“Li Marziani” sonetti in romanoide di Michele Vajuso

Recensione e scelta di testi di Maurizio Rossi

Michele Vajuso, nato a Roma nel 1963, architetto, ha pubblicato studi sul Quartiere EUR e sulla terotecnologia; presso la Palombi Ed. ha editato nel 2007 “E42 la gestione di un progetto complesso”. Appassionato di poesia dialettale, si è fatto conoscere con A ‘vecchià ariventi quer che sei, Palombi ed. Roma, 2010; Er sacco de Roma e altri sonetti, Ed. Pagine, Roma, 2011. E’ stato ospitato su “Poeti del Parco” nel Marzo 2011.
Come risulta da una delle delle citazioni poste all’inizio dell’opera, l’Autore conosce e si è ispirato – crediamo – a Un marziano a Roma di Ennio Flaiano, opera in sette quadri, pubblicata nel 1954 su “Il Mondo, nel 1960 da Einaudi su ”Quaderni del Teatro popolare italiano” e portata in scena da Gassman nel 1960; confessa anche di aver avuto ispirazione da famosi film, libri e racconti sul genere. Anzi, diversi titoli dei sonetti richiamano esplicitamente quelle opere: "Urtimatum a la Tera" (Ultimatum alla Terra di Wise, 1951); "La guerra de li Monni" (La guerra dei mondi, Spielberg 2005); "Li urtracorpi" (L’invasione degli ultracorpi, Siegel, 1965); "Er giorno doppo" (The day after, Meyer, 1983)…
Ne risulta un lavoro senz’altro originale e ben costruito utilizzando un vernacolo nel quale ripropone la cadenza del parlato, pertanto non “accademico”, anche se talvolta si lascia andare a termini fin troppo dialettali, quasi ermetici: “me arinciccio” per dire mi ringalluzzisco, mi rianimo ("Pocalissa", pag. 50); “miffarolo” per dire buciardo, bugiardo ("Na frenesia", pag. 44); “bucalone” per dire sciocco ("Er giorno doppo", pag.30); “fanno moschiera” per “fanno tutti silenzio” ("Er fantasima del moseo", pag.46, che richiama Belfagor, fantasma del Louvre serie televisiva francese del 1965). Si sente quasi il desiderio di non tradire le radici “belliane” che alimentano la poesia e lo spirito d’ogni “vero” romano.
Vajuso sviluppa la sua visione poetica in due parti: “Aspettanno li marziani” e “Li marziani”, che gli offre lo spunto per descrivere Roma e notti bianche: ne risulta l’immagine d’una Città che “ingloba” ogni cosa, anche gli extraterrestri, ai quali “e lucevan le stelle” durante la rappresentazione della Tosca a Caracalla “je ricordava Marte” e per questo interrompono la rappresentazione: insomma …hanno preso le abitudini…romane!

La nuvola (La nuvola di Fucsas all’EUR)

Stanno appollati sopra a ‘na ringhiera,
co st’antri sotto, attorno a ‘na colonna…
Da la bocca ce butteno ‘na cera,
che cresceccala!…che se fa rotonna!

Mo pare…peccristo!…’na cappejera!
De quelle che ciaveva la sbinonna!
E galleggianno ne la strattosfera,
ecco la nuvola!…bianca e profonna!

Già me vedo domani Er Messaggero!
Doppo tant’anni, arfine pe’ finilla!
Ce so’ voluti li marziani!…vero!

La vita pija vita da l’argilla…
E’ ‘n giorno solo!…prima de la sera!
‘Na luce abbreve!…drento a la pupilla…

Non mancano spunti “filosofici” come nel sonetto retrogrado, che rivela padronanza di tecnica poetica, “A lo specchio”

…Mo dimme! Quinni! Ched’è la realtà?
Sippuro un sogno me parette vero!
Ambè! Drento sta pelle che ce sta?

…ess’omo!…omo, senza omminità…
A sentisse ‘gnissempre ‘n priggioniero:
manco la voja de ricomincià!

…è ‘r penziero che co ‘na smagna, sperpero:
che nun ce so riuscito mai!…a amà!
Aripartenno accosì da sto zero:
abbonora!…più gnente d’accampà!…

A medemo, me sento ‘n forastiero,
sta faccia!…nu’ se aresta de cammià!
Pe via ch’io lì…la vedo, e nu’ l’affero
…Dimme, allora! Ched’è la verità?

Altrove acquerelli di Roma, come in Er vento:

‘N vento incazzoso a sfravolatte l’ossa!
Si soffia! Sbuffa! Sbruffa!
E rode dar profonno! Sa de muffa!
Co’ ‘na foja! ‘na sbiossa!

La fronna de la cerqua che s’ingrossa!
E attorno ‘na baruffa!
Un fuggi fuggi da…Opera buffa!
Rintrona! ‘nde la fossa

de li mortacci sui!
Mo coreno li vecchi e li fanelli!
‘nde li vicoli bui!

Voleno li cappelli!
So’ li nostra! Li vostra! Queli artrui!
Fischia! ‘nde li cervelli!…

Altrove le notti bianche fanno rivivere episodi tristemente famosi di storia e di oscurantismo, come “La notte bianca, Campo de Fiori”

Sotto ar Monico! Buttace er carbone!
Foco! Damoje foco!
Ammucchiate li libbri! ‘nde sto loco!
…prima! L’estremunzione…

Arisprenneno drento a lo scurone,
le parole!…l infoco!…
so luce! Che se spegne a poco a poco…
Mo! ‘na benedizzione…

Riscalla, er focarello!…
Le bucie, eggià! Cianno le cianche corte!
Pensacce!…è ‘ tranello…

Le invanità inzeporte…
Ste du’ cose me friggheno er cervello:
de scopà, eppoi!…la morte…

Michele Vajuso, Li Marziani. Sonetti in romanoide, ed. Kollesis 2012

Maurizio Rossi

 

2015-06-17