L’udòur de vent [L’odore del vento] di Sante Pedrelli

Recensione di Gian Piero Stefanoni

 

L’udòur de vent segna l’esordio in volume per Sante Pedrelli, autore tra i più apprezzati della poesia in dialetto romagnolo dalla seconda parte del secolo scorso.

Un esordio quanto mai atteso diremmo (ed in qualche modo forse unico perché compiuto in prossimità dei settant’anni) avendo centellinato in precedenza le sue uscite su riviste ed antologie in una cronistoria che ha nel nome di Renato Turci e dell’omonimo Cino Pedrelli  su “Il lettore di provincia” gli apripista di una poesia contrassegnata da subito dal verso breve e fulmineo, dal saper dare nella schiettezza (come qui rivelato da Cesare Vivaldi nella prefazione) a pensosità e tristezza un velo di luce e di familiare ottimismo.

Una figura quella di Pedrelli di formazione classica evidentissima, di studi universitari in Lettere poi non terminati, e di un lavoro speso tra il sindacato (da cui sul finire degli anni sessanta la sua discesa a Roma dove rimarrà per sempre) e la sua fatica di sindaco a Longiano, il paese natale sulle prime colline romagnole prossime alla riviera. Questo il retroterra e il mondo che via via andranno a formare e ad arricchire le prime composizioni fino a caratterizzarsi come è stato più volte sottolineato da un incontro tra memoria riattualizzata del paese e della campagna e spazio cittadino (Roma appunto entrata a far parte del suo mondo, come lui stesso ebbe a dire).

Questo primo libricino raccogliendo insieme a un piccolo nucleo di inediti, gran parte dei testi come detto già presentati (compresi quelli scelti da Gianni Quondamatteo e Giuseppe Bellosi per Cent’anni di poesia romagnola nel 1976 per le Grafiche Galeati di Imola) aiuta allora a rintracciare origini e motivi di una poetica insieme semplice e originalissima.  La sua tendenza a ricavarsi un universo del tutto personale (come ebbe a ricordare Pietro Civitareale), nasce a  nostro dire da un rapporto con il tempo segnato all’interno della coscienza tra il dover  servire la realtà e insieme sua presa di distanza nella trattenuta sospensione di forme incantate e non toccate della memoria, e di un presente sovente pronto a ricordarci la grazia imprevista di una creaturalità pronta a esser riportata poi sempre con bonomia, con affetto, con misericordia di sguardo.

L’odore del vento allora è l’odore di questo spazio nella voce di una terra in cui figure e situazioni sembrano risalire o esser risucchiate da un sogno mai concluso, accavallarsi tra ancestralità e surrealtà delle immagini a ricordare della realtà stessa le sue infinite contraddizioni e i suoi infiniti ritorni nel bisogno di un ininterrotto dialogo. Di qui l’abilità, nella estrema concretezza e matericità dei riferimenti, a dare levità e trasparenza di mai cessata fascinazione (pur nella fatica, pur nella dolenza) allo scorrere e al perdersi della condizione umana. E non è, si badi bene, una idea o una concezione ma un’intima- e affinata- disposizione a guidarlo (poeta fino al midollo allora) tra meraviglia e frattura al partecipato vivere e costruirsi del mondo che ha nella comunanza, e proprio nella labilità la matrice identitaria del riconoscimento.

E la stessa scelta del dialetto va a testimoniarlo (come raccontò a Giorgio Paganelli nell’intervista a lui fatta su “Libere carte” nel 1991) perché lingua che fa sentire più importanti le parole, più pure. E dunque più libere anche perché in qualche modo provenienti dall’infanzia, da quello spazio caldo in cui tutto resta, e ritorna, nello stupore e nella modalità fantastica. Uno spazio in cui l’amore, e la presenza, pur nella mancanza, pur nella malinconia della ferita ancora s’ergono imperturbati come sul monte in cui è nato, è cresciuto, è  riuscito a vedere e introiettare tutto il suo universo:”e’ mèr e’ zil/ la pièna e la montagna” (“il mare il cielo/la piana e la montagna”) e a cui dunque ancora correre cercando riposo come nella vecchia casa  di Chinella, con la collina coperta dagli ulivi, una terra forte da lavorare (un gelso, una quercia, la pioppa) nella sua topografia perfetta di formazione ed affetti. Ed il paese, naturalmente, tra gruppo familiare e figure di un immaginario ora vinto ora divertito e teneramente allusivo su cui finisce con l’ergersi il volto del padre (cui in una raccolta successiva riconoscerà di rassomigliare), lui sì ad aver scritto e chiuso “e’ leibar in dialèt,/par utentazòinc èn” (“il libro in dialetto, per ottantacinque anni”), bifolco soldato padre nonno, sempre con tutti buon amico. La poesia così come compresenza d’amore, con l’amore, a vincere resistenze e paure della vita (vedi “La pavoùra” dove in un distico è tutta una poetica) nella spinta ad uscire da sé e a chiedere nel sorriso il prestito della parola che sappia dire nell’altro (“L’imprèsteit”). E il dire nell’altro che è naturalmente anche un dire di sé va a connotarsi entro uno spirito ricco di quelle tracce che la terra di Romagna dissemina nei suoi uomini e nelle sue donne tra iconici funambolismi vicini alla fiaba e quotidiane arguzie dall’uomo di Longiano sapientemente dosate tra felicità dell’epigramma e accostamento anche violento delle immagini (ancora Vivaldi dalla prefazione) nell’efficacia di una forza espressiva che gli viene da un mondo principalmente contadino. E che si fa presente anche nei pochi testi qui dedicati a Roma, soprattutto in  “Stèli neri” (“Stelle nere”) dove nella spirale degli elementi che si attraggono e inghiottono è detta tutta la vivacità  e la sensualità di una sera in cui la stessa Cupola di San Pietro appare come una tetta e gli “obelésch i sbòra” (gli “obelischi eiaculano”),  addirittura i morti svegliando i morti.

La morte allora naturalmente tra i temi centrali della sua interrogazione ma naturalmente detta insieme all’amore, alla carnalità di un’esistenza in cui è tutto un gareggiare anche con la morte stessa (per questo allora la vecchiaia l’età più bella) per lui poi così familiare come nei ricordi dalla guerra. E riportata sovente con la consueta tenera ironia e leggerezza antica come in “La nvóla” (“La nuvola”) in quella risalita molto chagalliana: “E’ noun u s’n’andasét/int una nvóla blù,/a dè l’acqua mal véidi/sla poùmpa ma la spala” (“Il nonno se n’è andato/ in una nuvola blu,/ a dare acqua alle viti/con la pompa in spalla”).  La poesia così nella sua grazia lirica apre alla differenza, alla semplicità di un bello che viene da ciò che non ci si aspetta, a una fortuna forse non utile ma che resta e ci incarna per sempre nuovi al mondo. Con questa eredità, tra le altre di un autore e un uomo dolcissimo, ci piace ricordarlo a due anni esatti dalla scomparsa. Ciao Sante!

Sante Pedrelli, L’udòur de vent [L’odore del vento], Roma, Edizioni della cometa, 1993.

 

Sante Pedrelli, nato a Montilgallo di Longiano (Forlì) nel 1924 è morto venerdì 10 novembre 2017 a Roma. Aveva studiato Lettere moderne a Bologna e a Roma, senza conseguire la laurea; poi seguì l’insegnamento per la professione di assistente sociale. Sindaco del suo paese dal 1951 al 1958; dirigente sindacale CGIL a Forlì, Cesena e Roma. Risiedeva a Roma, da molti anni. Ha pubblicato: L’udòur de vent (1933), E’ ghéfal (1997), E’ nòud me fazulètt (2003), A gli’ ombri (2009), Extra time (2016).

 

 

 Pubblicato 11 novembre 2019