Lingue allo specchio. Poesia in dialetto e autotraduzione di Ombretta Ciurnelli

Recensione di Nelvia Di Monte

 

Questa opera critica scardina la tendenza a considerare la traduzione italiana delle poesie in dialetto un semplice supporto per la comprensione dell’originale: il duplicarsi del testo condotto dallo/a stesso/a poeta implica invece una serie di interessanti questioni, esposte qui con valide argomentazioni e molti esempi.

Nei capitoli della prima sezione vengono introdotti alcuni elementi teorici. Riferendosi ai poeti che per primi utilizzarono l’autoversione (per tradizione fu Pasolini nelle Poesie a Casarsa, nel 1942, poi Guerra con I scarabócc nel 1946) e alle traduzioni in prosa che accompagnavano i testi nell’Antologia della poesia dialettale del Novecento (curata da Pasolini e Dell’Arco nel 1952), la Ciurnelli afferma: “se è innegabile che sono state le autotraduzioni a favorire la diffusione delle opere in dialetto, è altresì vero che nel gioco letterario che inevitabilmente si crea tra originale e versione in lingua può essere individuata una delle caratteristiche estetiche della poesia in dialetto”.

Un “gioco letterario” che si presenta assai variegato e complesso, qualora l’attenzione sia rivolta non sulla poesia in dialetto ma sul duplice versante linguistico di una raccolta dialettale. Sebbene alcuni critici abbiano dato valore letterario alle autotraduzioni di molti poeti dialettali, in generale per costoro è difficile “accettare l’inevitabile perdita che comporta la traduzione quando in gioco c’è la lingua madre, l’Ursprache, la lingua del ritorno alle origini”. Ed è questo il motivo per cui, vivendo spesso il tradursi come un “compito ingrato e sofferto” (De Vita) o un atto di “autolesionismo poetico-letterario” (Serrao), tanti poeti propendono per una “scelta della letteralità piuttosto che della letterarietà” come, invece, avviene di solito per le traduzioni da una lingua straniera.

Nel passaggio da una lingua ad un’altra gli elementi semantici possono essere sostanzialmente conservati, ma cambiano molto il ritmo e la musicalità, sfumano le sonorità del dialetto e la metrica raramente è riproducibile. Il problema – l’irrisolvibile nodo gordiano – è che, diversamente da un traduttore di professione, il poeta dialettale viene a trovarsi “in un complesso ingranaggio in cui la parola dialettale si incontra/scontra con le lingue dell’autore, ognuna espressione di universi simbolici diversi”. Se, come evidenziato da alcuni studi teorici, tradursi è “rivivere l’atto creativo che ha ispirato l’originale”, il risultato non è mai una “traduzione piatta”, cioè mimetica, come vorrebbero gli stessi poeti (al fine di conservare al testo in dialetto la sua purezza e pregnanza poetica), ma un ulteriore lavorìo sulla propria scrittura e sul processo creativo ad essa sotteso: “Tradursi consente di scoprire un sé riflesso nelle potenzialità di una lingua ‘altra’, in una condizione che può ricordare lo smarrimento di identità di un pittore nel rappresentare se stesso attraverso un autoritratto (…) con coinvolgimenti emozionali diversi nell’uso delle due lingue”. Testo in dialetto e autotraduzione creano una forma di sdoppiamento e di riflessione: lingue allo specchio, dunque. Una diglossia attraverso la quale emergono gli intrecci e i contrasti tra esperienze di vita e dimensioni temporali individuali e storico-sociali proprie di ciascuna lingua/mondo in cui il poeta si esprime.

Nei capitoli della seconda sezione, assai ampia, Ombretta Ciurnelli approfondisce diverse modalità di Stili traduttivi, con le relative problematiche, di cui è possibile dare qui solo qualche cenno (e tralasciando i nomi dei moltissimi poeti citati). La distanza tra la forma umile della parola dialettale e l’ampiezza degli orizzonti culturali di riferimento dell’autore comporta nelle autotraduzioni un innalzamento di registro, con scelta di sinonimi o di espressioni più ricercate, al fine di non disperdere la valenza lirica e simbolica espressa con maggiore immediatezza nell’originale. In alcuni àmbiti, la povertà lessicale del dialetto rispetto all’italiano rende necessario superare l’intraducibilità di alcuni termini utilizzando artifici morfosintattici (duplicazioni, diminutivi,  perifrasi…) e ricorrendo a note esplicative, utili anche quando manca la corrispondenza tra elementi dei due codici. Sono sempre più frequenti il plurilinguismo (peraltro già presente nel poemetto Italy di Pascoli) e il ricorso a neologismi, che sembrano recare nuova linfa alla tradizione, “lontano da una visione filologica e conservatrice di lingue minori e di antichi idiomi”. Poiché nella moderna poesia in dialetto prevale il verso libero, e per l’obiettiva difficoltà a mantenere l’impianto metrico passando ad un’altra lingua, è raro trovare autotraduzioni in forme metriche chiuse, tuttavia gli esempi riportati dalla Ciurnelli  evidenziano esperienze letterarie di trascrizione/trasposizione con innovativi risultati formali.

L’ampio ventaglio analizzato negli Stili traduttivi si dispiega dalle traduzioni “in una fedele mimesi dell’oralità”, alle versioni espansive/esplicative, alle “varianti” (“l’esecuzione in due lingue dello stesso spartito”), all’alternarsi di dialetto e italiano come due voci inestricabilmente legate tra loro. Lungi dal reclinarsi sul passato, fanno invece riflettere sul presente le forme di creolizzazione tra dialetto-italiano-lingue straniere “nella convinzione che nei rapporti tra le lingue (…) si rispecchino drammi e tragedie umane a cui la propria lingua non può sottrarsi”. E si giunge alle forme di ibridazione e di sperimentazione in cui “anche per le ricche e particolari sonorità dei dialetti, l’attenzione è marcatamente posta sul significante, a volte in una dimensione metasemantica”, i cui esiti richiedono funamboliche scelte nella versione italiana dove “il procedere resta analogico, con accostamenti a volte surreali e ai limiti dell’intelligibilità”.

La vastità dell’argomento – questa “complessa intersezione, ricca di implicazioni linguistiche, culturali e affettive, tra l’atto creativo e quello ri-creativo” – è affrontata da Ombretta Ciurnelli con un’esposizione chiara e ben documentata, che appartiene a chi conosce a fondo testi e autori e, soprattutto, è partecipe nell’accompagnare chi legge a “cogliere aspetti significativi del laboratorio di scrittura di un poeta che nell’autotraduzione sperimenta la propria capacità di dirsi in altre lingue, attraverso un processo di sdoppiamento in cui si esprime l’inquietante dualità ‘legame-autonomia’ tra testo di partenza e testo di arrivo”.

Ombretta Ciurnelli, Lingue allo specchio. Poesia in dialetto e autotraduzione, Perugia,  ali&no editrice, 2019

 

Nelvia Di Monte

 

Pubblicata il 15 giugno 2019