Lo “xhiatu sicanu” di Mario G. B. Tamburello

Mario G. B. Tamburello, nato a Milano nel 1962, di origini siciliane è un poeta dialettale (in “dialetto sicano”), autore delle raccolte On-Off (2012), Diapason (2013), entrambe edite da Ed. La Zisa e della silloge Xhiatu Sicanu. Liriche anni 2014-2015 (edizioni Atene del Canavese, 2016), prevalentemente in dialetto, secondo l’idioma diffuso, o comunque in uso al tempo della giovinezza dell’autore, in Cammarata e San Giovanni Gemini, entroterra agrigentino dei Monti Sicani.

Due sono le prepotenti motivazioni (da lui stesso dichiarate nell’introduzione al suo primo libro) che hanno spinto il suo pensiero e il fare: dapprima “la tensione conoscitiva per la dimensione scientifica della vita, la passione di cercare il ‘come’ e ancor più ambiziosamente di sfiorare il ‘perché’ del linguaggio che struttura la realtà fisica”; poi l’esperienza faccia a faccia con la realtà dolorosa” da quando – per usare l’espressione di don Franco Roggiani, “il signor Parkinson venne, senza essere stato invitato a stare con lui”.

Ed è proprio durante i periodi di forzata immobilità che il pensiero si traduce in ispirazione e scrittura dei suoi componimenti, fortemente permeati dalla sua sicilianità (o, secondo l’autore, “sicanità”) e da un “bisogno e piacere di comunicare nel dialetto che parlava mia madre, per raccontare il mio sentire attingendo senza fatica alle parole che fin da piccolo ho collezionato nello scrigno della memoria”.

A questo proposito segnaliamo la poesia “Suttancapu-Sottosopra”: Tuttu suttancapu, / finu a quannu u ricuordu di tia cadi lli manu, / accussì precisu ca mi pari di parlariti cuomu allura. / Aria frisca passìa la frunti mia. / U rispiru lieggiu ddiventa / ca fora mi fa nesciri / a lu svintuliu anticu di lo to essiri auriusu.

Molto significativa del modo di poetare meditativo ed evocatore di Tamburello nella stessa raccolta, la poesia “Insonnia” : Si muta ti minti / staju mali, / si parli / mi nni fuju. / Dui li cosi… / llu miezzu / si curca u beni. / Un parlari, un taciri. / Canta. / M’addurmisciu. – Se taci / soffro / se parli / scappo. / Due le cose… / eppure nel mezzo / si corica il bene. / Non parlare, non tacere. / Canta. / Mi addormento.

Per ciò che concerne la sua seconda raccolta Diapason. Poesie in sicano e pensieri in polilinguismo concordo pienamente con il giudizio espresso da Vincenzo Catarella nella prefazione: … si nota la maturazione degli argomenti trattati (…) questa volta però, l’ispirazione si mantiene su un livello più lieve, meno evidenziato, quasi un sottofondo. E poi c’è la novità costante e dilagante presenza di un’analisi e di una riflessione sul sentimento dell’Amore: quello per la propria donna (…), quello per il genere umano e per la salvezza dalle sofferenze (…) quello per la memoria del passato…”. Da notare anche un sezione finale intitolata “Pensieri in ‘federalismo’ linguistico ovvero noti in sicanu, latinu e altri parlati ’mmiscati’”.

Segnaliamo la splendida “Vinu e castagni”: Siritina d’autunnu ’n cumpagnia. / Vinu e castagni ’ncapu a valata. / M’annaca a vuci tua ’nnamurata. / E pi mmia autunnu è primavera: xhiauru di zagara e di zuccaru filatu, / sapuri d’olivi appena cugliuti / e culura di miennuli xhiuruti. / M’accarizza lu xhiatu tua d’amuri. / A neglia sprisci canciànnusi / ’llu suli e ’llu mari d’estati. / Davanti a brascera di lu tò disiu / sulu u friddu d’u mmiernu ’un canusciu. / Vinu e castagni s’anna finiri. / Li nuosci viti ’llu cori di ’na notti d’autunnu / ancora battinu noti d’amuri.

Struggente “Urtimu ballu d’amuri”: … Tuttu si movi: tu li pinzera, a vita… / Sulu li gammi mia, motu privi, / ’un puonnu arrivari nni tia / pi l’urtimu ballu

La raccolta Xhiatu sicanu  conferma le premesse positive delle due precedenti e in una “esperienza solitaria” – è Tamburello che scrive – divenuta “inevitabile, indispensabile, vitale”. La sua è una poesia che scaturisce da un’esperienza di dolore. Ed ecco cosa dice, con estrema lucidità, lo stesso autore: “Le mie poesie sono pensieri sciolti che nascono dalla distonia rigida del corpo, espressione talvolta dell’angoscia che morde e talaltra della rassegnazione, altre volte ancora della speranza, e di più, della consapevolezza che ancora, a dispetto di tutto, ci sono cose da dire, da sentire”.

Notevole e da sottoscrivere il giudizio, posto a conclusione della sua illuminante e magistrale prefazione, di Salvatore Di Marco: “Mario Tamburello è poeta, nato poeta, e soltanto dalla ‘narrazione’ della sua complessa esperienza esistenziale assume questi e non altri specifici connotati, ben consapevole che il suo presente resterà scritto anche per i tempi e per gli uomini di domani”.

Smentendo il detto siciliano “Chianta a vigna unni teni a vutti”, Tamburello afferma con orgoglio: “In terra lontana ho trasferito lo scrigno ereditato delle parole originarie. Il tentativo è stato quello ardito, inevitabilmente parziale, pur sempre migliorabile, di far conoscere il vitigno nel ‘Continente’, nella ‘Padania della mia nascita. Ho cercato così di comunicare, il moto dell’animo, usando parole ed espressioni in quel dialetto, musicato con le note del ricordo vivo della tradizione familiare, insieme con pause della ricerca linguistica, del mondo antico e nuovo di quella Sicilia che signa lu mè essiri, la mè storia, lu sentiri e lu fari”.

Dalla raccolta segnalo “Radica sicana” dedicata alla madre – xhiuri raru di primavera – dalla cui mammella il poeta ha succhiato la lingua sicana e tutto ciò che la lingua si porta con sé di affetti, di appartenenze, di valori morali, di tradizioni. Ed infine la splendida “A quattruocchi”: Uocchi ca muti / diciti, / uocchi ca liggiennu / sunnati, / uocchi ca chianciennu / amati, / ’ncapu a peddi du mè sèntiri / ’na nsinga lassàti, / accussì ca ’llu scuru / iu puozzu truvariti, / videmma ccu l’uocchi attuppati.

 

Mario G. B. Tamburello nasce nel 1962 a Milano da genitori siciliani. Insegnante, già impiegato dell’ospedale Sacco di Milano quale referente della qualità per la Direzione Medica di Presidio. Dal 2010 all’Azienda Ospedaliera di Legnano nel ruolo amministrativo prima presso il Comitato Etico poi presso l’Unità di Cure Palliative e Terapia del Dolore, attualmente in forza al settore logistico-accoglienza del medesimo nosocomio. E’ stato vicepresidente di un’associazione onlus dedicata alla disabilità da malattie neurologiche e difensore civico comunale, è stato assessore ai Servizi Sociali a Cuggiono, comune in provincia di Milano, dove risiede.

 

Vincenzo Luciani

 

pubblicato il 2 gennaio 2018