Lingua e dialetto in “Vanzature” di V. Luciani

Nota di Ombretta Ciurnelli

 

Nel ricco panorama della letteratura dialettale ci sono poeti che scrivono solo in dialetto e altri che alla poesia nell’antica parlata della propria terra affiancano quella in lingua, a volte anche in una stessa raccolta.

È il caso di Vanzature/Avanzi (Roma, Edizioni Cofine 2020), l’ultima silloge del poeta Vincenzo Luciani, divisa in due sezioni, la prima in lingua (Avanzi), la seconda nel dialetto di Ischitella (Vanzature). L’Autore, per altro, nel corso del tempo, nella sua scrittura ha sempre alternato i due codici: Frutte cirve e ammature (2001, riedito nel 2005 in Tor Tre Teste ed altre poesie 1968-2005) e La cruedda (2012), ad esempio, sono opere in dialetto, mentre Il paese e Torino (1984) è in lingua e Straloche/Traslochi è in lingua e in dialetto.

La contiguità di italiano e dialetto in una stessa opera, in tutte le possibili sfumature della poesia, può ben evidenziare quali registri e quali contesti si leghino all’uso delle due lingue, l’una povera, pregna della concretezza del vivere e trasmessa oralmente, l’altra ricca e codificata, carica di storia e di potenzialità espressive. In proposito, ad esempio, il grande poeta Raffaello Baldini diceva che il dialetto «ha dei confini, certe cose non ha le parole per dirle» e aggiungeva: «in italiano puoi dire tutto, in dialetto no, ma alcune cose le puoi dire meglio che in italiano».

Vediamo, quindi, quali sono i temi che Luciani affida alla lingua e quali sviluppa attraverso le parole saprite / […] che ce sguàgghjene nt’a vocche / cume fraule u voske / ncape a na jurnate (parole saporose / […] che si squagliano in bocca / come fragole di bosco / alla fine di una giornata), come recita Parole saprite, una lirica della raccolta La cruedda (2012).

In un testo che appare nell’antologia Dialetto lingua della poesia (a cura di O. Ciurnelli, Roma, Edizioni Cofine 2015), in una significativa dichiarazione di poetica, è lo stesso Luciani a dirci che «l’uso alternato delle due lingue avviene [nella sua poesia] spontaneamente, per un processo che non sa spiegare, ma che asseconda sempre […], in una ricerca ossessiva delle parole (parole-pietre che abbiano un senso anche per i più umili e per gli illetterati, senza soverchi artifici)», aggiungendo che in entrambe le lingue la sua poesia esprime «la condizione di uno a cui sono state strappate irrimediabilmente i ràdeche (le radici)».

In Avanzi/Vanzature è frequente la riflessione metapoetica, sin dal testo inserito in esergo in cui si citano le parole di Giorgio Caproni: «La poesia è per più di tre quarti memoria, cioè esperienza acquisita» e tale assunto può valere per entrambe le sezioni della raccolta di Luciani, anche perché quando nel contatore dei giorni i numeri si fanno grandi, per inevitabili strabismi della mente, ripensiamo il passato da cui riemergono con note vivaci o con malinconici abbandoni schegge di un percorso di vita, incontri, amicizie, affetti e immagini. Ed è come frugare in una scatola di vecchie fotografie, tra fronne ingiallanute, (si veda, in proposito la lirica A sckàtele d’i fotografie (La scatola delle fotografie) che apre la seconda parte del volume, in un triste e malinconico nostos nel lungo cammino della vita.

Nella sezione in lingua, dove il presente di un “poeteditore”, come ama definirsi l’Autore, si consuma in un continuo copiaincolla o nel riordino di carte e brogliacci, in quel lavorio a volte trito di cui si fatica a cogliere il senso, tornano, tra gli altri, gli amici poeti Achille Serrao e Roberto Pagan, mentre si affacciano insistenti gli interrogativi sul significato del nostro essere, tanto più intensi se collocati nella dimensione minimalista che a tratti caratterizza la scrittura di Luciani, che spesso racconta di un vivere quotidiano fatto anche di caffettiere bialetti o del mare colloso della solitudine social.

Al dialetto è affidata per lo più la memoria degli affetti legati al paese, in particolare quelli familiari, come nelle liriche Nu dische ngantate (Un disco rotto), un flashback in cui torna la figura della madre o in Fortè (avverbio che nel dialetto ischitellano significa chissà se), dove è, invece, quella del padre a dominare, in una dimensione temporale in cui presente e passato si sovrappongono a raccontare gli invariabili tratti  del dialettico rapporto tra generazioni. È la forza del dialetto in questo caso a rimarcare, con una patina densa di nostalgia, la pregnanza di schegge di vita profondamente impresse nella memoria. Come potrebbe essere altrimenti raccontata la ricca nzalate ammiscke(insalata mista) dello zio Nardino e il suo mozzicone di sigaro, sempre stretto tra i denti, se non con i suoni aspri – le parole saprite – del dialetto della propria terra? In questi testi, più lunghi degli altri, carichi di lirismo, si raccolgono vanzature di vita, quegli avanzi che, pur nella malinconia nostalgica di cui immancabilmente si tingono, riscaldano il cuore in un tempo in cui tutto corre e che si consuma nell’incertezza dei giorni e delle ripide discese che ci attendono.

Se il ricordo degli amici poeti e di quelli legati al lavoro prende forma in lingua, quello degli amici “di giù” non può che sciogliersi nelle parole del dialetto a testimoniare l’intenso e profondo legame con la terra natia e con i ràdeche (le radici).

Nelle diverse sonorità dei due codici il pensiero si snoda intenso, sempre lontano da artifici, come è negli intenti poetici dell’Autore; spesso è il ritmo dell’endecasillabo, anche spezzato, a raccogliere memorie e riflessioni, ma senza schemi metrici e con una propensione a chiudere le liriche con versi brevi, quasi un singhiozzo in cui si smorza un ricordo o un’immagine.

Ombretta Ciurnelli