagna a un ricorso sistematico – e funzionale alla resa di un paesaggio abbacinato e denudato – all’allitterazione, come mostrano esemplarmente i versi del componimento n. 7, con un alternarsi di allitterazioni in v, in t, in s, in p e in r:

Tutto il tratto si volta di scatto
tra le volute dei volantini lividi
mentre passa immesso nel suo ciclo
retto sul periodo sempre lineare

I testi cercano addirittura, così sembra, l’attrito, la punta spigolosa, la superficie ruvida, scabrosa. La sensazione opposta – la superficie liscia – è associata alla desolazione dell’asfalto. Opposizioni cercate con cognizione degli strumenti, dunque; nello stesso tempo, in componimenti come il n. 5, tra i miei preferiti, la luce dello sguardo sul sé-nel-mondo si fa strada, un prodigio che è, sempre, il prodigio della parola-poesia:

Le strade aperte sul petto delle camicie
ti ritrovano senza rughe sempre ramingo
in questo gioco di carezze e dolori

sono le case che si addossano fra loro
presso un incrocio intermittente
che solitario si precetta e perde

La «maceria» assume allora il ruolo che le rocce avevano nei “paesaggi artificiali” dell’arte dei giardini in Giappone. Messo a parte, edotto sulla “dottrina segreta delle rocce”, l’autore le dispone per indicare o, ancor più precisamente, illuminare il corso del pensiero pur in un’esistenza riconosciuta come sconnessa. La seconda quartina del testo n.40 ne è un esempio:

Sulla farina fine dei muri
l’ansia si concede il tragitto
e indaga un piano inutile
contro i minuti del mattino.

Pietra che si dispone – a resistere -, pietra che si oppone alla disgregazione e che, anche quando è frantumata, resta, testimone ed elemento di ri-costruzione.

Francesco Lorusso, Maceria. Prefazione di Giacomo Leronni. Arcipelago itaca 2020

© Anna Maria Curci

 

Francesco Lorusso è nato a Bari, dove risiede, nel 1968. Dopo gli studi di Conservatorio, si dedica all’attività concertistica come solista e corista nei Teatri Lirici, affiancandola a quella di Maestro e di Direttore di Coro con diverse ensemble vocali. In poesia esordisce con la silloge intitolata Nelle nove lune e altre poesie (Bari, Adda Editore 2005). La sua prima raccolta, Decodifiche, è pubblicata nel 2007 dalla casa editrice Cierregrafica (Verona). Segue L’Ufficio del Personale (Milano, La Vita Felice 2014). Nel 2016 è segnalata e premiata, fra gli inediti alla XXX edizione del Premio “Lorenzo Montano”, la silloge L’Ultimo Uomo. Nel 2018 ha pubblicato Il secchio e lo specchio (Lecce, Manni Editori).