L’ira di Augusto e l’errore di Ovidio

di Alessandro Santarelli

[MARZO 2021 ] L’ira di Augusto e l’errore di Ovidio, di Alessandro Santarelli, Roma, Edizioni Cofine, 2021, pp. 72, euro 14,00

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L’ira di Augusto e l’errore di Ovidio indaga sulle motivazioni, ancora misteriose dopo più di due millenni, che spinsero l’imperatore Augusto a relegare il poeta Publio Ovidio Nasone nella lontanissima Tomi, dove morì tra il 17 e il 18 d.C., lontano dagli affetti e dalla sua amata Roma.

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NEL LIBRO

«Sul finire del mese di ottobre dell’8 d.C., mentre si trovava con l’amico Aurelio Cotta Massimo sull’isola d’Elba, Ovidio fu raggiunto da un editto improvviso e perentorio dell’imperatore Augusto col quale gli si intimava di abbandonare immediatamente Roma, e di raggiungere Tomi, città agli estremi confini dell’impero, sulla riva sinistra del mar Nero. […] Vedendo l’amico impallidire, Cotta chiede le ragioni di quel turbamento e domanda di poter anch’egli leggere l’editto. Dopo averlo fatto, chiede ad Ovidio se le accuse – espresse con parole dure ed offensive, verba tristia et aspera – siano vere. Ovidio risponde in modo ambiguo, non confermando e non smentendo: inter confessum dubie dubieque negantem haerebam (io restavo incerto se confessare o negare, Ex Ponto).    […]

Il poeta non fece mai chiarezza sulle cause che suscitarono l’ira dell’imperatore e che portarono alla sua incriminazione; anzi, cercando di ricondurle quasi tutte
all’Ars Amatoria, non fece altro che sviare l’attenzione dei contemporanei da quell’error, com’egli lo chiama, che fu, forse, il motivo principale dell’esilio.»

Santarelli, attingendo a riferimenti e argomentazioni contenuti nelle opere di Ovidio, esamina i pro e i contro rispetto a diverse ipotesi su quell’error del poeta (Scritti giudicati contro la morale pubblica? Aver scorto nuda qualche donna della Domus Augusta? Una tresca con Giulia? Aver assistito a un incontro tra cospiratori?).

L’Autore indaga anche sui motivi che possono aver spinto Augusto a prendere la decisione di esiliarlo e a non revocare mai l’editto. Stesso atteggiamento sostenuto, poi, dal successore Tiberio.

Ma «se Augusto, in virtù del suo potere, a torto o a ragione, esiliò il poeta, lo umiliò e lo distrusse nel fisico e nel morale, non poté nulla contro la sua poesia (…). In maniera profetica e come apoteosi di sé stesso e del suo ingegno, alla fine delle Metamorfosi, Ovidio scrive:

Iamque opus exegi, quod nec Iovis ira nec ignes
nec poterit ferrum nec edax abolere vetustas.
Cum volet, illa dies, quae nil nisi corporis huius
ius habet, incerti spatium mihi finiat aevi:
parte tamen meliore mei super alta perennis
astra ferar, nomenque erit indelebile nostrum,
quaque patet domitis Romana potentia terris,
ore legar populi, perque omnia saecula fama,
siquid habent veri vatum praesagia, vivam.

Ormai ho compiuto un’opera che né l’ira di Giove, né il fuoco / o il ferro e il tempo che tutto corrode, potranno distruggere. / Quando verrà, venga pure quel giorno, che solo sul corpo / ha potere, e ponga fine al corso della mia vita incerta: / con la parte migliore di me stesso volerò in eterno / ben oltre gli astri e il nome mio indelebile rimarrà. / E ovunque su terre assoggettate si estende il potere di Roma, / la gente mi leggerà e, se qualche verità è nel presentimento /dei poeti, di secolo in secolo per la mia fama vivrò. (Traduzione di Mario Ramous)».

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L’AUTORE

Alessandro Santarelli è nato nel 1944 ad Accumoli (RI) e vive a Roma. Nel 1995 ha pubblicato la raccolta di poesie in lingua Senza Tempo. Nel 2009 ha vinto il Premio Mario dell’Arco con il libro Un dramma umano alla corte di Cesare Augusto. Con Ed. Cofine ha pubblicato Vento antico, poesie in romanesco, 2013 e Il paese che abbiamo abbandonato, poesie in lingua, 2019.