Una lettura che suggerisco è quella di un romanzo di formazione in versi. Il mio accostamento può sembrare bizzarro, forse perfino azzardato. Esso nasce – scopro subito le carte – non soltanto dalla mia insofferenza a qualsiasi analisi che sia inficiata dalla smania di catalogazione, dalla convinzione che una mera lettura per generi letterari sia inadeguata a contemplare l’ampiezza della gamma espressiva e che, per contro, mettere in comunicazione, nell’indagine critica come nell’atto creativo, più ambiti giovi all’ampliamento dell’orizzonte e all’intenzione di cogliere, di un’opera, tutti gli aspetti, ivi compresi quelli, preziosissimi ai miei occhi, intertestuali, ma anche dalla convinzione che l’opera poetica di Vincenzo Luciani abbia alcuni tratti in comune con il romanzo di formazione. Cerchiamo di individuarli e di enunciarli esplicitamente: l’esistenza vista come continua formazione, dalle fonti più disparate, dai maestri (Petrine Paradise), dagli incontri, dalle lotte, in una parola, dalla vita; il piglio dinamico, con l’evidenziazione, anche fuori di metafora, del continuo cammino; il costante e ironico ‘understatement’ che deriva dal vedersi, in perfetto equilibrio di toni tra bonario, malinconico e pungente, non sconfitto, certamente, ma ridimensionato e ‘sballottato’ dal dipanarsi dell’esistenza; infine, proprio come nel prototipo del romanzo di formazione, Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister di Goethe, l’origine e l’evoluzione, divertente e divertita, della “vocazione teatrale”.
Il principio di questo breve viaggio è, non a caso, proprio la poesia Attore di prosa, nella quale Vincenzo Luciani narra spiritosamente dei suoi entusiasmi giovanili (in realtà siamo al giardino d’infanzia, alla scuola materna) per un futuro sul palcoscenico.
Del 1985 è la raccolta di poesie, con la prefazione di Diego Novelli, Il paese e Torino, nella quale trovano espressione i nuclei tematici della poesia tutta di Vincenzo Luciani: l’emigrazione, il ritorno, la ripartenza, il senso di estraneità e di familiarità che si contendono il primo posto, l’osservazione attenta di luoghi e persone, il ricordo, gli affetti, l’amore (o meglio, nel pudore del Sud, “il bene”), il combattimento in perdita con il tempo che scorre.
Se di te mi ricordo!, il componimento che apre la raccolta, ha un andamento esemplare sia nell’alternarsi di metri – endecasillabi, dodecasillabi, settenari – sia nel pathos, non retorico, ma, piuttosto, esaltato dalla misura del tono e dall’accostamento di contenuti antitetici. Il ‘tu’ della poesia è ulivi, macere e fichidindia, è la terra natia, abbandonata per necessità, disseccata e aperta in un’attesa acre e boccheggiante. La poesia è apparsa interamente in dialetto nella raccolta Frutte cirve e ammature del 2001, poi ripubblicata nella seconda edizione in Tor Tre Teste (2005).
La fanoja (Il falò), che apparirà nella versione completa in dialetto nella raccolta La cruedda, è composta di dieci versi, cinque in dialetto e cinque in italiano. Il tema è il ricordo, che qui si fa litania a San Michele, rito della processione e falò, canto fino all’alba, tra fumo e voce rauca.
I canti della processione a Ischitella si fanno canti di rivoluzione nella poesia Mirafiori. Qui Torino è la città dei «giorni vivi del sessantanove». La voce si leva alta nella lotta, il respiro testimonia una contentezza “insolente”. La lotta, sempre non violenta, costerà molto a Luciani dieci anni dopo, esattamente il 16 giugno 1979 (un Bloomsday dagli anni di piombo, il suo), in un’altra città, a Roma, dove il poeta si è trasferito nel 1975.
16 giugno 1979. Fioravanti guida l’assalto alla sezione comunista dell’Esquilino, a Roma. All’interno si stanno svolgendo due assemblee congiunte: di quartiere e dei ferrovieri. Sono presenti più di 50 persone. La squadra terrorista lancia due bombe a mano Srcm, poi scarica alla cieca un caricatore di revolver. Si contano 25 feriti, per puro caso non ci sono morti. Dario Pedretti, componente del Commando, verrà redarguito da Fioravanti perché, nonostante il ricco armamentario «non c’era scappato il morto». Che Fioravanti fosse colui che ha guidato il commando è accertato dalle testimonianze dei feriti e degli altri partecipanti all’azione, e da una sentenza passata in giudicato. Ciononostante, Fioravanti ha sempre negato questo suo pesante precedente stragista. (Curricula criminali di Francesca Mambro e Giuseppe Valerio Fioravanti)
Settantasei virgola sette è nella raccolta Tor Tre Teste e altre poesie (1968-2005): il tempo avanza, insolente come insolente era la contentezza degli anni di lotta, inesorabile o semplicemente imperturbabile a dispetto dell’amichevole mentire degli amici. Si fanno conti: quanto resta?
Non è facile cantare l’amore coniugale, non senza rischiare lo sbilanciamento tra universalità poetica e coinvolgimento-restringimento individuale. Nella poesia A Rosa, apparsa anch’essa in Tor Tre Teste, Vincenzo Luciani riesce nell’impresa di raggiungere questo complesso equilibrio. Scrutare il volto della donna amata come si scruta il mutare di colore del cielo all’alba è un accostamento insieme delicato e potente, un antidoto all’inverno perennemente in agguato.
In Parole, nella II edizione di Frutte cirve e ammature pubblicata all’interno della raccolta Tor Tre Teste, Luciani si vede come un maceraro. La similitudine sulla quale si fonda questa poesia è quanto mai efficace. La macera (o maceria, ma anche nella prosa di Ignazio Silone troviamo questa versione del termine) è il muretto che delimita il fondo, caratteristico del paesaggio meridionale e in particolare di quello pugliese. Le macere sono fatte a secco, con pietre scelte tra quelle che si trovano a disposizione; perché possano stare in piedi, tuttavia, le pietre devono essere accatastate e incastrate con cura secondo un disegno accorto. C’è bisogno di pazienza e artigianato, ma anche del gusto imperituro del gioco e in questo gioco, riscaldato dal ricordo della terra d’origine, il poeta ritorna bambino.
Il tema della quête di parole ritorna in Parole saprite, nella raccolta del 2012 La cruedda. «Ji vaje ascianne», io vado cercando: qui la ricerca è di parole saporose, che si sciolgono in bocca come fragoline di bosco. Ma il collegamento è sempre con il dinamismo, il cammino del poeta (che non a caso in una sua poesia benedice i propri piedi). Lo testimonia non solo la costruzione verbale del dialetto, che coniuga il verbo andare con il gerundio, ma anche la ricorrenza del verbo “camminare”.
Propria degli animi grandi è la riconoscenza nei confronti dei maestri. Pietrine Paradise (la poesia è nella raccolta La cruedda), maestro di Vincenzo Luciani alla scuola elementare, viene elevato in questo omaggio a esempio di vita. Sembra, a chi legge, di accogliere in sé lo sguardo incantato dei bambini alle sue lezioni di geografia, e di immaginare, sulla carta e all’orizzonte, la teoria dei paesi che si snoda: Monte Sant’Angelo, San Giovanni Rotondo, San Marco in Lamis, San Nicandro.
Nella raccolta inedita Straloche (Traslochi), alla quale Vincenzo Luciani sta lavorando, il romanzo di formazione prosegue, il canzoniere di vita, affetti e amicizie è bello, schietto, corposo e ottimamente articolato. Vincenzo Luciani si presenta, fedele al suo continuo moto, obbligato o spontaneo, come io “spostato, sbalestrato”, scombinato – nella più ricca delle accezioni, perché originale e autonomo – combinatore di passaggi, da un luogo all’altro, da una lingua all’altra, e di traslochi. La mente si sposta e abbraccia. Le parole a lungo cercate si ritrovano qui, mescolate tra lingua e dialetto: traine, paponne, incantate (per il disco rotto). Vincenzo Luciani inserisce parole forgiate dall’uso locale, come “tuppo” e “morra” in poesie in italiano: è un plurilinguismo che arricchisce la lingua della poesia, non un facile esotismo.
Un chiodo nella mente
questa cosa. Solo
un amico fidato
e che aveva giurato,
le dita in croce sulle labbra,
di mantenere il segreto la sapeva.
che per la recita
di Natale
“Tu reggerai
in mano, così, questo vaso,
qui (fece una croce), senza parlare,
mi raccomando,
zitto e fermo”. Morì
così in fasce
un forse grande
attore di prosa.
vestirsi a festa e partire lontano:
acre nelle narici è quella terra.
Se di te mi ricordo!
I nostri colli siepe aspra al mare,
fichidindia e torrenti disseccati,
gli ulivi e le macere.
Se di te mi ricordo! Ora che autunno
fa ritorno nei canti di vendemmia,
fichi pendono aperti.
vestute a ffeste ce ne jie lundane;
forte int‟u nase pòngeche dda terre.
Se de te m‟arrecorde!
I tuppe nostre che nfrattane u mare,
i fichedinije, i sciumare siccate,
i macere e i vulive.
Se de te m‟arrecorde!
Mò che ce ne vene
u addore d‟a vennegne,
mò che graperte i fiche pènnene.
cumme ci adora,
cumme ci adora?
Ci adora lu Core de Gesù
e Sa‟ Mmechele aiutace tu”.
Veniva l’alba e al fuoco
raucamente ancora si cantava.
Dormivano i bambini
in petto alle madri.
A fanoje
cume ce adore,
cumece adore.
Ce adore lu core de Gesù
E Sa’ Mmechele aiutece tu…”
veneva a lustre e ‘o foche
abbrajcute ce cantave ancore.
Ddurmèvene i criature
mpette alli mamme lore.
Torino si scrollava della paura:
di giorno in giorno più liberi,
ma ancora diffidenti. I canti di rivoluzione
di giorno in giorno cantati più forte.
Respiravano insolentemente contenti;
dalle viscere eruttavano insulti
di chi vince e non scorda la fatica
e alza e scuote le bandiere rosse.
e sentirsi di casa e straniero.
Nel freddo che l’anima gela,
celebrare in via Barbaroux
la promenade des foux.
“Sempre lo stesso” mi dicono. E mentono
sapendo di mentire.
Ma ci specchiamo in specchi spudorati
che denudano rughe senza argini,
sorrisi di denti precari, radi
i capelli, più bianchi.
È settantaseianniesettemesi
la vita media del maschio italiano.
Restano ancora vent’anni di vita.
Forse.
Dal fondo di me, di strade solitarie,
cercavo questa donna,
il suo silenzio,
il suo corpo di foglia.
Il vento caldo e le foglie rinate,
tu che ridi e il sereno che torna:
il lungo inverno è finito
e dimenticato.
Io stretto a te; sul tuo labbro una rosa
dischiusa appena.[…]
parole. A une a une
i cape e i accragne
peje nu macerare che na macere
adda reje bella tese quatre e squatre
pe mantenè dda poca terre
che fa campà, chè pe gghjesse
campàme…
cume ce accumponne e scumponne nu joche,
na vote amice e n’ata vote allite.
ji retorne guaglione.
Nu sciate avaste a scumugghjà
Sotte a cènere u foche
d‟u tempe de na vote…
“Care signò majè, p’arricanosce
che jve na bonalme
nun ce state abbesogne
che te ne fosse jute
pe ddove nun ce torne.
E nun ce sime scurdate
quidde che ce ha’ mparate:
che chi fa u bbene nun jè mupefrecate,
che sta p’i dèbbele nun jè fatija perze,
che jè bbone jesse uneste e nun l’ammerze,
che i cunte juste ha’ fa, pure s‟a jente
te po‟ calepijà, vuttàrete abbasce;
sempe d’a veretà vene u mumente.
E quisse jè nnente
affronte a quidde ch‟ha‟ mparate
a tutt’i sckiteddane:
jesse sempe alla mane,
nun te n‟apprufittà quanne cumanne,
uardà sempe nt’a dd’ucchie i cristiane,
proje a chi pù una mane,
cammenà dritte pe la strata juste,
e sapè suppurtà i malefatte
quedde che a trademente te fanno i amice,
i cchiù
amare da gnotte;
ride, quanne vulisse
chiagne; aspettanne ddu jurne
che t’hanne arracanosce
quidde ch’ha’ fatte e jve:
nu bbone cristiane,
nu vere, granne, uneste sckiteddane.
ji gghjurne a gghjurne vaje salutanne
che jè l’utema vota
fortè che li cunfronte
e u statte bbone mò
jè pe sempe
e lu sacce.
e i mane astregne ché, m’u sente,
nun l’haja cchiù vedè.
E li cristiane, li cunte e li vanne
i uarde che ce stanne alluntananne
e sta vote,
lu sacce,
jè pe sempe.