L’ottavo giorno della settimana di Daniela Andreis

Nota e scelta di poesie di Anna Maria Curci

Intimità è una meta, intimità è un concetto, intimità è una dimensione dell’esistenza. “Intimità” è parola che va pronunciata con cautela e avvicinata con la cura di chi si fa responsabile di una propensione alla discesa, di una immersione nel profondo, così come di un dialogo senza remore e barriere, senza secondi fini, senza tentazioni egocentriche.

Travolta dalla sua versione pubblicitaria, con prodotti strombazzati per il tramite degli aggettivi “intimo”, “intima”, tirata per il collo del superlativo – così càpita – nel nome di una catena di punti vendita, all’intimità non sono dedicati né i giorni feriali, né i giorni festivi della settimana. Daniela Andreis, come recita il titolo della raccolta qui presentata, proprio all’intimità sembra riservare, preservandola in tal modo dalle grottesche e mercantili deformazioni, L’ottavo giorno della settimana.

È di un’intimità perduta e ritrovata che si tratta, di un’intimità cercata e cantata, di un’intimità più ampia, quella degli amati lari, dei sogni inseguiti e laceranti nel distacco, della rievocazione onesta nel dolore. Con l’aggettivo ‘onesto’ (anch’esso, in verità, alquanto strattonato e stropicciato da più parti, ma non certo qui, nella poesia di Daniela Andreis) intendo la veritiera limpidezza del dettato che si sposa con il dolente comprendere.

In tale felice – pieno, riuscito – connubio, anche i neologismi che fanno la loro comparsa (quelli rimasti, in misura più limitata, purtroppo, rispetto alla versione originaria che ho avuto il privilegio di leggere in anteprima), anche i termini nel dialetto veronese appaiono tutti necessari al dire e a ciò che si intende dire. Progettualità e intenzionalità della parola poetica e della sua composizione rifuggono da inutili sfoggi e da fastidiosi fumi, donando efficacia alle figure retoriche, tra le quali lascia un’orma profonda la similitudine della merla.

Le citazioni in epigrafe a ciascuna delle tre parti che compongono la raccolta e presenti anche all’interno delle sezioni – da testi di Osip Mandel’štam e di Gesualdo Bufalino, amati lari e numi tutelari anch’essi, da testi di Nadia Agustoni e Mariangela Gualtieri, “austere viandanti”, per dirla con le parole di Rilke nella prima parte del Libro d’ore –,  testimoniano l’intreccio di radici e letture, che è carne e sangue, vita e dolore, scontro con il verdetto, constatazione del passaggio e traccia di resistenza, che sa farsi anche soffio vitale.

Daniela Andreis, L’ottavo giorno della settimana, LietoColle 2017

© Anna Maria Curci

 

È una sera come questa

in cui i tuoi capelli sono la sola cosa

che si muove

in cui tutte le ombre sono ferme

nelle strade labili di dicembre;

in una sera come questa

un’altra frase se n’è andata

con la tua risata crinolina

e una timidezza sfiorata:

mettiti nei miei panni

nei miei comuni affanni,

che nessuno ora indossa le scarpe

come facevi tu

nato con cent’anni

che per me solcavi le dure nevi di pianura

con cappotti infeltriti

col timore

che i miei piedi

andassero in cancrena

mettiti sulle mie spalle

sonagliera

col permesso di sbirciare da una scapola

la mia paura.

 

Il mio amore

è come la merla

che guarda con un occhio solo

e l’altro lo riserva;

scende a terra, imbecca le paglie

le migliori per fattezza, resistenza,

non fa niente se dovrà fare mille atterraggi

zigzagare pericoli

sentire una minaccia

un muoversi di foglia

il mio amore è come la merla

saggia la terra

decide la casanidiata

la biforcazione ombreggiata

ha studiato l’inganno della fretta

ogni freddo, il fortunale, l’arte della dispensa,

non si sa se pensa

da quel solo punto di vista,

l’istinto è alto, incalcolati i decolli e i paurosi atterraggi.

 

A casa tua è l’ottavo giorno della settimana,

il gatto di pezza è sul quarto gradino del nubilato

bordato di filo di lana

ed io, la cortigiana,

l’amore sottovetro,

avvolta nel bozzolo che era un gomitolo

con i piedi nudi

con i piedi fuori dal tempo;

e ancora non so che giorno sia

se il giorno otto sia il primo

o l’omega del calendario,

un malinteso

vento girato al contrario dal treno;

dev’essere il giorno

in cui mi annozzo

quest’unico giorno eccedente

splendente

mentre scendi di sotto;

così rompo la teca, snodo il gatto

addobbo mille tavolate,

ditali di miele per gli invitati

accendo le torce per la notte

mi strofino le cosce di rosa

la pelle di campanule

divento una Dafne

mi allaccio fiocchi al corpetto

con i piedi nudi

davanti al tuo busto;

non c’è tempo

è l’ottavo giorno del solstizio:

sugli annunci ho aggiunto il tuo nome al mio nome

io e te stipati,

appaiati,

nereidi tra i flutti;

preparo il sentiero,

ti aspetto per rito

al platano

il minuto è deciso, l’albero è tronco

e arrivi all’ottavo anello

un coro d’opera, inno, colonnello di un decumano,

mio mondo millenario;

dio si prenderà un permesso

sarà testimone che esistono

un adamo in grappolo e un’eva di mosto

e per distrazione divina

lascia stare il banchetto

non trasfigura il bastevole

non moltiplica nulla

alle nozze che si tengono nella tua casa

nell’ottavo giorno della settimana.

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Daniela Andreis, giornalista, vive e lavora a Verona. Ha pubblicato raccolte di racconti e fotografie nel libro La terra piana, Nuoviorizzonti, 2001, e I maestri del tabacco, Nuoviorizzonti, 2004. Ha rielaborato storie della cultura locale che sono state portate in scena da Gianni Franceschini. Nel 2009 ha curato la biografia Due centimetri tra mare e fiume. Storia di Mario Crocco. Nel 2013 pubblica la raccolta di poesie La casa orfana, edita da Lietocolle.

Pubblicato 5 giugno 2018