«L’inverno è la mia stagione preferita con l’abbagliante candore delle nevi a ricordarmi bellezza luce splendore, ma anche perdita, sofferenza, orfanezza». Così Remigio Bertolino parla dell’inverno, stagione-simbolo della sua poesia, che compare anche nel titolo di alcune sue raccolte: L’eva d’ënvern (Mondovì, Amici di Piazza, 1986), Stanse d’ënvern (Genova, San Marco dei Giustiniani, 2006) e in quello del suo ultimo lavoro, Litre d’ënvern (Torino, Nino Aragno, 2015), la cui sezione eponima è un poemetto in cinque canti già apparso nel 2013 nella rivista “Satura”. A confermare questa sua predilezione anche l’esergo scelto: un pensiero di Robert Walser in cui si allude all’incanto delle sere d’inverno.
Giovanni Tesio nella postfazione a Litre d’ënvern afferma che Bertolino appartiene a quella categoria di poeti che «scavano in profondità, non in estensione», come accade anche a un’altra poeta piemontese, Bianca Dorato, con una poesia in cui dominano montagne innevate, in una dimensione mistica e religiosa.
Racconta Bertolino di essersi ispirato per i suoi versi al suo paese natale, Montaldo Mondovì, un piccolo paese di montagna «dove si viveva poveramente di agricoltura: un’agricoltura ferma, da tempi immemorabili, come se il progresso non l’avesse sfiorata, […] un mondo chiuso, scandito da quaresime di fatiche e privazioni, […] circondato da estesi boschi di castagno, ma anche coltivato a vite e a frutta sui versanti esposti a sud».
In Litre d’ënvern questi luoghi sono a volte realisticamente definiti: appare la città di Mondovì, dove l’Autore ha trascorso in collegio gli anni degli studi, con Breo e la chiesa di Santo Stefano, poi c’è la Molarissa, un monte a forma di gobba, la borgà sotan-a (borgata sottana), ma gli spazi sono trasfigurati oltre la pura descrittività e ciò anche per la particolare cifra poetica di Bertolino caratterizzata da un’alta densità di metafore e similitudini; così il paese può raccogliersi sota un reu ëd brich (sotto un’aureola di monti) e gli abeti han ale càndie /
pèi dj’ang-le dla capela (hanno ali candide
/ come gli angeli della cappella). Qua e là l’attenzione si posa su qualche casa, come il drocheri (la casa in rovina), in cui fan ni ël ratababuere (fanno il nido le nottole), su qualche baita solitaria, in povere cucine fatte di piccole cose, in un’opposizione dialettica tra lagiù (laggiù) e lassù: da un lato la vita nella valle, dall’altro quella sulle montagne, come appare nelle liriche del poemetto Ël cérich (Il chierico) in cui si narra di un giovane chierico che getta la veste talare alle ortiche: Sògn confus, sì. / Arcancej fregg
/ dai veri;
/ marmo che ponzo ij dij / come ij pniss ai mé / lassù, ënt ij bòsch / ën feu d’otonn (Sono confuso, qui. / Arcobaleni freddi / dalle vetrate; / marmi che pungono le dita come i ricci ai miei / lassù, nei boschi / in fuoco d’autunno).
Nei brevi giorni dell’inverno le sere dësglin-o gran-e ëd silensi (sgranano chicchi di silenzio) e in esso va a sciogliersi l’atmosfera sospesa di un’intima ricerca del senso della sofferenza del vivere, della solitudine e dell’assenza: la stèila dla sèira,
/ là tra ël rame dij brignon / pì nèire ëd carbon,
/ a-j fà segn:
/ j’è un mond ëd lus. /
Ma chissà /
chissà landa (la stella della sera,
/ là tra i rami dei pruni / più neri di carboni, / gli fa segno:
/ c’è un mondo di luce. / Ma chissà
/ chissà dove). Altrove la lirica “Dij profeta d’antan” (“Dei profeti di un tempo”) così recita: chissà se un di da tut / s’asur sovra mia testa / në s-cianch o drocrà / a but drinta l’ànima (chissà se un giorno da tutto / quest’azzurro sopra il mio capo / un frammento cadrà / a germogliare nella mia anima).
Nel silenzio dell’inverno si cala il racconto di un’umanità contadina e montanara, ritratta in episodi quotidiani, in storie di abbandono e di sofferenza, di solitudine e di assenze o di drammatiche esperienze di guerra. Bertolino dà voce a figure solitarie, isolate e marginali, che raccontano e si raccontano, spesso con focalizzazione interna, a volte in brevi e intensi monologhi, come nell’ultima sezione della raccolta occupata dal poemetto La guera dla sa (La guerra del sale) in cui figure mitiche, come comparse in una tragica azione scenica, raccontano il loro dolore. Al canto solitario di una madre che piange il figlio impiccato e che non sa se potrà più giungere le mani per pregare si unisce l’intensa e accorata preghiera della raccoglitrice di castagne che invoca nuova vita per una terra distrutta dalla scure impietosa dei soldati. A tratti il canto diviene corale con le voci degli impiccati o delle umili donne offese dall’ingiuria della violenza, a volte in un sentimento di compresenza dei vivi e dei morti, che si traduce in un dialogo intimo e sofferto con chi non c’è più.
Nel tratteggiare queste figure e nel disegnare il paesaggio che fa da sfondo alle loro storie Bertolino non ricostruisce un mondo lontano e perduto e tanto meno ne restituisce i suoi tratti antropologici, ma il racconto si cala nella sospensione propria della rêverie, in un abbandono tra sogno e memoria in cui l’immaginazione poetica scaturisce dal ricordo dell’infanzia, il ‘luogo’ della vita da cui non si parte mai, in cui, come dice Gaston Bachelard, «immaginazione e memoria appaiono in un complesso indissolubile, […] competono per restituirci le immagini che appartengono alla nostra vita». Nel canto la propria infanzia si confonde con tante infanzie, come appare nella prima sezione della raccolta, Agn da ëmprëndiss (Anni di apprendistato), in cui l’Autore rievoca gli anni di collegio; qui si mescolano le voci degli studenti di Mondovì, e spicca in particolare il ricordo di Tònin, un anziano uomo di fatica di cui risuonano nella memora i passi che s’ëntërso sota ij sapin (s’intrecciano sotto gli abeti), insieme a quelli della sera, e il ricordo di quando, ridendo senza denti, regalava mele ai bambini, consolando un poco la loro malinconia.
La rêverie nasce anche dalla contemplazione della bellezza che nella poesia di Bertolino si esprime felicemente nel continuo declinarsi di metafore che si inanellano a similitudini, in una descrizione trasfigurante, carica di sinestetiche notazioni, evidenziando un intimo dialogo con tutto ciò che vive e pulsa sulla montagna: la neve durante la tormenta è në strop ëd faròsche a sfrisesse ënt ij veri (un gregge di falde a sfracellarsi nei vetri), il vento con di ëd gibr, / sonava ij sapin / come arpe verde (dita di gelo, / pizzicava gli abeti / come arpe verdi) e ël litanie dij grij (le litanie dei grilli) con il gorgogliare della sorgente fanno insieme un bësbij / trapontà d’argent (un bisbiglio / trapunto d’argento). L’intimità del dialogo con la natura è sottolineata dalla personificazione: è il vento che aiuta a scrivere lettere (sofiand sël paròle / o-j scrolava, o-j torzava / come ij branch nej: soffiando sulle parole / le scrollava, le torceva / come le ramaglie nere) e a parlare è anche una siessa – sensa rest – (falce inquieta) che bisbiglia: fame viré / drinta ij tò brass s / ël palchèt dël pra a la musica dl’eva corìa (fammi volteggiare / nelle tue braccia sul palchetto del prato / alla musica della corrente) o la tormenta che risponde alle paure con un sofi g-rà (soffio gelido), scagliando con violenza sui vetri në strop ëd faròsche (un gregge di falde).
La rêverie è insieme fantasticheria, immaginazione, abbandono al flusso del sogno a occhi aperti in una «poesia trasfigurale» che «dà figura a un mondo parallelo – un mondo “altro” dalla sua pura e semplice caratterizzazione fenomenica – fatto di incantamenti e di stupori, di epifanie e di lucori» (G. Tesio).
Nel canto di Bertolino si inserisce anche la riflessione metapoetica. Per la poesia, come per gli orfani, la fiòca a l’eva / na bon-a mare (la neve / era una buona madre) ed è il vento che aiuta a scrive / ël litre d’ënvern (scrivere le lettere d’inverno); ma scrivere è anche fatica, come recita la prima lirica del poemetto Litre d’ënvern (Lettere d’inverno): ël paròle , / che fatiga a tirele su dal caramà, / sensa tajòla, / ël piumin gonfi d’ënciòstr / come ël possaj drinta al poss (le parole / che fatica tirarle su dal calamaio / senza carrucola, / col pennino gonfio d’inchiostro / come il secchio dentro il pozzo).
La raccolta Litre d’ënvern, compatta nel suo insieme per la fitta rete di rimandi e consonanze, si articola in sette sezioni che sul piano della narrazione poetica sono di per sé autonome, costituendo veri e propri poemetti: Agn da ëmprëndiss (Anni di apprendistato), Segnavento (Segnavento), Ël Profeta (Il profeta), Cin (Cin), Ël cérich (Il chierico), Litre d’ënvern (Lettere d’inverno) e La guera dla sa (La guerra del sale).
E, infine, qualche nota sulla lingua della poesia di Remigio Bertolino, il dialetto montaldese. Si tratta di una parlata gallo-italica, con qualche influsso occitano derivante dal Kié. È una lingua non priva di asprezze, ma anche con tratti di morbidezza che le giungono, ad esempio, dalle dittongazioni (come in sèira-sera o àora-ora). È una lingua legata alla concretezza del vivere e per questo capace di entrare nella semplicità della vita di contadini e montanari, con un lessico povero che, tuttavia, sembra dilatarsi ben oltre il suo valore referenziale. Si veda, ad esempio, la parola “rosario” che ricorre nella lirica “Casa in rovina”: për ël vej bisodia rosari ël vent (per il vecchio bisbiglia rosari il vento), nel primo testo della sezione Agn da ëmprëndiss (Anni di apprendistato): al padre ‘lassù’ la sera fà score ombre tra ij di / come gran-e ëd rosari (fa scorrere ombre fra le dita / come grani di rosari) e, infine, nella lirica “Come n’armita”(“Come un eremita”), in cui la sorgente è un rosari d’eva lusenta (rosario d’acqua lucente).
Il dialetto è per Bertolino «un pozzo che scende in uno spazio-tempo di favolosi incanti», che possiede una sua «forza icastica» e una «potenzialità evocativa» che la lingua italiana non consente. Ma se consideriamo le traduzioni in lingua, che hanno «dignità e bellezza pari a quelle dialettali» (G. Balbis) si può credere che sia proprio attraverso il dialetto che Bertolino riesca a tornare con felici esiti a quel poetare in lingua da cui si era allontanato, perché percepito come «frusto» e «inautentico». E le due espressioni, quella in dialetto e quella in lingua, raggiungano entrambi alti livelli di poesia.
Remigio Bertolino, Litre d’ënvern, Torino, Nino Aragno, 2015
di Ombretta Ciurnelli
Pubblicato il 19 febbraio 2016