Luminose macchie d’inchiostro

di Mariantonietta Di Sabato

Riccardo Sgaramella, Macchje de gnostr, Poesie in vernacolo cerignolano, L’EDITRICE SRL, Cerignola, 2007 

Macchje de gnostr è la seconda raccolta di poesia in dialetto di Riccardo Sgaramella, poeta dialettale di Cerignola in provincia di Foggia. Prima d’ora aveva a suo attivo un’altra raccolta uscita nel 1997 e ristampata nel 2006 dal titolo Tra Folk e Bi…folk. Dall’una all’altra Sgaramella ha compiuto un’evoluzione inattesa, che lo ha portato a classificarsi secondo al Premio internazionale di poesia dialettale “Città di Ischitella – Pietro Giannone” nel 2007. Mi avvenne di presentare la ristampa della prima raccolta e fu allora che rifacendomi alla classificazione della poesia novecentesca fatta da Brevini avevo inserito il genere di poesia di Riccardo Sgaramella a cavallo tra la poesia ispirata allo scenario municipale (i personaggi e tipi di paese, i fatterelli del luogo, i miti, le costumanze), e la poesia di tono giocoso e satirico: cioè un verseggiare tradizionale non dissimile da tanta altra produzione in dialetto.

Questa mia opinione mutò leggendo le nuove poesie. Sgaramella era diventato poeta lirico. Le sue nuove poesie sono essenzialmente staccate dall’ambito municipale; sono poesie intime, riflessive, perfino sofisticate nei sentimenti e nello stile. Sgaramella con questa nuova raccolta rientra a pieno merito nel filone oggi comunemente designato come neodialettale. Tutto ciò nel volgere di alcuni anni. Il lungo tempo passato apparentemente senza produrre pare abbia fatto sedimentare, maturare i sentimenti che Sgaramella teneva chiusi dentro di sé, per dirla col Calvino delle Lezioni americane, come in una fucina di Vulcano, per poi tirarli fuori in maniera istantanea e definitiva (con la destrezza di Mercurio) nelle poesie raccolte in Macchje de gnostr, che, appunto, appena formulate sembra abbiano assunto “la definitività di ciò che non poteva essere altrimenti” .

E’ vero che queste, in gran parte, come quelle della scorsa raccolta sono legate alla terra e alla vita contadina, ma qui Sgaramella utilizza un linguaggio completamente differente, non più versi legati da rime, tutti uguali, tipici della poesia tradizionale, ma una poesia nuova, breve e dai versi sciolti. Quindi una poesia rinnovata non solo nei temi ma anche nella forma metrica.

Un esempio è la poesia “U nonn gheve fort”, con poche parole descrive e ci lascia immaginare due personaggi, il nonno e la nonna. Pur trattandosi ancora di bozzetti di paese Sgaramella è ormai avviato a usare il dialetto da “lingua della realtà”, cioè lingua che rispecchia l’ambiente dialettofono, gli usi e i costumi, a “lingua della poesia” cioè sganciata da quell’ambiente e volta ad esprimere il proprio modo lirico, personale, di vedere e sentire persone e fatti. Non solo, ma la poesia per Sgaramella arriva ad essere metalinguaggio, cioè linguaggio che va ancora più avanti: non solo esprimere il proprio sentire intimo, ma parlare dello stesso linguaggio poetico, dello stesso processo del fare poesia. E infatti abbiamo qui composizioni che parlano non più dell’ambiente dialettale quanto della poesia e del poetare. Esempio calzante è la poesia “Bbazzeche la reime”, qui Sgaramella parla di quanto sia facile nella poesia dialettale fare versi in rima, ma denota la sua volontà di distaccarsi da questo luogo comune.

Nella scorsa raccolta c’erano molte poesie di maniera osé. Qui ce n’è una in cui il modo osé diventa un modo erotico, esplicito ma anche sofisticato. Si intitola “Allatteme” in cui dice: Allatteme, mené / No mme luann la menn! / Allatteme! / No me lassann assutt! / Famm suché i capicchje / addò stu coure trouve / la coll chi menoute. (Allattami: Allattami, ragazza! / non mi svezzare! Allattami! / Non mi lasciare a secco! /Fammi succhiare i tuoi capezzoli / dove il mio cuore trova /il collante del tempo..) Sgaramella così trasforma il suo desiderio sensuale nei bei concetti di un uomo che vuole tornare indietro a quando era neonato, per poter ritrovare il “collante del tempo” e dare alla sua vita “la leggerezza di un pelo”: belle espressioni, un po’ cerebrali, ma che possiamo dire “sofisticate”.