A non conoscere la scrittura della Argentino basterebbe forse la lettura di uno degli ultimi brani di questo volume per scoprirsi parte di una fatica che ha in un’eucaristia che non è solo di parola l’orizzonte di senso del suo transito. Ci riferiamo infatti al testo a pagina 62 in cui l’atto poetico del dire, per concelebrazione, per comunione, si afferma in corpo e sangue come raccolta e passaggio di sostanza, il foglio- prima che inteso- vissuto come altare. Costume questo, volendo dare un quadro più ampio della Argentino, che ha nella pratica quotidiana anche la forma di un’attività più che ventennale, oltre che di autrice, di promotrice- soprattutto- e critica della parola poetica. Parola poetica che nella sua voce, per tensione, ha sempre lo spirito soffuso ma determinato di un imperativo impellente a ricucire distanze e crepe di una più interiore (seppur dura) natura. E’ il percorso del ritorno, o del rientro a sé (se questo ancora alle nostre teste, ai nostri cuori dimentichi può ancora significare qualcosa) ma la Argentino che appartiene alla schiera delle donne del mondo bambine (per obbedienza di direzione e visione, per postura) ce lo rammenta entro uno spaesamento che avviene, e non potrebbe essere altrimenti, per accettazione di perdita e sostegno del peso secondo l’iscrizione antica della reciproca custodia. L’abito e il passo, in acquisizione, è per certi versi quello del monaco, figura che non a caso risale da queste pagine condividendo con quella del poeta la spoliazione e la veglia, il digiuno di mondi non necessari nella consegna di pietas che li intreccia alla nudità e alla carità della terra. Sanità di follia, “disciplina dello sguardo” e dell’attesa, che il verso racconta fino al morso a due col divino, “al solo piccolo scopo di liberare Dio”, l’esangue di innesto che ancora vive e da cui nascerà il frutto. Confidenza di un dire certo perchè preghiera, perché sempre concretamente entro l’annuncio, dal buio, che è già creazione. La strada, non scelta ma di condizione del dire e dell’essere poetico (ed è bene ricordarlo nel destino di carico che è di pochi), è nel gesto di radicato coraggio di un costato insieme aperto e racchiuso nel contenimento e nella copertura dell’abbraccio e che qui ha la bella orientale immagine dell’asola, piccolo punto di “passaggio e allaccio” nell’essenzialità di uno spazio che ha nella possibilità dell’accettazione dell’incontro rifugio e pronuncia al divenire. Eppure lo scarto in più a rompere l’ “inospitale andare” che sembra dominare questo tempo di paure e risentimenti entro una fecondità paziente di rimisurazione della terra (di un bene anche delle sue liturgie di morte liberamente sciolte in una quiete ordinata di spazi e cose abituali ) è in quel “femminile di mutamento” che presiede nella frantumazione dell’esistere a “quel po’ più d’anima” di parto sopra le vertigini. Amore dunque, nello squilibrio, entro cui la specie fa conta di sé nell’esercizio costante dell’offerta e del apprendimento sempre nella cova di un bene da un “basso della terra” temperato ad “altezza d’uomo”; gesto, ancora e narrazione d’origine, che è anima, finalmente riportata in superficie scrostata via dal mondo (dai suoi “muri santi” nel tenero accostamento a Santa Teresina). Se poi la parola, d’altronde, come affermato da Lucianna, pone base nel primo generoso sì al dire nell’assunzione di responsabilità (in caduta o crescita che sia) non è difficile per noi parlare in questo caso di sapienza di tessitura tra trame di parole e silenzi, di ombre e luci nell’esatta individuazione di un margine che nel suo segno è già unità nello spazio delle separazioni e delle radicalità spezzate, assunte- e assolte- compiutamente in queste pagine grazie ad un dire al tempo stesso estremo e semplice, sacro come detto (“Custode delle dolorose ubiquità/ della scrittura a farla una e trina”). Percorso ribadiamo tutto volto nel lavoro di lingua e luogo interiore verso il “ritorno/dove non si è mai stati”, in un gioco peraltro a volte, come nei bambini e nei morti, a trovare ciò che è nascosto nella nostalgia di noi stessi e del corpo. Il credo del poeta allora è nella risacca paziente, sofferente e rappresa “in aiuto al dire di che sostanza è/ lo spazio sospeso tra il tempo e l’eternità” in questa guerra di terra in rovina dove “il cielo sceso giù” “urla il suo verbo ancora crocefisso”. Sorreggere così separazioni e contiguità umane o distenderle in fuoriuscita di veglia nell’irrigazione del giardino del “nostro abitare terreno” è custodia di buona parola tra evocazione dei vivi e ansa dei dispersi, dei morti anche in cerca ancora di postura o preghiera per noi, per la schiera delle nostre croci- finalmente loro non più inchiodati al Golgota del mondo (in un libro tra l’altro tenero, ricchissimo omaggio al padre scomparso). Ospitalità e docilità a non contraddire però, semmai a sciogliere, l’immagine curiosa suggerita dal titolo. Perché “l’ospite indocile” del richiamo, nell’azzardo delle interpretazioni, è insieme di vita, parola e altro da noi- e di noi..- nel pungolo delle interrogazioni e delle aspirazioni e che ha nell’archeologia sempre nuova dello scavo poetico (nell’apparentamento illustre della Argentino a certe dolorose illuminazioni di grandi voci femminili- Achmatova e Merini tra le altre) il paradigma e il richiamo della reciproche necessità. Compito e semina di una poetica straordinariamente espressa nel testo con cui andiamo a concludere: “Credo nel tempo dell’attesa/nutrito di digiuni/ e di astinenza dal certo/ dal silenzio utile alla fatica/perché la dedizione/ sfidi il fiato e l’ansimare/di chi non ha pianure,/né parole dentro/attraverso cui essere raggiunto”.
Lucianna Argentino, “L’ospite indocile”, Passigli, Bagno a Ripoli (Fi), 2012.
di Gian Piero Stefanoni
Lucianna Argentino è nata a Roma nel 1962. Dai primi anni novanta attiva come organizzatrice di rassegne di poesia, letture pubbliche, presentazioni di libri- e con collaborazione a diverse riviste del settore- sue poesie sono presenti su diverse antilogie e blog. Ha pubblicato i seguenti libri di poesia: Gli argini del tempo (1991), Biografia a margine (1994), Mutamento (1999), Diario inverso (2006), Favola (2009). Due sono gli e-book: uno del 2008 tratto dalla raccolta inedita Le stanze inquiete (con “Pagina-Zero”) e Nomi del 2011 con il blog “Le vie poetiche”. Un suo lavoro, La vita in dissolvenza, è stato musicato dal chitarrista Stefano Oliva e dal 2011 presentato in diverse associazioni culturali.